Sembra una collina abbandonata, ma nasconde l'antica Forentum: le necropoli daunie di Lavello, dove tremila anni di storia attendono ancora di essere scavati
Ci sono luoghi che ingannano lo sguardo. Visti dall'esterno, sembrano solo dossi di terra battuta, oliveti storti, colline che il vento dell'Ofanto ha consumato per millenni senza lasciare traccia di niente. Lavello, comune della Basilicata settentrionale a una trentina di chilometri da Canosa, è uno di questi luoghi. Eppure sotto quella superficie quieta giace una delle pagine più dense della preistoria del Sud Italia: la città daunia di Forentum, con le sue necropoli, i suoi guerrieri sepolti in armatura e i suoi corredi che oggi si trovano esposti nei musei di mezza Europa.
Una città di confine sull'Ofanto
Lavello è una cittadina in provincia di Potenza, situata su un'ampia e articolata collina poco distante dalla riva sinistra dell'Ofanto, a circa trenta chilometri a ovest del grande centro daunio meridionale di Canosa. Una posizione che non è casuale: l'Ofanto ha sempre segnato un confine mobile tra mondi diversi, e Forentum si è trovata, per secoli, esattamente su quella linea di contatto. Con ogni probabilità, sulla base di un rinvenimento epigrafico, Lavello va identificata con il Forentum citato dalle fonti antiche come un centro strappato dai Romani ai Sanniti tra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C. Prima ancora, però, era territorio daunio: i rinvenimenti archeologici testimoniano, in tutta l'area dell'insediamento di età storica, una frequentazione a partire dal Neolitico, con importanti emergenze relative all'Eneolitico e al Bronzo, mentre le evidenze della prima Età del Ferro collocano il sito a cavallo fra l'area daunia e l'orizzonte culturale della valle del Bradano e della Lucania orientale.
Il risultato è un'identità ibrida, stratificata, impossibile da ridurre a una sola etichetta. Forentum non era né puramente daunia né puramente lucana: era una città di frontiera, e come tutte le città di frontiera, aveva assorbito il meglio — e la complessità — di entrambi i mondi che la circondavano.
Le necropoli e i principi guerrieri
I corredi analizzati e presentati nel volume scientifico Forentum I, risultato di campagne di scavo che hanno interessato una vasta area della Basilicata settentrionale, testimoniano dell'importanza di questo centro della Daunia interna fra VIII secolo a.C. e la fase di passaggio al predominio romano. Un arco cronologico lunghissimo, che copre secoli di vita, di morte e di cerimonia funebre. Dall'esame dei corredi funerari e dei resti degli abitati è possibile affermare che nei primi secoli il potere era detenuto da ristretti gruppi dominanti, riconoscibili nelle tombe principesche di Lavello o Canosa, mentre nel VI secolo tale ceto emergente andò estendendosi, diminuendo il distacco dal resto della comunità.
Queste sepolture d'élite sono il cuore pulsante della storia di Forentum. È monumentale, per esempio, il corredo di un'importante tomba a camera di Lavello, detta "dei due guerrieri" e datata al III secolo a.C., proveniente dal Museo Archeologico di Melfi: il defunto era un cavaliere daunio che esibiva un'armatura oplitica alla greca abbinata a un elmo etrusco-laziale, circondato da oggetti della tradizione daunia e da vasi greci e di Canosa. Un'immagine potente di sincretismo culturale: un uomo che nella morte sceglieva di mostrarsi al tempo stesso guerriero greco, aristocratico etrusco e principe daunio, quasi volesse portare con sé, nell'aldilà, tutti i mondi che aveva attraversato in vita.
La civiltà daunia e le sue tracce nel territorio
Le prime testimonianze archeologiche della cultura daunia risalgono all'VIII secolo a.C., ma è tra il VII e il IV secolo a.C. che questa civiltà si sviluppò in modo particolare: questi antichi abitanti della Puglia parlavano un dialetto italico e si distinguevano per la loro organizzazione sociale e le caratteristiche sepolcrali. Tra queste ultime, le più celebri sono le stele funerarie: lastre di pietra finemente decorate poste sulle tombe, spesso realizzate in pietra calcarea, che rappresentano figure umane stilizzate, adornate con abiti, armi e gioielli che raccontano la vita e le credenze di questo popolo.
Il filo che lega Lavello al resto del mondo daunio è continuo e sorprendente. I principali centri dauni comprendevano, tra gli altri, Casone presso l'odierna San Severo, Lucera, Siponto, Arpi presso Foggia, Aecae presso Troia, Canosa, Melfi, Lavello e Venosa: una costellazione di insediamenti che copriva l'intero arco settentrionale della Puglia e dei suoi margini, fino ai contrafforti dell'Appennino lucano. Lavello era, in questo sistema, un nodo di passaggio irrinunciabile: chi controllava la valle dell'Ofanto controllava i traffici tra Adriatico e Tirreno, tra pianura e montagna, tra il mondo greco e quello italico.
Un patrimonio ancora da dissotterrare
Le necropoli di Lavello cessano di fornire testimonianze all'incirca al momento della guerra annibalica, segno che il trauma delle guerre puniche, combattute proprio in questa regione, spezzò anche i rituali funerari che per secoli avevano accompagnato ogni sepoltura. Dopo quella cesura, il silenzio. Ma è un silenzio che le campagne di scavo hanno imparato a leggere, decifrandolo centimetro per centimetro.
Il problema, oggi, non è tanto l'assenza di interesse scientifico quanto la sproporzione tra l'enormità del sito e le risorse disponibili per indagarlo. In Puglia — e nell'area che gravitava attorno alla civiltà daunia — si concentra una delle più importanti collezioni archeologiche d'Europa, un patrimonio unico nel Mediterraneo antico che però resta in gran parte invisibile al pubblico e confinato nei depositi museali e universitari. Il caso di Lavello non fa eccezione: i reperti più preziosi sono stati a lungo custoditi lontano dal luogo di rinvenimento, e il sito stesso resta conosciuto più dagli specialisti che dai viaggiatori comuni.
Eppure basta fermarsi su quella collina, guardare il profilo dell'Ofanto che scivola verso Canosa e immaginare — anche solo per un momento — i carri funebri, le processioni, i lamenti delle donne daunie sopra le tombe aperte. Forentum non è ancora finita di raccontarsi. Sta solo aspettando, con la pazienza di chi ha già atteso tremila anni, che qualcuno torni a scavarla.
Fonti e approfondimenti
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