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Gallipoli non è sempre stata un'isola: il canale che la separò dalla terraferma nacque nel 1484 per bloccare i Turchi via terra

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 27 Giugno 2026 · 6 min di lettura
Veduta aerea del centro storico di Gallipoli e del canale che lo separa dalla terraferma, con il ponte in pietra illuminato dalla luce del tramonto
Foto: renato agostini / CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Chi arriva a Gallipoli per la prima volta tende a fermarsi sul ponte e a guardare giù, verso l'acqua che scorre sotto le arcate di pietra. Da un lato il porto vecchio con le paranze ormeggiate, dall'altro il canale che abbraccia l'isolotto calcarea su cui si stringe la città vecchia. È un paesaggio che sembra eterno, immutabile, come se quella striscia d'acqua fosse sempre stata lì. Non è così. Quella separazione tra la città e la terraferma non l'ha creata il mare, ma la mano dell'uomo, in un momento preciso della storia: il 1484, anno in cui il Salento tremava ancora per l'eco dei cannoni turchi.

Una penisola calcarea sul mar Ionio

Per capire cosa accadde in quell'anno, bisogna immaginare Gallipoli com'era prima: non un'isola, ma una lingua di roccia calcarea che si spingeva nel mar Ionio rimanendo saldata alla terraferma attraverso un istmo naturale, un sottile lembo di suolo che univa il borgo antico al retroterra salentino. La città, sede vescovile fin dal VI secolo, si trova lungo la costa occidentale del Salento, protesa sul mar Ionio; oggi il suo centro storico sorge su un'isola calcarea con un circuito di circa 1,5 km, ed è collegato alla terraferma da un ponte in muratura risalente al XVII secolo. Ma il ponte e il canale che oggi vediamo sono il risultato di una scelta strategica compiuta circa un secolo e mezzo prima di quella costruzione, in un contesto di guerra e paura che coinvolgeva l'intero Mediterraneo.

L'ombra ottomana sul Salento

Il 1484 arrivò in una Terra d'Otranto ancora traumatizzata. Nel mese di maggio di quell'anno, la Provincia di Terra d'Otranto stava, pian piano, ritrovando la tranquillità dopo le passate sciagure delle crudeli guerre fatte dai Turchi contro la città di Otranto ed altri luoghi vicini quattro anni prima. Quattro anni, un'eternità nella memoria di chi aveva vissuto lo sbarco ottomano del 1480 e la caduta di Otranto. I Turchi, pur limitandosi a larghe incursioni e razzie via terra su tutto il territorio salentino e verso la provincia di Taranto, avevano evitato le grandi piazzeforti come Gallipoli o la stessa Taranto, concentrandosi sui piccoli centri privi di grandi fortificazioni. Gallipoli era sopravvissuta, ma la minaccia di un attacco via terra era rimasta impressa nella coscienza collettiva della città. Era evidente che, finché un esercito poteva percorrere l'istmo a piedi, nessun muro avrebbe potuto bastare.

L'assedio veneziano del 1484

Fu proprio nel maggio del 1484 che la situazione precipitò, ma non per mano ottomana: a comparire all'orizzonte fu la flotta della Serenissima. Il 16 maggio 1484 apparve al largo della rada di Gallipoli una flotta di navi da guerra venete; alcune fonti parlano di settanta navigli di varia grandezza, anche se il numero esatto è di difficile verifica; dopo il rifiuto di una resa, i veneziani fecero sbarcare settemila soldati destinati ad assediare la città via terra. Quelli erano anni di contese e guerre tra tutti gli Stati della penisola, ed erano trascorsi appena quattro anni dalla presa di Otranto da parte dei Turchi; l'avventura gallipolina viene dagli storici descritta come risposta veneziana a quella caduta, a dimostrazione della capacità di difesa del Mediterraneo e della Cristianità contro lo strapotere turco.

I gallipolini si difesero con una tenacia che è diventata parte dell'identità stessa della città. Dai documenti dell'epoca si evince che le fortificazioni della città e del castello, vecchie ormai di quasi due secoli, erano in pessime condizioni e non in grado di respingere un attacco in forze; ciononostante i gallipolini si difesero tenacemente e durante i feroci combattimenti rimase ucciso con un colpo di bombarda il comandante generale della spedizione veneziana, Jacopo Marcello. Un secolo dopo, negli anni tra il 1579 e il 1584, il Tintoretto avrebbe glorificato quella vittoria con il suo dipinto "I Veneziani conquistano Gallipoli", che campeggia sul soffitto della sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale; il quadro rappresenta il momento dell'assalto, con al centro il portabandiera veneziano e, sulla poppa della galera ammiraglia, il comandante Jacopo Marcello in armatura, prima di essere colpito mortalmente.

Il taglio dell'istmo: la città si fa isola

Quando i veneziani occuparono Gallipoli, portarono con sé non solo le armi ma anche un progetto difensivo radicale. Durante i quattro mesi della loro occupazione, i Veneziani operarono l'isolamento della città con la costruzione del fossato di separazione del castello, lavori che continuarono e furono portati a termine poi dagli Aragonesi. Era un'idea militare semplice e geniale al tempo stesso: se tagli l'istmo, togli al nemico terrestre la strada d'accesso e trasformi la città in una fortezza naturale cinta dalle acque. La storia del ponte di Gallipoli risale al 1484, quando la Città Bella passò in mano ai Veneziani, che per difenderla dagli attacchi nemici decisero di tagliare l'istmo, ovvero il lembo di terra che univa il borgo antico alla parte nuova della città.

Il labirinto di vicoli, chiese e case a corte di Gallipoli non sempre è stato un'isola: lo è diventata nel 1484, quando la città passò in mano ai Veneziani che decisero il taglio del lembo di terra che la univa alla terraferma, e successivamente passò agli Aragonesi che isolarono del tutto la città; Gallipoli venne incastonata in un gigantesco fossato per essere facilmente difendibile dalle invasioni dei Turchi e venne cinta da possenti mura come una fortezza; grazie a questo isolamento, la città poteva resistere alle incursioni e difendere le derrate alimentari e soprattutto l'olio custodito nei frantoi ipogei. Quei frantoi scavati nella pietra calcarea, disseminati nel sottosuolo del centro storico, erano il cuore economico di Gallipoli: già dal XVI secolo Gallipoli era considerata la principale piazza di esportazione dell'olio d'oliva in tutto il Regno di Napoli, e l'olio prodotto in questa città era particolarmente apprezzato sui mercati europei, tanto che la spedizione avveniva esclusivamente via mare. Difendere la città significava difendere quell'oro liquido.

Dal fossato al ponte: l'isola si ricongiunge al mondo

Il canale rimase per oltre un secolo l'unico confine tra la città e il Salento che la circondava. Poi, gradualmente, le esigenze cambiarono: il commercio, la crescita demografica, la necessità di collegare il borgo antico alle attività produttive sulla terraferma resero il fossato più un ostacolo che una protezione. In seguito, siamo nel 1608 circa, si decise di collegare l'isola alla terraferma mediante la costruzione di un ponte, un'opera maestosa formata da dodici arcate e dotata anche di un ponte levatoio. Era la fine simbolica dell'isolamento militare e l'inizio di una nuova stagione per la città, che nel Seicento avrebbe vissuto la sua stagione barocca più fulgida, riempiendo chiese e palazzi di ori, stucchi e tele.

Oggi quel canale che scorre sotto il ponte seicentesco è una delle immagini più fotografate del Salento. Il centro urbano è composto dalla città vecchia, posta su un'isola calcarea collegata alla terraferma con un ponte seicentesco, e dal borgo, che accoglie la parte più moderna della città. Pochi di quelli che si fermano a guardare l'acqua sanno che quella separazione non è un capriccio della natura ma il residuo di una decisione presa in fretta, sotto il fuoco dei cannoni, nell'anno in cui Gallipoli scelse di farsi isola per non essere conquistata. Il mare che la circonda non è sempre stato lì: l'ha messo l'uomo, con la paura di una minaccia che veniva da terra ferma.

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