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Il porto di Brindisi e le colonne romane che chiudevano il mondo: una cadde nel 1528 e per oltre un secolo nessuno sapeva dove fosse finita

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 31 Luglio 2026 · 6 min di lettura
La colonna romana superstite di Brindisi affacciata sul porto interno al tramonto
Foto: Holger Uwe Schmitt / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un punto preciso, sulla scalinata che scende verso il porto interno di Brindisi, in cui ci si ferma inevitabilmente. Non per stanchezza, ma per qualcosa che sfugge alla logica del turismo ordinario: una colonna di marmo che si alza contro il cielo adriatico con la stessa compostezza con cui lo faceva duemila anni fa. Una sola, perché l'altra non c'è più — o meglio, c'è, ma si trova altrove, e la sua vicenda vale quasi quanto quella della colonna rimasta in piedi.

La Regina delle strade finiva qui

Le due colonne gemelle segnavano il punto terminale della Via Appia, una delle più antiche e strategicamente importanti strade romane, che collegava Roma a Brindisi. Chiamarla semplicemente "strada" sarebbe riduttivo: la Via Appia era più di un tracciato viario — era simbolo di civiltà, progresso e potenza romana, da percorrere tra mausolei, tombe, acquedotti, templi e città fiorenti. Ogni legionario, ogni mercante, ogni ambasciatore con destinazione Oriente finiva qui, davanti a queste due torri di marmo. Tale asse viario, recentemente divenuto patrimonio Unesco, rivestì un ruolo di straordinaria importanza nell'antichità sia sul piano materiale, legato all'economia e ai trasporti, sia su quello culturale, essendo stato oggetto di un'opera di Orazio nota come "Iter Brundisinum".

Le origini esatte delle colonne restano avvolte in un alone di incertezza che gli storici non hanno mai del tutto dissipato. Le due colonne vennero edificate sicuramente a scopo celebrativo, ma non è chiaro né quando, né da chi, né soprattutto perché vennero realizzate. L'ipotesi più accreditata dalla tradizione le attribuisce all'imperatore Traiano: si tratterebbe di un monumento fatto innalzare intorno al 110 d.C. per celebrare, insieme al potenziamento del porto, la costruzione di una deviazione della Via Appia nel tratto da Benevento a Brindisi, passando da Canosa, Ruvo ed Egnazia — strada che da lui fu chiamata Via Traiana. Non mancano tuttavia letture alternative: per alcuni si tratta invece di un monumento eretto in onore di Ercole, al cui figlio Brento i brindisini facevano risalire la rifondazione della città.

Diciannove metri di marmo sul porto più antico della Puglia

In origine erano due colonne gemelle, un unicum nel panorama architettonico dell'antichità, e come tali furono raffigurate già dal XIV secolo come emblema della città. La colonna superstite dà ancora oggi la misura di quella grandiosità: è in marmo proconnesio e misura 18,74 metri d'altezza, di cui 4,44 di base, 11,45 per gli otto rocchi, 1,85 per il capitello e un metro per il cosiddetto pulvino. Il capitello che oggi si vede in cima alla scalinata Virgilio, però, non è quello originale: l'originale è custodito nelle sale musealizzate di Palazzo Granafei-Nervegna. Sul fusto rimasto in piedi si leggono anche le tracce di una storia più tarda e violenta: sulla base vi è un'iscrizione che ricorda la ricostruzione nel IX secolo della città, distrutta dai Saraceni che tra l'altro appiccarono il fuoco alle colonne, ad opera del protospatario Lupo, che agì nel nome dell'imperatore di Costantinopoli Basilio.

Il porto attorno a cui queste colonne vegliavano non era un porto qualunque. Brindisi era, nei secoli d'oro di Roma, il principale sbocco mediterraneo verso Oriente: per capire perché quelle due colonne contassero così tanto bisogna tornare a quando Brindisi era il porto di Roma sul Mediterraneo, il punto verso cui ogni legionario, ogni mercante, ogni ambasciatore diretto a Oriente percorreva quella strada e giungeva infine davanti a queste due torri. Un primato che Bari e Lecce, per tutta la loro importanza storica, non hanno mai potuto rivendicare con la stessa autorevolezza.

Il 20 novembre 1528: una colonna scompare

Per secoli le due colonne rimasero in piedi, silenziose e solenni. Poi, il 20 novembre 1528, una delle colonne crollò in seguito a un forte terremoto e i vari pezzi marmorei rimasero a terra per oltre un secolo. Il rocchio superiore, quello immediatamente sotto il capitello, cadde di traverso sulla base, mentre tutti gli altri, inclusi capitello e pulvino, rimasero a terra per quasi 132 anni. La fonte storica più preziosa su quell'evento è la Cronaca dei Sindaci di Brindisi: si tratta di un'opera importantissima, quasi unica fonte principale sulla vicenda, dalla quale emerge che il 20 novembre 1528 cadde una delle colonne, due anni dopo che la peste aveva già colpito la città.

I frammenti giacquero lì, troppo ingombranti per essere spostati, troppo preziosi per essere abbandonati del tutto. L'opinione comune pensò all'accaduto come a un segno di sventura. Nessuno li raccolse, nessuno provò a ricostruire il monumento. La colonna era scomparsa dal profilo di Brindisi, e per generazioni restò semplicemente così: un cumulo di marmo sul lungomare di una città che stava attraversando secoli difficili.

La peste, Sant'Oronzo e il viaggio verso Lecce

La svolta arrivò da dove nessuno avrebbe immaginato: da una pestilenza che non colpì. La peste scoppiò di nuovo nel regno di Napoli nel 1657, ma non si diffuse nella Terra d'Otranto, e si ritenne che ciò fosse avvenuto per intercessione di Sant'Oronzo. La storia della colonna caduta si intreccia così con una delle più grandi paure del Seicento: a Lecce si attribuì il merito a Sant'Oronzo, e il popolo volle realizzare un monumento al santo, mentre l'allora sindaco di Brindisi Carlo Stea decise di offrire i pezzi della colonna caduta, donandoli alla cittadinanza leccese.

Non fu una cessione indolore. Il successore di Stea si rifiutò di inviare a Lecce i frammenti della colonna, ma alla fine il viceré di Napoli diede ordine di eseguire l'invio. Nel 1666, l'architetto Giuseppe Zimbalo innalzò nella piazza principale di Lecce la statua di Sant'Oronzo in cima alla colonna marmorea, che venne però di molto snellita: i rocchi di marmo romano vennero rastremati e rilavorati per adattarsi alla nuova funzione, e quello che era stato un simbolo pagano del potere imperiale di Roma diventava così il piedistallo di un santo cristiano, in una delle piazze più belle del Barocco pugliese. Oggi la statua di Sant'Oronzo che si trova nell'omonima piazza di Lecce poggia proprio sui resti di quella colonna.

Una contesa che dura ancora

La questione non si è mai chiusa davvero. Tra battute e storia, è tornata più volte attuale l'annosa contesa con i brindisini sul "furto" che la città di Lecce avrebbe fatto alla loro storia, sottraendo una delle due colonne terminali della Via Appia. Nel 2008 una commissione fu incaricata di fare chiarezza: il risultato decretò che le colonne erano state simbolo di una città che si rivolgeva al mare e non rappresentavano il punto terminale della Via Appia, che la colonna collocata a Lecce non sarebbe tornata a Brindisi e che non era necessario costruirne di nuove per rimpiazzare la mancante. Una sentenza che non ha spento le polemiche, come spesso accade quando di mezzo c'è il marmo antico e l'identità di una città.

Eppure, proprio questa incompletezza racconta qualcosa di vero. La colonna rimasta in piedi sul porto di Brindisi non ha bisogno della sua gemella per dominare la scena: continua a guardare il mare Adriatico con la stessa autorità con cui lo faceva quando da qui partivano le navi di Roma verso l'Oriente, e quando ogni strada — letteralmente — portava fin qui.

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