Sembra un teatro greco, ma è una cava di pietra leccese: a Cursi, nel cuore del Salento, il sottosuolo è un museo vivente
Arrivare a Cursi non è come arrivare in nessun altro paese del Salento. Poco distante da Maglie, nel mezzo di quell'entroterra leccese che molti turisti attraversano senza fermarsi, si apre all'improvviso un paesaggio che toglie il fiato: le cave di pietra locale, oggi dismesse, si squarciano come esotici canyon, algidi e fumosi, dando al paesaggio un aspetto quasi irreale. Gradoni regolari, pareti verticali di un giallo dorato intenso, silenzi spezzati solo dal vento. Il primo istinto è quello di cercare le sedute di un teatro greco antico, e invece si tratta di archeologia industriale, di fatica umana tradotta in geometria, di un'intera comunità che per secoli ha letteralmente scavato la propria identità nella roccia.
Una pietra nata dal fondo del mare
Per capire Cursi, bisogna prima capire di che materia è fatta. La pietra di Cursi, comunemente detta pietra leccese, è dal punto di vista chimico una roccia calcarea del gruppo delle calcareniti risalenti al periodo miocenico, compreso tra 20 e 12 milioni di anni fa. Quello che oggi si estrae e si scolpisce era, in un'epoca in cui il Salento non esisteva ancora come penisola, un fondale marino brulicante di vita. È una roccia costituita da sabbie di rocce calcaree ed elementi di origine organica, quali scheletri di mammiferi, frammenti di coralli e animali marini microscopici immersi in un cemento calcitico: all'esame petrografico appare come un impasto granulare di microfossili, frammenti di fossili, intraclasti e pellets inglobati nel cemento calcitico. Milioni di anni di pressione e sedimentazione hanno trasformato quel mare scomparso in una delle pietre da costruzione più celebrate d'Italia.
La particolarità che ha reso la pietra leccese così preziosa per gli architetti e gli scalpellini è la sua docilità. Il cosiddetto leccisu viene ricavato in forma di parallelepipedi di varia dimensione e la sua estrazione è semplice, perché si lascia incidere facilmente; una volta estratta, però, durezza e resistenza crescono con il passare del tempo, e nella consolidazione la pietra assume una tonalità di colore ambrato simile a quella del miele. Tenera nella cava, dura nei secoli: una contraddizione apparente che spiega perché chiese e palazzi barocchi costruiti con essa abbiano resistito fino ai giorni nostri.
Cursi, paese di cavamonti
Da Cursi provengono gran parte delle pietre che hanno dato forma alle architetture barocche più belle del Salento, e il piccolo centro poco distante da Maglie rappresenta uno dei maggiori siti di estrazione della pietra leccese. La pietra leccese affiora naturalmente dal terreno e si estrae dal sottosuolo in enormi cave a cielo aperto, profonde fino a cinquanta metri, diffuse su tutto il territorio salentino, in particolare nei comuni di Lecce, Corigliano d'Otranto, Melpignano, Cursi e Maglie. Per secoli, il lavoro di estrazione fu affidato esclusivamente alle braccia e alla sapienza dei "cavamonti", come venivano chiamati gli operai specializzati. In tempi antichi l'estrazione avveniva direttamente a mano, grazie al lavoro e all'esperienza di questi operai esperti del territorio che individuavano le zone più ricche di questa pietra salentina. Non era soltanto forza fisica: era una conoscenza stratificata, quasi artigianale, perché i cavamonti conoscevano le varietà della pietra leccese e selezionavano le varietà più adatte ai differenti usi.
Con la modernizzazione del secondo Novecento, le modalità di estrazione sono rimaste sostanzialmente invariate nel corso dei secoli, ma solo negli ultimi cinquanta o sessanta anni sono profondamente mutate le attrezzature con cui essa avviene, e di conseguenza i tempi e i costi connessi. A partire dagli anni Cinquanta l'estrazione avviene con l'ausilio delle macchine: si procede incidendo il piano di scavo con solchi paralleli mediante una sega a disco verticale dentato che si muove su binari, prima in un senso e poi perpendicolarmente; subito dopo entra in azione la macchina scalzatrice, capace di tagliare la pietra orizzontalmente. Il risultato visivo di secoli di questo lavoro — prima manuale, poi meccanizzato — sono le geometrie perfette e surreali che oggi si ammirano nel Parco delle Cave.
Quando la cava diventa museo
Le cave dismesse di Cursi non sono rimaste abbandonate al silenzio. Oggi la pietra lavorata dall'uomo vive con la vegetazione che in alcuni tratti ha preso il sopravvento, disegnando un paesaggio quasi fiabesco e sospeso, dove sbuca ogni tanto una "ventarola", un vero e proprio arco temporale che segna una discontinuità tra uno strato geologico e l'altro, una ferita nella roccia dove si sono depositati fossili, scheletri e importantissime rarità. Le cave di Cursi hanno fatto emergere interessantissime tracce fossili di un lontano passato, oggi raccolte e conservate per la maggior parte nel Museo Paleontologico di Maglie.
Cursi, paese di cavamonti, ospita l'Ecomuseo della Pietra Leccese, un museo diffuso che si spande anche nelle stradine del centro antico e nei villaggi limitrofi, seguendo le tracce di questo tufo speciale, ancora oggi elemento fondante del paesaggio e dell'architettura salentini. A Cursi, fin dal 2000, è presente questo ecomuseo, realizzato a breve distanza dalle cave di tufo, oggi abbandonate. La sede istituzionale si trova in un palazzo storico del centro, ma il vero cuore pulsante del percorso è all'aperto: la Passeggiata del Parco delle Cave è un viaggio nel cuore profondo della pietra e della storia di Cursi, e permette di scoprire le antiche cave, autentiche cattedrali a cielo aperto, ognuna con una propria voce e una propria identità.
L'ecomuseo mantiene viva la memoria valorizzando la cultura della pietra, dalle tecniche estrattive e di lavorazione alle metodologie d'impiego, anche attraverso attività di laboratori didattici. La sede ospita una galleria di manufatti in pietra progettati da architetti di fama o aziende locali, che si dipana anche nel sottostante frantoio ipogeo. È qui che il visitatore capisce fino in fondo la profondità di questa storia: non solo le cave a cielo aperto, ma anche i livelli più nascosti del sottosuolo custodiscono tracce di un rapporto antico e viscerale tra questa comunità e la sua roccia.
Un paesaggio che non dimentica
Attraversando le cave, si leggono le stratificazioni geologiche come pagine di un libro aperto, in cui sono incastonati fossili millenari che raccontano di mari scomparsi e terre in trasformazione; ma le cave non sono solo geologia: sono soprattutto memoria viva della comunità locale. Qui si riscopre la fatica quotidiana degli operai, il ritmo dei gesti tramandati, gli attrezzi ormai consumati dal tempo, ma ancora capaci di evocare il suono del lavoro e l'odore della pietra appena tagliata. Camminare tra queste pareti dorate significa attraversare contemporaneamente più epoche: quella geologica del Miocene, quella del lavoro artigianale dei cavamonti, quella del barocco leccese che in questi blocchi trova la sua origine.
Cursi non è un posto che si mostra subito. Bisogna cercarlo, imboccare le strade secondarie dell'entroterra salentino e lasciare che il paesaggio parli da solo. Quando le prime pareti di roccia appaiono oltre le siepi di fichi d'India, qualcosa scatta: quella geometria silenziosa e dorata non assomiglia a niente di già visto. E allora si capisce perché il Salento barocco esiste, perché le sue chiese splendono di quella luce calda e ambrata. Tutto è partito da qui, da queste cave che sembrano anfiteatri e sono invece il laboratorio segreto di una civiltà della pietra.
Fonti e approfondimenti
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Dove nasce il barocco, nel museo della pietra leccese – Qui Salento quisalento.it ↗
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Ecomuseo della Pietra Leccese e delle Argille – percorsi esperienziali ecomuseopietralecceseargille.it ↗
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Pietra leccese – Wikipedia it.wikipedia.org ↗
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Cursi e la pietra leccese – Stefano Garrisi stefanogarrisi.it ↗
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Ecomuseo della Pietra Leccese – Regione Puglia AI Smart interregaismart.regione.puglia.it ↗
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