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La Tavola dei Paladini: il dolmen di Montalbano veglia su Ostuni da millenni

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 27 Luglio 2026 · 6 min di lettura

Arrivando da Fasano sulla Statale 16, in direzione Ostuni, si attraversa una campagna che sembra immutabile: muretti a secco, ulivi centenari dalle chiome argentate, il profumo pungente della macchia mediterranea. Il territorio è solcato da numerose incisioni torrentizie chiamate "lame" e proprio lungo uno di questi corsi d'acqua temporanei, in località Pisco Marano — contrada Indelli — si erge una delle più significative testimonianze della civiltà megalitica: il Dolmen di Montalbano. Non c'è indicazione turistica vistosa, non c'è recinto che spezzi l'illusione. Il megalite è lì, tra i campi, come se il paesaggio lo avesse semplicemente inglobato nel tempo. E in effetti, è quasi certamente quello che è successo.

Una pietra con due nomi e mille anni di silenzio

Conosciuto anche come "Tavola dei Paladini", il dolmen è facilmente raggiungibile percorrendo la Strada Statale 16 Adriatica, in direzione mare, nel tratto Fasano–Ostuni, in zona "Occhio Piccolo". Il soprannome popolare — Tavola dei Paladini — racconta molto dell'immaginario che nei secoli si è stratificato attorno al monumento: un tavolo tanto grande da poter appartenere solo a esseri sovrumani, a cavalieri leggendari, a giganti. Il megalite risale probabilmente alla prima età del Bronzo, intorno al III-II millennio a.C., e si mantiene ancora saldo nella struttura, nonostante i tanti atti vandalici e le gravi manomissioni subite nel tempo, tra cui la scomparsa del dromos, ovvero il corridoio di accesso. Quel corridoio perduto è la ferita più visibile: chi lo ha smantellato, probabilmente ignaro di ciò che stava distruggendo, ha cancellato la parte più articolata del complesso funerario, quella che ne esplicitava la funzione rituale.

La struttura è composta da due lastre di pietra calcarea verticali, lunghe circa 1,50 metri e alte circa 1,70, che sostengono una lastra di copertura di dimensioni prossime ai 2 per 3 metri. Le lastre che la compongono sembrano essere in arenaria, su cui è ancora possibile scorgere fossili di conchiglie. È un dettaglio quasi commovente: una pietra che porta in sé i segni del mare, eretta da mani umane su una collina dell'entroterra, rivolta verso quel mare da cui probabilmente provenivano i popoli che la costruirono.

Altare, sepolcro o osservatorio? Il dibattito che non si chiude

La domanda che ogni visitatore si pone guardando quelle quattro lastre è la stessa che si sono posti gli studiosi per decenni. Secondo una delle ipotesi più accreditate, i dolmen — termine che deriva dal bretone e significa letteralmente "tavola di pietra" — erano altari sacrificali; per altri studiosi erano invece costruzioni sepolcrali, e in questa seconda lettura il dolmen di Montalbano rappresenterebbe una delle prime testimonianze del culto dei morti nell'intera area circostante. Il FAI, che lo annovera tra i Luoghi del Cuore, sottolinea come la sua storia si perda nella notte dei tempi, legata ad antichi riti magici, studi astronomici o al culto dei morti, e che proprio questa ambiguità ne aumenti il mistero e l'unicità.

Il dolmen di Montalbano fa parte di una numerosa serie di monumenti preistorici disseminati in tutto il territorio pugliese, che si concentrano non solo nel Salento ma anche nel Barese, a nord di Taranto. I dolmen pugliesi presentano alcune peculiarità comuni: oltre a una generale forma rettangolare o poligonale, sono collocati non lontano dalla costa e le aperture sono quasi sempre rivolte verso il mare. Una coerenza costruttiva che suggerisce culture in dialogo, popolazioni che condividevano riti, cosmologie e forse rotte commerciali lungo l'Adriatico. L'accostamento con Stonehenge non è peregrino: il celebre complesso megalitico britannico fu costruito tra il 3.000 e il 1600 a.C., un arco temporale che si sovrappone a quello in cui il dolmen di Montalbano venne probabilmente eretto.

Un borgo che non sapeva di stare su un luogo sacro

La storia del borgo di Montalbano si sovrappone a quella del suo megalite in modo quasi paradossale. Montalbano è l'unica frazione di Fasano non fondata da fasanesi: nel 1821, gli abitanti della Masseria Montalbano — oggi Montalbano Vecchio — decisero di trasferirsi dalla masseria della vicina Ostuni, ormai diventata troppo piccola per loro, in territorio fasanese, acquistando appezzamenti di terreno da una facoltosa famiglia locale. I nuovi abitanti provenivano prevalentemente dai centri della Murgia dei Trulli: Alberobello, Castellana, Noci, Conversano e Putignano. Contadini e pastori, dunque, trapiantati su una terra che già duemila anni prima di Cristo aveva visto uomini fermarsi, lavorare la pietra e compiere i loro riti funebri. Fondata nei primi decenni dell'Ottocento da questo gruppo di lavoratori agricoli provenienti dalla Murgia dei Trulli, la località ha conservato il suo aspetto rurale e le antiche testimonianze di architettura agricola salentina.

Il Dolmen di Montalbano è classificato come dolmen megalitico dalla Regione Puglia ed è stato sottoposto a vincolo con decreto ministeriale del 10 ottobre 1984 , ai sensi della legge 1089/1939 in materia di tutela delle cose di interesse artistico e storico. Una protezione formale arrivata relativamente tardi rispetto all'entità del monumento, e comunque non sufficiente a evitare le manomissioni che nel corso del Novecento ne hanno compromesso l'integrità.

Come si arriva, e perché vale il viaggio

Il dolmen si trova in agro di Fasano — sebbene a poca distanza dal confine con il Comune di Ostuni — e si raggiunge percorrendo la Statale 16 Adriatica, tra i cippi chilometrici 779 e 780, nel tratto Fasano–Ostuni. Basta svoltare nella stradina laterale nei pressi dell'ex Casa Cantoniera e percorrere qualche centinaio di metri in direzione del mare. Non ci sono biglietti da acquistare, non ci sono orari di apertura: il megalite è accessibile liberamente, immerso in quella campagna di ulivi e terra rossa che sembra fatta apposta per mettere in prospettiva qualunque urgenza contemporanea.

Chi percorre a piedi o in bicicletta il tratto della Via Francigena che collega la costa di Torre Canne a Ostuni passa non lontano dal sito e può fermarsi a osservarlo. È una sosta che vale il tempo di una riflessione: immerso in un paesaggio fatto di ulivi e campagne incontaminate, questo angolo della Valle d'Itria conserva nelle sue campagne non solo masserie fortificate ma anche un luogo sacro delle antiche popolazioni che lo edificarono durante l'eneolitico. Il dolmen è piccolo, certo, ma la sua presenza ha il peso di tutto ciò che non si vede: i secoli di silenziosi rituali, le mani che sollevarono quelle pietre, le generazioni che vi passarono accanto senza sapere — o forse sapendo benissimo — di camminare su un confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

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