HomeTurismo › Sembra una semplice buca nel terreno, ma è il sepolcro dei principi dauni: a Canosa di Puglia gli ipogei Lagrasta custodiscono i segreti di un'aristocrazia del IV secolo a.C.

Sembra una semplice buca nel terreno, ma è il sepolcro dei principi dauni: a Canosa di Puglia gli ipogei Lagrasta custodiscono i segreti di un'aristocrazia del IV secolo a.C.

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 28 Luglio 2026 · 6 min di lettura

Dicembre 1843. Il contadino Vito Lagrasta sta scavando la sua terra nei pressi di Canosa di Puglia quando il terreno cede sotto i suoi piedi. Nel corso di uno scavo, probabilmente allo scopo di ricavare una buca per il deposito del fieno, si imbatte in alcuni ambienti di quello che si rivelerà negli anni successivi il primo di una triade di ipogei che da lui prenderanno il nome. È così, nel modo più prosaico immaginabile, che la Puglia torna a fare i conti con la sua storia più profonda: sotto un campo agricolo si apre uno dei complessi funebri più imponenti mai restituiti dalla terra del Sud Italia.

Una città costruita sopra i suoi morti

Per capire cosa si nasconde sotto Canosa bisogna prima capire cosa fu Canosa in vita. L'abitato contemporaneo si adagia sui resti dell'antica Canusium, che a sua volta aveva ereditato il sito della precedente città dauna, quella stessa civiltà cui appartengono le necropoli e gli ipogei tuttora visitabili. Non si tratta di una semplice sovrapposizione fisica: è una stratificazione millenaria di culture, lingue e riti. Nel suo palmarès figurano l'essere stata capitale della Daunia, municipium e colonia romana, capoluogo della Regio II Apulia et Calabria, sede del vescovo metropolita di Puglia, gastaldato longobardo, terra di principi e imperatori. Una città che, come Roma, è costruita su sette colli, e che conserva sotto ogni vicolo, ogni cantiere, ogni orto, frammenti di epoche lontanissime.

Tra tutte le testimonianze di questa lunga storia, quelle più eloquenti restano proprio le tombe. Dalla seconda metà del IV secolo a.C. iniziano a diffondersi in Daunia — soprattutto a Canosa, Arpi, Salapia e Tiati, sotto l'influsso ellenico proveniente da Taranto e dalla Macedonia — i grandi ipogei gentilizi a camera: si tratta della manifestazione esemplare della necessità di monumentalizzare le dimore dei morti per sottolineare il prestigio delle famiglie dominanti daune, che raggiungono in questa fase il loro apice. Gli ipogei non erano semplici sepolture: erano dichiarazioni di potere scolpite nella roccia.

Tre ipogei, nove camere, un labirinto di pietra

Nel cuore di Canosa di Puglia, nel settore occidentale della città, all'interno di un'ampia area delimitata oggi da una cancellata, si trovano tre straordinari monumenti funerari ipogei che rappresentano sicuramente il più importante complesso funerario apulo. Si tratta degli ipogei Lagrasta, che derivano il loro nome dal proprietario dei terreni nei quali le sepolture vennero individuate tra la seconda metà dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. Tutti e tre sono stati scavati direttamente in un banco di calcarenite, e questa scelta non è casuale: la pietra diventa architettura, il sottosuolo diventa palazzo.

Il più grande dei tre, il Lagrasta I, è anche il più celebre. Presenta un lungo corridoio — il cosiddetto dròmos — e nove camere disposte a croce latina, decorate con semicolonne ioniche. Chi vi entra oggi percorre lo stesso asse di accesso che percorrevano i familiari del defunto per accompagnarlo all'ultima dimora: in fondo al corridoio si apre la stanza principale, riservata al capofamiglia, con vasto vestibolo, e presenta inoltre dei graffiti, le firme degli artigiani che lavorarono alla costruzione dell'ipogeo. Quelle firme anonime sopravvissute duemila anni sono forse i dettagli più toccanti dell'intera struttura. Nel 1843 vi fu trovata un'iscrizione che testimonia l'uso continuato della tomba fino al I sec. a.C. , a dimostrazione che il complesso non fu un monumento effimero, ma una struttura viva e frequentata per secoli.

Il Lagrasta II e il Lagrasta III completano il complesso con caratteri architettonici propri. Il Lagrasta II ha due camere in asse e due ordini di colonne, mentre il Lagrasta III include un dròmos inclinato che porta a due ambienti disposti in linea. In ognuno di questi spazi, le costruzioni sepolcrali sotterranee erano riservate alla nobiltà dei Dauni e conservano ancora oggi molto bene la struttura, con decorazioni architettoniche e pittoriche raffinate. Le pareti intonacate, le tracce di colore rosso, i soffitti a finte travi lignee: tutto concorre a restituire l'immagine di un interno che imitava — sottoterra — le dimore dei vivi.

Il corredo disperso: da Canosa al Louvre, al British Museum, al Met

Se l'architettura degli ipogei è rimasta dov'era, il loro contenuto ha preso strade ben diverse. I corredi restituiti da queste sepolture testimoniano la ricchezza e la raffinatezza delle élite aristocratiche che dominavano questa fiorente città dell'antica Daunia. Purtroppo gran parte di questi tesori è oggi dispersa tra le collezioni private e le esposizioni dei più grandi musei archeologici d'Europa e d'America. La storia di questa dispersione comincia quasi in contemporanea con la scoperta: con la complicità dei due fratelli Capolongo, noti tombaroli della zona, il Lagrasta riuscì ad occultare i materiali del prezioso corredo funerario sui quali riuscì a mettere le mani. Da quel momento il saccheggio divenne sistematico, e gli oggetti presero a circolare nel mercato antiquario europeo.

A documentare visivamente quello che il mondo stava perdendo provvide, nel 1872, il francese Prosper Biardot. La sua pubblicazione è composta di un ampio volume di testo e di un atlante figurato, comprendente ben 54 acquerelli, ed è la prima testimonianza visiva della straordinarietà del corredo funerario degli ipogei Lagrasta. Gli acquerelli raffigurano i 26 pezzi di terracotta policroma canosina, acquistati da Biardot a Canosa nel 1846, oggi esposti al Museo del Louvre nella sezione Art grec classique et hellénistique. Quegli acquerelli sono oggi una fonte storica preziosa quanto gli oggetti stessi: ritraggono un corredo nel momento immediatamente successivo alla scoperta, prima che la dispersione lo rendesse irriconoscibile. Numerosi vasi provenienti dalle camere di questo ipogeo sono oggi conservati al Louvre e al British Museum, altri sono perduti. Nella tradizione locale, del resto, il Lagrasta I non è mai stato chiamato con il semplice nome della famiglia che lo scoprì: l'ipogeo Lagrasta nella tradizione canosina è detto anche "l'Ipogeo del Tesoro", a testimonianza della straordinarietà del suo corredo funebre.

Principi dauni sotto la terra pugliese

Gli ipogei Lagrasta dovevano con molta probabilità appartenere a una famiglia di alto rango della società canosina. Le camere più interne, in particolare, restituirono elementi del corredo di straordinaria qualità: da alcune celle provengono elementi del corredo in oro e un'oinochoe figurata , mentre in altri ambienti sono stati rinvenuti diversi elementi in oro, vasi in alabastro e vetro, piatti in bronzo e armi. Un inventario che, messo insieme, restituisce il ritratto di un'aristocrazia militare e colta al tempo stesso, capace di commissionare oggetti raffinati e di circondarsi, anche nell'aldilà, di tutto ciò che aveva reso la propria vita degna di essere vissuta.

Il complesso Lagrasta rappresenta uno dei più grandi esempi dell'Italia del Sud e l'architettura comprende diversi ambienti principali collegati a più camere sepolcrali modellate nella roccia. Visitarlo oggi significa scendere letteralmente nel tempo: percorrere il dròmos, sostare davanti alle semicolonne ioniche, leggere sul soffitto le tracce di colore che duemila anni non hanno del tutto cancellato. E pensare che tutto questo stava lì, silenzioso e intatto, aspettando soltanto che qualcuno cercasse un posto per il fieno.

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