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Il sogno svevo sul mare: nel 1256 Manfredi, figlio di Federico II, fondò sul Gargano una città pianificata con strade a griglia e un porto destinato a dominare l'Adriatico

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 26 Giugno 2026 · 6 min di lettura
Il Castello Svevo-Angioino di Manfredonia affacciato sul Golfo, fotografato al tramonto dalla passeggiata sul mare
Foto: giovanni zagaria / CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

C'è una storia che Manfredonia porta incisa nelle sue strade dritte, nel dedalo ordinato dei suoi vicoli, nel modo in cui il centro storico si apre verso il mare come se fosse stato pensato apposta per guardarlo. Ed è proprio così: quella griglia urbana non è casuale, non è il risultato di secoli di crescita spontanea. È il frutto di una decisione presa in un pomeriggio di gennaio del 1256, da un principe in visita durante una battuta di caccia sul Gargano.

Una città condannata, una visione regnante

Nel gennaio 1256 il principe Manfredi, giunto a Siponto durante una battuta di caccia sul Gargano, trovò la città distrutta e gli abitanti costretti a vivere in case non più adatte all'uso abitativo, in un'area resa malarica dall'impaludamento. Siponto era stata un porto di rilievo fin dall'antichità — già in epoca romana era un buon porto per l'esportazione di frumento verso i Balcani — ma i terremoti del 1223 e poi del 1255, seguiti dal bradisismo e dall'impaludamento della costa, l'avevano svuotata di vita. Ciò che Manfredi trovò era, di fatto, una città-fantasma.

Decise quindi di ricostruire la città due miglia a nord dell'insediamento originario, dove alcune fonti attestano già la presenza di abitazioni. Le sue intenzioni erano duplici: da un lato, creare uno dei più importanti centri di governo di tutto il Regno, secondo gli evoluti canoni amministrativi ormai consolidati dal padre, l'imperatore Federico II. Il fatto che Federico II fosse morto nel dicembre 1250 non aveva spento il progetto: Manfredi era cresciuto alla sua corte, aveva studiato a Parigi e a Bologna, e aveva fatto suo quel modello di città-strumento del potere che il padre aveva applicato in tutto il Mezzogiorno. La storia di Manfredonia risale a un disegno geopolitico di cui Federico II fu l'instancabile ideatore, e il figlio Manfredi ne ripercorse gli ideali: Manfredonia, fondata nel 1256 in traslazione dell'antica Siponto, fu l'ultimo tassello di un'edificazione strategico-militare che negli intenti degli Hohenstaufen doveva portare la città daunia al livello di metropoli europea.

Il cantiere di una metropoli sveva

Manfredi conferì alla nuova città il proprio nome in segno di futuro prestigio, onore e potenza. In marzo i lavori vennero affidati al maestro costruttore Marino Capece, che riutilizzò i ruderi della città più antica e organizzò l'importazione via mare dalla Schiavonia di legname, calce e pietra. La macchina costruttiva si mise in moto con un'energia straordinaria. Il cronista Salimbene da Parma sottolineò che il progetto di Manfredi era molto ambizioso e che il sovrano avrebbe voluto fare di Manfredonia "una delle città più belle del mondo", godendo questa di una posizione strategica, protetta dai monti e posta all'ingresso del Gargano meridionale.

Quella posizione era, in effetti, il cuore dell'intera strategia: presidiarla significava controllare un territorio la cui collocazione era strategica anche per via della vicinanza all'Oriente bizantino. Il porto che Manfredi immaginava non era un semplice approdo per pescatori, ma uno scalo destinato ai grandi traffici commerciali e militari dell'Adriatico meridionale. Non un semplice trasferimento urbano, insomma, ma un progetto strategico: una città nuova, fortificata, proiettata sul mare, pensata come snodo commerciale e militare dell'Adriatico meridionale — un concetto di città portuale validissimo arrivato fino ai giorni nostri.

Strade larghe, mura e una griglia che resiste ancora

Il dettaglio urbanistico è forse il più straordinario. Fra' Salimbene, testimone oculare dell'epoca, lasciò una descrizione precisa della città in costruzione: essa era interamente murata in circuito, il perimetro si estendeva per quattro miglia, aveva un ottimo porto, sorgeva ai piedi del monte Gargano, le fondamenta delle altre strade erano già state tracciate e le vie erano amplissime, caratteristica che concorreva alla bellezza della città. Strade larghe, dunque, pensate fin dall'inizio — un lusso rarissimo nel Medioevo europeo, dove le città crescevano per accrezione organica, non per progettazione razionale.

L'impianto cittadino a scacchiera risale agli Svevi e, pur con orientamento diverso nei vari ampliamenti, è stato mantenuto nelle espansioni più recenti e recentissime della città. Ancora oggi, chi percorre il centro storico di Manfredonia ne avverte la logica: all'ingresso del nucleo storico si imbocca Corso Manfredi, asse rettilineo fondamentale dell'impianto urbanistico. Quella linea retta è un filo diretto che arriva da quasi otto secoli fa. Tuttavia, la storiografia più recente invita alla cautela: Manfredonia è una città di fondazione con caratteri particolari, poiché non ha un tracciato iniziale complessivo e non fu edificata completamente entro le mura, come Aigues-Mortes in Francia, alla quale è stata spesso paragonata. La forma e la struttura urbana che oggi si ritrovano sono il risultato di un intervento urbanistico auspicato piuttosto che realmente disegnato. Una distinzione importante: non un piano regolatore ante litteram nel senso moderno, ma un'intenzione progettuale di straordinaria ambizione per il Duecento, che fissò un'impronta duratura nello spazio.

Una città porto franco, aperta al mondo

La nuova città ottenne benefici fiscali — franchigie — che la resero un porto franco, e la sua popolazione si accrebbe con il trasferimento di abitanti dalle vicine città di San Paolo di Civitate, Trani, Carpino, Monte Sant'Angelo, Barletta, Ischitella, Andria e Corato. Manfredonia nasceva già come città cosmopolita: sin dalla sua costituzione fu dotata di una zecca che coniò diverse monete, e fin dalla fondazione si attestò una forte presenza ebraica, comunità che in precedenza abitava l'antica Siponto sin dall'VIII secolo. Era, in sintesi, una piattaforma commerciale costruita per attrarre — mercanti, artigiani, comunità straniere, traffici di lungo raggio.

La nuova città, costruita secondo un impianto urbanistico regolare e dotata di un importante porto, divenne rapidamente un centro strategico per i commerci nel Mar Adriatico. Il sogno, però, si interruppe bruscamente: il 26 febbraio 1266, nella piana di Benevento, Manfredi di Svevia cadde in battaglia. Aveva appena trentatré anni. Con lui tramontava la stagione sveva nel Mezzogiorno d'Italia e si apriva l'epoca angioina sotto Carlo I d'Angiò.

Il sogno interrotto e la città che sopravvisse

La morte di Manfredi a Benevento per mano dei francesi bloccò, sotto il tallone angioino, lo sviluppo storico della nuova forma urbis. I nuovi dominatori cercarono persino di cancellarne il nome: gli Angioini, dopo aver sconfitto Manfredi e avergli sottratto il regno di Sicilia, ribattezzarono la città Sypontum Novellum, ma quel nome non attecchì mai. La città conservò il nome del suo fondatore, come se i muri stessi si rifiutassero di dimenticare. Il castello che Manfredi aveva iniziato a costruire venne completato e trasformato nel tempo: il Castello Svevo-Angioino ospita oggi il Museo Archeologico Nazionale, dove è possibile ammirare reperti della cultura dauna, compresi esempi unici di stele funerarie.

Rimane, alla fine, la voce di Salimbene da Parma — scritta con quell'intonazione di meraviglia sospesa che solo chi ha visto qualcosa di incompiuto sa dare — a dire ciò che Manfredonia avrebbe potuto essere. Le cronache raccontano che sulle rive di questo golfo Manfredi sognò una grande città. E chi vive qui porta ancora con sé il sogno di un re. Le strade dritte del centro storico, l'asse di Corso Manfredi, il porto che guarda l'Adriatico: sono i frammenti di quel progetto straordinario, la prova che nel Medioevo, in un angolo di Puglia affacciato sul mare, qualcuno aveva già immaginato come una città dovesse essere costruita per durare.

Fonti e approfondimenti

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