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La Cattedrale di San Sabino a Bari Vecchia: dove un emirato arabo lasciò il segno sotto la pietra romanica

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 1 Agosto 2026 · 6 min di lettura
Il campanile e la facciata della Cattedrale di San Sabino in piazza Odegitria, Bari Vecchia, alla luce del tramonto
Foto: Evelyn Hill from Rome, Italy / CC BY 2.0 via Wikimedia Commons

Basta fermarsi qualche minuto in piazza Odegitria, nel cuore più antico di Bari Vecchia, per capire che il campanile della Cattedrale di San Sabino non è una torre come le altre. Con il suo profilo slanciato che svetta da secoli sul capoluogo pugliese , quella struttura verticale racchiude in sé strati di storia che pochissimi turisti — e non sempre tutti i baresi — sanno leggere fino in fondo. Chi guarda dal basso verso l'alto vede romanico pugliese nella sua forma più sobria ed elegante. Ma chi conosce la storia di questa città sa che il terreno su cui quella torre poggia ha ascoltato preghiere in più lingue, rivolte a più divinità, lungo un arco di oltre mille anni.

Dove sorgeva la moschea degli emiri

Per capire il fascino stratificato di questo angolo di Bari bisogna fare un passo indietro di circa dodici secoli. Tra l'847 e l'871 Bari fu capitale di un emirato arabo, una delle poche esperienze di dominio islamico strutturato nel Sud Italia continentale. Secondo la tradizione locale, raccolta da cronisti come Beatillo e Petroni, la cattedrale sorgeva nelle vicinanze della moschea e del palazzo degli Emiri. Non si tratta di una semplice coincidenza topografica: si dice che, intorno alla metà del nono secolo, ai tempi dell'emirato arabo di Bari, fra le mura dell'antica cattedrale venisse esercitato il culto di Allah. La storia di questo luogo sacro è dunque quella di uno spazio conteso, attraversato da fedi diverse che vi hanno lasciato tracce sovrapposte come le pagine di un palinsesto.

Quando Ludovico II d'Italia riconquistò Bari nell'871, il sito tornò lentamente alla sua funzione cristiana. La zona fu interessata da una forte espansione edilizia nei secoli X e XI, poco dopo la ripresa della città da parte dell'imperatore bizantino Basilio I nel 876 e l'istituzione del Tema di Longobardia. Fu proprio in quel clima di restaurazione bizantina che la cattedrale riprese forma e autorevolezza. La datazione all'XI secolo per l'intero nuovo complesso basilicale è avvalorata dal trasferimento a Bari del seggio episcopale di Canosa, antica città cristiana a nord di Bari, decaduta ad opera dei Saraceni dell'Emirato barese. Il rafforzamento del potere politico e quello del potere religioso andavano dunque di pari passo, come facce della stessa medaglia.

Guglielmo il Malo e la rinascita romanica

La storia della cattedrale conobbe però un'altra, brutale cesura. L'edificio eretto da Bisanzio, cominciato nel 1034 e compiuto nel 1062, fu distrutto nel 1156, insieme a quasi tutta la città, dal normanno Guglielmo il Malo, e ricostruito verso la fine del XII secolo ad opera dell'Arcivescovo Rainaldo, utilizzando buona parte del materiale ricavato dalle rovine, in stile romanico-pugliese, sul modello di San Nicola. Fu questa ricostruzione a dare alla cattedrale l'aspetto sostanzialmente romanico che ancora oggi la caratterizza. Inaugurata il 4 ottobre del 1292, fu edificata secondo gli stilemi del romanico pugliese sulle rovine del duomo distrutto da Guglielmo il Malo. Il cantiere medievale, guidato dal riuso intelligente di materiali antichi, incorporò nella nuova fabbrica frammenti di epoche precedenti, rendendo ogni pietra una piccola enciclopedia della città.

La facciata che si ammira oggi ne è la prova più immediata. Su di essa spiccano un rosone a diciotto petali e una bifora sul cornicione aggettante, sorretto da colonne con capitelli corinzi che adornano il grande portale centrale. La pietra calcarea luminosa è ornata da archetti, lesene e un rosone dalla ghiera istoriata , elementi che parlano il linguaggio universale del romanico meridionale, quel codice architettonico nato proprio dall'incontro — spesso violento, ma sempre fecondo — tra cultura normanna, bizantina e araba.

Il campanile: una torre con molte vite

È il campanile, però, la struttura che più accende l'immaginazione. La cattedrale in origine aveva due torri campanarie: nel 1267 un terremoto abbatté la torre di sinistra, ricostruita agli inizi del Trecento, e nel 1613 crollò la torre di destra, per le condizioni fatiscenti in cui versava, e non fu più riedificata. La torre superstite ha conosciuto ulteriori vicende: dopo essere stata oggetto di interventi di restauro nel Settecento e nell'Ottocento, è stata smantellata nel 1948 e ricostruita nel giro di due anni seguendo lo schema d'impianto medievale e utilizzando gli elementi lapidei originari. Ciò che vediamo oggi è dunque una ricostruzione filologica del dopoguerra, ma fedele all'anima medievale dell'edificio.

Caratterizzata da una pianta quadrata, la torre è alta 68,90 metri e si articola su sei livelli oltre al piano terreno decorato con archi ciechi. I primi livelli sono ornati da bifore, trifore e quadrifore sui quattro lati, mentre il sesto piano è costituito da una torre lievemente rientrante rispetto ai prospetti sottostanti, sormontata da una cuspide piramidale. È proprio questa alternanza di aperture finestrate e superfici murarie compatte, questo slancio verticale che sembra voler dialogare col cielo più che con la piazza, a rendere il campanile così peculiare. Campanili così eleganti, con bifore, trifore e quadrifore, facevano pensare a veri e propri elementi di decorazione architettonica piuttosto che a semplici torri campanarie. Non stupisce che chi lo vede per la prima volta — soprattutto con la luce bassa del tramonto, quando la pietra calcarea vira all'ambra dorato — possa percepire in quelle proporzioni qualcosa di lontano, quasi orientale.

La Trulla, le reliquie e la Madonna di Costantinopoli

Accanto al campanile, e forse ancora più antica nella sua funzione, c'è la Trulla: quella costruzione cilindrica sul lato sinistro del transetto, forse in origine un battistero, che per la sua forma rotonda porta questo nome singolare. Gli scavi degli ultimi decenni hanno dimostrato che la cattedrale sorgeva nel medesimo sito di quello attuale, leggermente spostata verso la piazza, e aveva a fianco il battistero corrispondente all'odierna Trulla. Ogni pietra di questo complesso, insomma, racconta una continuità di presenza umana e religiosa che attraversa millenni senza interruzione.

Dentro la cattedrale, la cripta custodisce le reliquie di San Sabino di Canosa, ma è un'altra presenza a colpire forse ancora di più: l'icona della Madonna di Costantinopoli, col titolo di Odegitria — "indicatrice della via" — conservata nella cripta, che offre il segno più eloquente dei legami profondi tra Bari e l'Impero bizantino. La piazza stessa prende il nome da questa icona, e la cattedrale diventa così il punto d'incontro di tre mondi: quello arabo, che qui pregò per qualche decennio nell'alto medioevo; quello bizantino, che qui fondò la sua presenza religiosa e politica; quello normanno-romanico, che qui costruì in pietra la propria affermazione di potere.

Tutto questo in un angolo di Bari Vecchia che molti visitatori attraversano frettolosamente, diretti alla più celebre Basilica di San Nicola. Eppure basterebbe fermarsi, alzare gli occhi verso quel campanile alto quasi settanta metri e chiedersi quante voci ha ascoltato nel corso dei secoli — in arabo, in greco, in latino, in barese stretto — per capire che il vero monumento di questa città non è una singola chiesa, ma l'intera, meravigliosa stratificazione di umanità che ci è sopravvissuta.

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