Quattro volte bruciata e quattro volte risorta: Brindisi custodisce le colonne romane che segnavano la fine dell'Appia, la regina delle strade antiche
C'è un punto a Brindisi dove l'Italia finisce e il Mediterraneo comincia, e dove duemila anni di storia si raccolgono in un unico fusto di marmo bianco. Salite la scalinata che porta al belvedere sul porto interno, lasciate che l'Adriatico vi si apra davanti, e poi alzate gli occhi: una colonna solitaria svetta contro il cielo, silenziosa e imponente come sempre. Di fianco a lei, a distanza di qualche metro, c'è solo un basamento tronco — la cicatrice di ciò che era e non è più. Eppure, anche nella sua incompletezza, questo monumento racconta una storia che non ha eguali in Italia: quella delle uniche colonne romane rimaste in piedi sul suolo italiano che, secondo la tradizione più longeva, segnavano il capolinea della Via Appia, la più celebre arteria dell'Impero.
La regina delle strade e il suo approdo sul mare
La Via Appia fu costruita nel 312 a.C. per volere del censore Appio Claudio Cieco. Collegava inizialmente Roma con Capua e, successivamente, fu prolungata fino a Brindisi, affacciata sull'Adriatico, da dove partivano le rotte marittime verso la Grecia, l'Oriente e l'Egitto. Non era soltanto una strada: era l'arteria principale di un impero che si misurava in legioni e province, in guerre e commerci. Ogni legionario, ogni mercante, ogni ambasciatore che lasciava Roma con destinazione Oriente percorreva quella strada e finiva qui, davanti a queste colonne. Il porto di Brindisi era, in sostanza, la porta sul mondo conosciuto.
Secondo l'ipotesi più accreditata dalla tradizione, si tratta di un monumento fatto innalzare intorno al 110 d.C. dall'imperatore Traiano, per celebrare — insieme al potenziamento del porto — la costruzione di una deviazione della via Appia per il tratto che da Benevento conduceva a Brindisi, passando da Canosa, Ruvo ed Egnazia; strada che da lui fu chiamata Traiana o Appia-Traiana. Non mancano, tuttavia, letture alternative: per altri si tratterebbe di un monumento eretto in onore di Ercole, al cui figlio Brento i brindisini facevano risalire la rifondazione della città, e il cui culto era molto vivo a Brindisi come in tante altre città. La verità è che le due colonne vennero edificate sicuramente a scopo celebrativo, ma non è chiaro né quando, né da chi, né soprattutto perché vennero realizzate.
Marmo proconnesio alto quasi diciannove metri
In origine erano due colonne gemelle, un unicum nel panorama architettonico dell'antichità. La colonna che si innalza sul porto di Brindisi è in marmo proconnesio e misura ben 18,74 metri d'altezza: la base 4,44 m, il totale degli otto rocchi è 11,45 m, il capitello misura 1,85 m e, infine, un metro del cosiddetto pulvino. Erano visibili da lontano, soprattutto da chi si avvicinava al porto via mare: poste in posizione dominante sul porto, sulla collina compresa fra i Seni di Levante e di Ponente, in asse con lo stretto canale che metteva in comunicazione il porto interno con il mare aperto, le due colonne potrebbero aver rappresentato i confini ideali tra il mare aperto e la riva, indicando l'ingresso in un porto sicuro.
La loro fama era tale da varcare i secoli e i mari. Si suppone, infatti, che le due colonne con il Leone di San Marco e la statua di San Teodoro che i veneziani innalzarono in piazza San Marco, proprio di fronte alla banchina più importante della città lagunare, siano una replica medievale di quelle di Brindisi. Un omaggio che Venezia — regina del commercio medievale — avrebbe reso all'antica capitale adriatica dell'Impero romano.
Il fuoco dei Saraceni e l'iscrizione dimenticata
Le colonne non conobbero soltanto gloria. Brindisi fu una città bruciata, saccheggiata e ricostruita più volte nel corso dei secoli, e i suoi monumenti condivisero ogni ferita. Sulla base della colonna rimasta a Brindisi vi è un'iscrizione che ricorda la ricostruzione nel IX secolo della città, distrutta dai Saraceni — che tra l'altro appiccarono il fuoco alle colonne stesse — ad opera del protospatario Lupo, che agì nel nome dell'Imperatore di Costantinopoli Basilio. L'iscrizione, che si leggeva ancora interamente nel 1674, recitava: "L'illustre e pio per azioni benefiche Lupo Protospata ricostruì dalle fondamenta questa città, che gli Imperatori magnifici e benigni…" — e l'epigramma continuava, con ogni probabilità, sulla base della seconda colonna, troppo presto deterioratasi. Di quei caratteri non è rimasto neppure il ricordo.
Il crollo del 1528 e il dono a Lecce
Il colpo più duro arrivò il 20 novembre 1528. Senza apparente motivo, una delle colonne crollò, e il rocchio superiore cadde di traverso sulla base. I frammenti rimasero al suolo per oltre un secolo. Poi, nel mezzo di una catastrofe, arrivò un gesto destinato a fare storia — e a provocare qualche risentimento. Nel 1657, una terribile peste colpì la città di Lecce, i cui cittadini vollero innalzare un monumento al proprio santo protettore. I Leccesi, al fine di ringraziare Sant'Oronzo per aver protetto la loro città dalla peste, decisero di realizzare un monumento al santo nella piazza principale della loro città: e allora il sindaco di Brindisi Carlo Stea prese la decisione di raccogliere i pezzi della colonna caduta e di donarli a Lecce, affinché i leccesi potessero costruirsi una colonna per il loro monumento. Ancora oggi, al centro di Piazza Sant'Oronzo a Lecce, quella colonna riassemblata sorveglia la vita della città salentina, ignara — o quasi — della sua precedente esistenza sul lungomare brindisino.
La seconda guerra mondiale e il restauro del Novecento
La colonna superstite non aveva ancora finito di affrontare le proprie prove. Fu smontata durante la seconda guerra mondiale per evitare crolli o danni causati dai furiosi bombardamenti subiti dalla città. Una scelta prudente che la salvò dall'ennesima distruzione, ma che la privò temporaneamente della sua presenza sul porto. Riassemblata nel dopoguerra, tornò al suo posto per qualche decennio prima di affrontare un ultimo, accurato intervento: tra il 1996 e il 2002 la colonna è stata nuovamente smontata nelle sue parti componenti e questa volta interamente restaurata, mentre nel piazzale circostante sono state svolte indagini archeologiche; dopo il rimontaggio, il capitello originale è ora esposto in una sala del Palazzo Granafei-Nervegna, al suo posto è stata collocata una copia.
Un simbolo che resiste, tra dubbi e certezze
Il dibattito degli studiosi non è del tutto sopito. Per lungo tempo le colonne sono state ritenute terminali della Via Appia, ma considerazioni topografiche e morfologiche fanno pensare che tale ipotesi sia solo il frutto di erudizione accademica settecentesca. Eppure, indipendentemente dalla disputa accademica sul loro ruolo preciso, il loro significato simbolico rimane intatto. Il monumento delle due colonne abbinate rappresenta l'unico elemento sopravvissuto a lungo e quasi intatto della città romana, divenendo il simbolo stesso della comunità brindisina. E poi c'è un altro riconoscimento, recente e di peso: la Via Appia, recentemente divenuta patrimonio Unesco, rivestì un ruolo di straordinaria importanza nell'antichità, sia materiale, legato all'economia e ai trasporti, sia culturale, essendo stata oggetto di un'opera di Orazio nota comunemente come "Iter Brundisinum", il viaggio verso Brindisi.
Brindisi brucia e rinasce. L'ha fatto con i Saraceni, con i terremoti, con la peste, con le bombe. E ogni volta, sul promontorio che guarda l'Adriatico, quella colonna di marmo è tornata al suo posto — come a ricordare che alcune storie non finiscono davvero mai, nemmeno quando sembrano crollate.
Fonti e approfondimenti
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Colonne romane di Brindisi: storia, crollo e Lecce – Puglia24News puglia24news.it ↗
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Le Colonne Romane di Brindisi – Provincia di Brindisi provincia.brindisi.it ↗
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Colonne romane di Brindisi – Wikipedia it.wikipedia.org ↗
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Le colonne romane di Brindisi, punto finale della Via Appia – In Città incittagiovinazzo.it ↗
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Colonne Romane – Epigrafi e storia – Brundarte brundarte.it ↗
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Le colonne romane di Brindisi – La Terra di Puglia laterradipuglia.it ↗
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