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La rupe abitata dai monaci e le pareti che parlano: Roca Vecchia custodisce le iscrizioni votive più antiche del Mediterraneo

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 28 Luglio 2026 · 6 min di lettura
Scogliera calcarea di Roca Vecchia al tramonto con il mare Adriatico, area archeologica della Grotta della Poesia in Salento
Foto: Freddyballo / CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

C'è un punto della costa salentina dove la roccia calcarea precipita nell'Adriatico con una verticalità quasi teatrale, e dove il mare, nei millenni, ha scavato cavità che gli uomini hanno trasformato in luoghi di preghiera, di sosta e di memoria. Siamo nel territorio di Melendugno, a breve distanza dai centri storici di Lecce e Otranto, nella frazione marina di Roca Vecchia, un distretto in cui l'archeologia si fonde con scenari marittimi di rara bellezza. Qui, sotto la superficie di una delle mete balneari più amate del Salento, si nasconde uno degli archivi epigrafici più straordinari del Mediterraneo antico.

Un promontorio senza interruzioni

La storia di Roca Vecchia non conosce vuoti. Gli scavi nell'area hanno documentato un'occupazione ininterrotta del territorio dalla fine del XVII secolo a.C. all'età del Ferro, arcaica e messapica, fino all'età romana tardo-repubblicana. La sua posizione strategica lo rendeva un passaggio fondamentale per i traffici mercantili via mare, tanto da essere sede di importanti insediamenti fin dall'Età del Bronzo. Nel 1992 è venuto alla luce il fulcro più antico dell'insediamento, con l'imponente muratura di fortificazione risalente all'Età del Bronzo, testimonianza di un primo insediamento umano stabile già nel II millennio avanti Cristo.

Il promontorio non era soltanto un riparo per chi viveva di pesca e commercio. Era anche un luogo dove il sacro e il quotidiano si incrociavano con naturalezza, scanditi dal ritmo delle maree e delle rotte marittime verso le coste dell'attuale Albania. Gli studi condotti dall'Università del Salento per decifrare e interpretare le iscrizioni ritrovate nelle grotte, insieme alle ricerche dell'Università di Foggia lungo il litorale albanese, hanno accertato che in passato esisteva un intenso traffico tra la baia di Torre dell'Orso, subito a sud di Roca, e alcuni approdi albanesi come la baia di Grama, sede anch'essa di un antico santuario marittimo.

La scoperta del professor Pagliara e le grotte che parlano

Per molti secoli le due cavità carsiche affacciate sul mare rimasero note ai soli abitanti del luogo, che le frequentavano d'estate per la freschezza delle acque e d'inverno per la protezione offerta dalla roccia. Fu solo nel 1983 che il loro peso storico irruppe nella coscienza scientifica. La scoperta delle iscrizioni all'interno della Grotta della Poesia risale a quell'anno, ad opera del professor Cosimo Pagliara, archeologo ordinario dell'Università di Lecce, successivamente denominata Università del Salento. Pagliara, storico ed epigrafista, era convinto che proprio a causa della sua funzione strategica per i traffici mercantili, in questo luogo dovesse trovarsi un antico santuario costiero. La grotta gli diede ragione oltre ogni aspettativa.

Esistono in realtà due Grotte della Poesia: la più conosciuta, quella che ha guadagnato fama tra le piscine naturali più belle al mondo, è la Grotta della Poesia Grande; la seconda è la Grotta della Poesia Piccola, oggi meno visibile a causa dell'innalzamento del livello del mare. È quest'ultima a custodire il patrimonio epigrafico che ha reso celebre il sito in tutto il mondo degli studi antichi. A poche decine di metri dalla Poesia Grande si apre la Poesia Piccola: uno dei più importanti monumenti epigrafici del Mediterraneo antico, con oltre seicento metri quadrati di superfici incise.

Strati di voci: dalla preistoria a Roma

Leggere le pareti della Grotta della Poesia Piccola equivale a sfogliare un palinsesto di civiltà sovrapposte, ognuna delle quali ha lasciato il proprio segno con strumenti, alfabeti e intenzioni diverse. Le incisioni più antiche, preistoriche, sono il primo strato visibile: figure geometriche ovali o a semicerchio, disegni assai stilizzati di animali e asce. Alcuni temi figurativi sono tipici delle civiltà egee minoico-micenee , segno di quanto intensa fosse la circolazione di uomini e culture lungo queste coste già in epoca remotissima.

Sopra questo primo strato, un secondo registro di scrittura racconta l'arrivo dei Messapi. Un secondo strato è composto da iscrizioni messapiche datate tra il sesto e il quarto secolo avanti Cristo: una lingua ancora in buona parte sconosciuta, con un alfabeto di tipo greco. Poi vennero i Latini, i Greci, e con loro le dediche votive che trasformano la grotta in qualcosa di unico. Gli scavi hanno portato alla luce all'interno della grotta una serie incredibile di incisioni rupestri e iscrizioni in lingua messapica, greca e latina.

Al centro di tutta questa devozione c'era una divinità. Le iscrizioni rivelano il nome della divinità — Tutor Andreius o Taotor Andirahas — e in alcuni casi anche i rituali del culto che si svolgevano nella grotta-santuario. La grotta era un rinomato santuario dedicato al dio messapico Thaotor, che i Latini nelle loro iscrizioni chiamarono con nome più familiare e significativo: Tutor, ovvero "il protettore". In base ai rinvenimenti, soprattutto le iscrizioni di carattere votivo in greco, latino e lingue locali, si tratta di un luogo di culto connesso con un'antica sorgente ora sommersa dal mare e con divinità marine.

I monaci basiliani e la memoria medievale

La frequentazione del sito non si esaurì con il tramonto del mondo antico. Le prime tracce riemerse in età tardo-antica e altomedievale riguardano la costruzione di una piccola chiesa con annessa necropoli, mentre le grotte vengono scavate e utilizzate come rifugio dai monaci basiliani giunti dall'Oriente. Questi monaci, eredi della tradizione spirituale orientale di san Basilio Magno, scelsero la rupe di Roca come luogo di ritiro e preghiera, continuando in qualche modo la sacralità millenaria di quegli spazi.

Nei secoli successivi, nella prima metà del Trecento, Gualtieri VI di Brienne ricostruì il centro sulle rovine di quello messapico-romano: fece edificare una città fortificata, con un castello, le mura e una chiesa. Nel 1480 si stabilirono a Roca le truppe aragonesi per arrestare eventuali avanzate dei Turchi verso nord, e il sito divenne quartier generale di Alfonso d'Aragona per la liberazione di Otranto. La storia, insomma, continuava a scegliere Roca come punto di passaggio obbligato.

Cosa resta oggi, e perché vale il viaggio

Oggi Roca Vecchia è raggiungibile in circa trenta minuti da Lecce percorrendo la litoranea adriatica, e l'area archeologica è aperta al pubblico con visite guidate. Il biglietto d'accesso include una visita guidata che illustra le fortificazioni risalenti all'Età del Bronzo, le mura ciclopiche e le antiche testimonianze abitative della zona limitrofa alla Grotta della Poesia. La Grotta Grande, con le sue acque turchesi e la sua piscina naturale, attira ogni estate migliaia di bagnanti che spesso ignorano di nuotare a pochi metri da uno dei siti epigrafici più preziosi d'Europa. La Grotta Piccola, invece, è oggi poco accessibile a causa dell'innalzamento del mare, ma ciò che vi rimane impresso nella roccia non ha bisogno di essere visto da vicino per essere compreso nella sua portata: seicento metri quadrati di incisioni che ad oggi ne fanno uno dei più importanti monumenti epigrafici del Mediterraneo antico.

Roca Vecchia è uno di quei luoghi che il Salento custodisce con apparente noncuranza, nascosto tra lo scintillio del mare e la pietra bianca delle falesie. Eppure, chi si ferma a guardare oltre la superficie scopre che quelle pareti hanno raccolto la voce di ogni civiltà che ha attraversato questo tratto di Adriatico: preistorici, Messapi, Greci, Romani, monaci orientali, cavalieri medievali. Una stratificazione silenziosa che aspetta solo di essere letta.

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