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Tremila anni fa qui sbarcarono i Micenei: il porto di Otranto e le tracce dell'Età del Bronzo che precedono Roma di molti secoli

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 26 Giugno 2026 · 5 min di lettura
Il porto di Otranto al tramonto con il Castello Aragonese sullo sfondo e il molo antico in primo piano
Foto: Hotolmo22 / CC0 via Wikimedia Commons

C'è un momento, guardando il porto di Otranto di prima mattina, in cui il tempo sembra annullarsi. Le barche dei pescatori ondeggiano dove forse ormeggiarono imbarcazioni molto più antiche, scafi carichi di ceramiche egee, di bronzo e di ambra, guidati da navigatori che conoscevano le stelle del Mediterraneo molto prima che qualcuno immaginasse di fondare Roma. Non è leggenda: è quello che la terra sotto i nostri piedi ha cominciato a rivelare, pazientemente, a partire dalla seconda metà del Novecento.

Un porto che nasce prima della storia scritta

Il nome della città deriva probabilmente dal greco "Hydrus" o "Hydruntum", che significa "ricco d'acqua", un riferimento alle numerose sorgenti presenti nell'area. Un nome che già di per sé suggerisce quanto questo lembo di Salento fosse apprezzato da chi vi approdava: l'acqua dolce era, per i marinai dell'antichità, un bene prezioso quanto il grano. Ma la storia di Otranto come luogo di approdo inizia molto prima dell'arrivo dei Greci che le diedero quel nome. Sulle coste pugliesi approdarono i Micenei intorno al 1600 a.C. , e le tracce materiali di quella presenza sono emerse proprio nell'area che oggi chiamiamo centro storico e porto.

Gli scavi iniziati appena fuori della Porta Alfonsina hanno permesso di recuperare dati che chiariscono problemi storici importanti soprattutto per l'Età del Ferro e per il periodo medievale. Ma le sorprese più remote venivano da strati ancora più profondi. Nell'area del centro storico, nella zona della chiesa di S. Pietro, e sui rilievi lungo l'insenatura orientale sono apparse notevoli tracce dell'insediamento dell'Età del Bronzo, con nuclei di capanne sparsi e con materiali delle fasi Recente e Finale, caratterizzati dalle importazioni micenee e dalla comparsa di una ceramica dipinta locale, il cosiddetto Protogeometrico iapigio. In altre parole: qualcuno, qui, stava già imparando a imitare i vasi che arrivavano dall'altra parte del mare.

Le ceramiche egee e il racconto degli scambi

Cosa significa, concretamente, trovare "importazioni micenee" nel sottosuolo di Otranto? Significa che le navi della civiltà che aveva costruito le ciclopiche mura di Micene e Tirinto, quella stessa civiltà che i miti greci avrebbero poi trasfigurato nell'epica di Omero, conoscevano questa costa e la frequentavano con regolarità. I navigatori micenei erano mercanti e avventurieri straordinariamente capaci: i livelli di occupazione attribuibili al Bronzo Recente hanno restituito straordinari insiemi di testimonianze, comprendenti notevoli percentuali di ceramiche egee lungo tutta la costa salentina. Otranto era uno dei nodi di questa rete, un approdo naturale favorito dall'insenatura orientale che offriva riparo dai venti e fondale adatto all'ormeggio.

La posizione geografica spiegava tutto: a soli 72 chilometri dalle coste dell'Albania , Otranto rappresentava il punto in cui il Canale omonimo raggiunge la sua larghezza minima. Attraversarlo era, per un marinaio dell'Età del Bronzo, qualcosa di relativamente accessibile con le condizioni meteo favorevoli. Da qui si poteva risalire l'Adriatico, spingersi verso l'interno iapigio, scambiare merci con le popolazioni locali. La civiltà iapigia, in cui convivono elementi locali "appenninici", micenei e nuove immigrazioni illiriche , nacque proprio da questo crogiolo di incontri e contaminazioni che il porto rese possibili nel corso di secoli.

Quando gli archeologi hanno iniziato a capire

Prima dell'inizio di ricerche archeologiche sistematiche, nel 1977, gli unici documenti che attestavano l'importanza del centro antico erano due basi marmoree con dediche iscritte a Lucio Vero, reimpiegate nel portale di Casa Arcella nel centro storico. Il passato profondo di Otranto era ancora sepolto, ignoto ai più. Poi le campagne di scavo hanno cominciato a riscrivere la cronologia della città, spingendola indietro di secoli rispetto a quanto si credeva. L'insediamento si evolve poi nell'Età del Ferro, tra il IX e l'VIII secolo a.C. , quando i Messapi — la popolazione di lingua indoeuropea che dominò il Salento nell'ultimo millennio prima dell'era comune — si imposero come nuovi protagonisti di questa sponda.

Una sala del Museo Civico di Otranto è dedicata alla recente scoperta dell'abitato fortificato dell'età del bronzo di Portorusso, a Badisco, databile intorno al 1600-1400 a.C. Badisco dista pochi chilometri dal porto di Otranto, e la sua stessa grotta — la celebre Grotta dei Cervi, con le sue pitture rupestri — testimonia quanto questo tratto di costa fosse vissuto e frequentato in epoche remotissime. Il porto e l'entroterra formavano un sistema integrato, e le ceramiche micenee che oggi possiamo osservare nelle teche del museo erano il segno visibile di relazioni commerciali e culturali che attraversavano tutto il Mediterraneo orientale.

Una stratificazione che non finisce di stupire

Ciò che rende Otranto davvero singolare non è un singolo ritrovamento clamoroso, ma la densità di presenze che si sono accumulate sullo stesso punto per migliaia di anni. L'approdo otrantino era collegato a un sistema viario che portava verso gli insediamenti interni come Muro Leccese e Vaste; con queste città messapiche, Otranto costituiva un insieme di abitati organizzati per sfruttare le risorse agricole e le possibilità di scambio che la favorevole posizione sull'Adriatico offriva. Prima i Micenei, poi le popolazioni iapigie, poi i Messapi, poi i Romani, poi i Bizantini e infine i Normanni: ciascuna di queste civiltà ha posato le proprie radici nel terreno fertile lasciato dalla precedente.

Con l'espansione dell'Impero Romano, Otranto divenne un importante porto commerciale, fungendo da ponte tra l'Oriente e l'Occidente. Ma quella funzione di crocevia non l'aveva inventata Roma: l'aveva ereditata da chi era venuto prima, da quei navigatori egei che avevano riconosciuto in questa insenatura un luogo sicuro dove tirare in secco le navi, scaricare le anfore e accendere un fuoco. Tremila anni di storia portuale non si vedono ad occhio nudo camminando sul lungomare, ma sono lì, sotto i piedi di chiunque passeggi tra il castello aragonese e il porticciolo, nascosti nel silenzio dello strato argilloso che custodisce, frammento dopo frammento, la memoria più antica d'Italia meridionale.

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