Gallipoli non ha sempre pregato in italiano: dentro la cattedrale di Sant'Agata, dove sopravvive l'anima greca della città bella
C'è un momento, durante la festa solenne della patrona, in cui il tempo compie un piccolo salto all'indietro. Le parole del Vangelo risuonano nella cattedrale di Sant'Agata non in italiano, non in latino, ma in greco antico. Non è una scelta estetica, non è un vezzo liturgico: è la memoria viva di una città che per oltre un millennio ha pregato in una lingua diversa da quella che oggi ci aspetteremmo. A ricordare il forte legame tra Oriente e Occidente, durante il solenne pontificale della patrona della diocesi, il Vangelo è ancora oggi proclamato in greco. Gallipoli, la "città bella" — il cui nome deriva proprio dal greco *kalé polis* — porta incisa nell'etimologia del suo nome la radice di una civiltà che ha impresso segni profondi nella pietra, nella liturgia e nell'arte.
Una diocesi che pregava in greco
Per comprendere cosa custodisce davvero la cattedrale di Sant'Agata, occorre tornare indietro di molti secoli. Gallipoli non era semplicemente una città di rito latino che occasionalmente guardava a Bisanzio: era, a pieno titolo, una sede episcopale di tradizione greco-orientale. Sino all'anno 1513 la diocesi osservava il rito greco-bizantino: la data è tramandata dagli scritti di un cittadino, Francesco Camaldari, il quale poté accertare che l'ultima Messa in greco fu celebrata in onore della madre, scomparsa in quello stesso anno. Un'ultima Messa greca per una madre: difficile immaginare congedo più intimo e definitivo da un'intera era liturgica.
Gallipoli non fu un caso isolato nel Meridione. Concluso il Concilio di Firenze nel 1439, le superstiti sedi episcopali bizantine d'Italia passarono tutte progressivamente al rito romano: Rossano nel 1460, Gerace nel 1482, Gallipoli nel 1513 e Bova nel 1573. Era la fine di un mondo liturgico che aveva resistito per secoli alla pressione romana, sopravvissuto alle dominazioni normanne e sveve, tenuto in vita da clero locale e comunità greche radicate lungo le coste ioniche e adriatiche. Quando anche Gallipoli capitolò, non lo fece di schianto: lo fece con quella Messa privata che un figlio volle ancora in greco per salutare sua madre.
La cattedrale sorge su un'eredità orientale
Non è un caso, allora, che l'attuale basilica concattedrale sia stata costruita esattamente sopra le fondamenta di un luogo di culto che portava il nome di un padre della Chiesa orientale. La chiesa sorge sul sedime di una più antica struttura dedicata a San Giovanni Crisostomo , il grande patriarca di Costantinopoli, autore della liturgia eucaristica più diffusa nel mondo di rito bizantino. Quella dedica non era casuale: era la firma di una comunità che si riconosceva nella tradizione greca e che aveva costruito il proprio spazio sacro attorno a un nome venerato dall'Oriente cristiano.
La struttura che oggi si ammira nacque a partire dal 1629 per volontà del vescovo Consalvo De Rueda, su progetto del Genuino, con un lascito del medico Giovan Giacomo Lazari, e fu completata nel 1696 sotto l'episcopato di monsignor Antonio Perez de La Lastra. La monumentale facciata in stile barocco, intagliata nel carparo — la pietra di tufo locale — si sviluppa su due ordini, coronati in alto dal frontone che reca incisa la data di conclusione dei lavori: A.D. 1696. Eppure quella pietra dorata racconta anche qualcosa di precedente a sé stessa: quest'area era sacra già dal lontano 1126 , quando le radici orientali della città erano ancora pienamente vive.
L'icona della Vergine e la tradizione lucana
Tra le memorie più suggestive conservate nella basilica vi è quella di un'icona della Madonna, alla quale la tradizione devozionale locale attribuisce origini antichissime — alcune fonti la vogliono addirittura risalente al I secolo, collegandola alla figura evangelica di San Luca, autore secondo la pia leggenda di numerose immagini mariane sparse tra Oriente e Occidente. È un topos devozionale ricorrente nel Meridione d'Italia e nel mondo greco-cristiano, dove la "mano di Luca" diventa garanzia di autenticità spirituale per le icone più venerate. Che la tradizione sia storicamente verificabile o meno, essa racconta qualcosa di reale: il profondo legame che questa città ha intrecciato, per secoli, con la cultura dell'immagine sacra di matrice orientale, dove l'icona non era semplice decorazione ma finestra sul divino, oggetto di preghiera fisica e collettiva.
Di notevole rilievo, tra le opere della cattedrale, è la raffigurazione della Vergine col Bambino tra i Santi Andrea Apostolo e Giovanni Battista, inquadrata in una cornice di undici formelle. La vera protagonista delle navate laterali è la pittura, che rende la chiesa una vera e propria pinacoteca del periodo barocco, con le numerose pale d'altare dei pittori gallipolini Giovanni Andrea Coppola e Giovan Domenico Catalano. La devozione mariana si intreccia dunque con la storia dell'arte locale in un dialogo continuo tra le radici greche e il linguaggio barocco che le ha ricoperte — senza mai del tutto cancellarle.
Una pinacoteca sacra nel cuore dell'isola
Chi entra nella basilica oggi si trova di fronte a uno spazio che accumula stratificazioni storiche come fanno le città antiche. A dominare la cattedrale è una tela posta sopra l'altare maggiore: il Martirio di Sant'Agata, un'opera eseguita da Nicola Malinconico che ricopre più di cento metri quadrati, molto simile nello stile a Luca Giordano, suo maestro. Nel presbiterio, delimitato da una balaustra marmorea, s'innalza un maestoso altare maggiore in marmi policromi, opera dell'artista bergamasco Cosimo Fanzago. Ogni cappella laterale aggiunge un capitolo nuovo alla storia della città: storie di santi, martiri, madonne e patroni che la comunità ha sentito propri attraverso i secoli.
La basilica è intitolata a Sant'Agata, vergine e martire, patrona insieme a San Gregorio Armeno sia della città che della diocesi di Nardò-Gallipoli. Nel 1946 Papa Pio XII la elevò a Basilica Pontificia Minore , e fu dichiarata monumento nazionale già sotto Vittorio Emanuele III, nel 1940. Due riconoscimenti che certificano, su piani diversi, il valore di un luogo che è molto più di un edificio religioso: è il palinsesto materiale di una città che ha cambiato lingua liturgica, ma non ha mai smesso di custodire la memoria di quella greca.
La prossima volta che vi capiterà di attraversare il ponte che collega la parte moderna di Gallipoli alla sua isola antica, fermatevi un momento davanti alla facciata della cattedrale. Guardate le statue nel carparo, la data 1696 incisa nel frontone, le colonne che richiamano un ordine classico mai del tutto tramontato. Poi entrate, e cercate di sentire — sotto il barocco, sotto il latino, sotto i secoli — il suono antico di una Messa greca che una città intera ha ancora il coraggio di non dimenticare del tutto.
Fonti e approfondimenti
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Cathopedia – Diocesi di Nardò-Gallipoli it.cathopedia.org ↗
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Oriente Cristiano – Il rito italo-bizantino orientecristiano.it ↗
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Wikipedia – Basilica concattedrale di Sant'Agata it.wikipedia.org ↗
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BeWeB – Chiesa di Sant'Agata, Gallipoli beweb.chiesacattolica.it ↗
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Gallipoli nel Salento – La Basilica Cattedrale di Sant'Agata gallipolinelsalento.it ↗
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Puglia.info – Gallipoli, la perla dello Ionio puglia.info ↗
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