L'oro rosso di Gallipoli: tre secoli di corallo, monopoli e pescatori che pagavano il re
C'è un momento, verso sera, in cui il porto antico di Gallipoli assume un colore che non appartiene al tramonto. È il rosso basso dell'acqua salmastra che lecca le pietre aragonesi, il rosso dei fondali ionici che per secoli ha fatto gola a re, mercanti e avventurieri di mezza Europa. Il nome stesso della città viene dal greco Kalé Pòlis, "città bella" , ma c'era un'altra bellezza, nascosta sotto la superficie: quella del Corallium rubrum, l'oro rosso del Mediterraneo, la risorsa attorno alla quale si costruì un intero sistema di potere che durò — con le sue guerre, le sue corporazioni e i suoi codici — per tre secoli abbondanti.
Una creatura di tre nature
Prima ancora di capire perché il corallo valesse tanto, bisogna capire cosa fosse. Per millenni non lo si capì affatto. I pescatori procedendo a casaccio spesso scambiavano comuni anemoni marini per coralli, contribuendo a ingenerare la credenza che fosse una pianta, molle in acqua e solidificantesi a contatto con l'aria; solo nel Settecento si scoprì che le ramificazioni coralline sono create da colonie di piccoli animali, i polipi, che secernono una sostanza calcarea. Questa natura ambigua — né minerale né vegetale, eppure durissimo come la pietra — alimentò per secoli un alone di sacralità. Fin dalle epoche più remote l'uomo subì il fascino del corallo, associandolo al sangue e alla vita stessa; nel periodo Neolitico veniva già impiegato come amuleto, e tutte le civiltà antiche gli attribuirono poteri magici e terapeutici. Non era soltanto un ornamento: era un talismano, un medicamento, una moneta simbolica. Marco Polo narra come il corallo fosse ambito dai Mongoli e dai Tibetani, che lo consideravano portatore di un'energia vitale straordinaria, assimilato al fuoco e alla luce.
Il Mediterraneo diviso per banchi
Quando il Medioevo si aprì ai commerci di lungo raggio, il corallo rosso divenne merce strategica. In età medievale risulta fra i prodotti esportati in Siria nel IX secolo dagli Amalfitani, e nel X secolo Genova, Venezia, Barcellona e Napoli lo importavano dal Nord Africa per esportarlo in Oriente. Il mare attorno a Gallipoli si inseriva in questa rete come uno snodo naturale: la città salentina era approdo ionico del regno di Napoli, punto di transito obbligato per chiunque volesse raggiungere i fondali dello Ionio o rifornire i mercati adriatici. La pesca "a strascico" del corallo era praticata già da Greci e Romani, i quali secondo Plinio il Vecchio lo rivendevano in India; nel Mare Nostrum i principali luoghi di raccolta si trovavano lungo le coste di Sicilia, Sardegna, Golfo di Napoli, Calabria, Corsica, Spagna e Africa. Il Salento e il basso Adriatico erano parte di questo sistema, e Gallipoli ne era il caposaldo meridionale sul versante ionico.
Gli strumenti del mestiere erano brutali nella loro efficacia. L'imbarcazione usata era un bastimento di piccola stazza detto corallina, provvisto di un albero a vela latina e un numero variabile di remi; per estrarre il corallo dalle scogliere sommerse, l'equipaggio impiegava un attrezzo di origine araba chiamato ingegno, formato da due aste in legno legate a croce con una zavorra al centro e reti alle estremità, che veniva calato sul banco e trascinato dalla barca per raccogliere il maggior quantitativo possibile. Era una tecnica vorace: le coralline montavano questo strumento a forma di croce che raschiava l'intero fondale, raccogliendo immense quantità di corallo ma distruggendo l'intera zona e causando danni irreparabili a fauna e flora.
Corporazioni, confraternite e tributi al re
A Gallipoli, come in tutti i porti del Mezzogiorno medievale, la pesca non era un'attività individuale: era un fatto collettivo, regolato da corporazioni che assomigliavano a gilde con carattere quasi militare. Le confraternite gallipolesi discendevano direttamente dalle medievali corporazioni delle arti e dei mestieri, e la loro composizione interna andava dai muratori ai sarti, dai pescatori agli scaricatori di porto. Queste compagnie di mestieri non erano soltanto organismi di mutuo soccorso: erano intermediari fiscali tra la corona e i lavoratori del mare. Il sistema funzionava su un principio semplice e spietato: chi voleva pescare in acque regie doveva pagare, spesso in natura, una parte del raccolto. Il corallo strappato ai fondali ionici diventava così tributo, merce di scambio con il potere, pegno di fedeltà al sovrano di Napoli.
Il valore di questa risorsa era tale da giustificare investimenti e rischi enormi. Nel Quattrocento il corallo rosso iniziò a essere pescato in grandi quantità per creare gioielli destinati alle corti. A Trapani in particolare nacque una scuola autoctona di artigiani che crebbe in fama nella produzione di oggetti sacri e profani, grazie alla crescente richiesta da parte di papi, cardinali, re e principi, tra i quali anche i Medici di Firenze, che nel tempo crearono importanti collezioni di manufatti in corallo. Il mercato era continentale, ma la materia prima era mediterranea, e il controllo sui fondali significava controllo su una filiera che raggiungeva le corti di tutta Europa.
Quando la concorrenza diventò guerra
Il Settecento portò con sé la fase più acuta del conflitto per il controllo dei banchi coralliferi. Proprio nel XVIII secolo si visse uno dei periodi di maggior richiesta del corallo, tanto che era diffusa l'usanza di donare ai sultani musulmani rosari in corallo e armi decorate con l'oro rosso. La domanda crescente spinse i pescatori verso mari sempre più lontani e contesi. I pescatori, attratti dai mari africani molto rigogliosi, iniziarono a sfruttare i banchi corallini dell'isola di Galita, in Tunisia, e spingendosi più a est cominciarono a scontrarsi con i corsari turchi e barbareschi e con la Compagnie Royale d'Afrique, che cercava di imporre il proprio monopolio sulla pesca del corallo. Non erano scaramucce: erano operazioni militari mascherate da dispute commerciali, con navi armate che proteggevano i pescatori o li attaccavano secondo la convenienza del momento.
Nel Settecento divennero sempre più forti le ostilità della francese Compagnie Royale d'Afrique, che osteggiava tutti i pescatori stranieri affermando il proprio monopolio sulla pesca del corallo; nel 1780 gli incidenti sempre più frequenti spinsero i pescatori a chiedere ai Borbone una regolamentazione della pesca. La risposta della corona napoletana fu, a suo modo, rivoluzionaria sul piano giuridico. Nel 1789 Ferdinando IV di Borbone promulgò il Codice Corallino, documento che avrebbe dovuto regolare la pesca del corallo, stabilendo quantitativi e modalità non solo per i pescatori del golfo di Napoli ma anche per livornesi, trapanesi e genovesi che si erano avvicinati alla fruttuosa attività. L'esigenza di regolamentare una pesca che era un mercato selvaggio gestito quasi in monopolio dai mercanti di Livorno e Genova aveva suggerito al sovrano di creare un ordinamento giuridico; il suo consigliere era Michele De Jorio, padre del primo codice marittimo d'Italia del 1790, e all'interno del testo era presente il Codice Corallino come prima regolamentazione della pesca e dei rapporti fra i pescatori, con gerarchie, obblighi e regole d'onore fra i mercanti.
La fine di un mondo sommerso
Il codice sortì effetti limitati, e la corsa al corallo proseguì per decenni ancora. Soltanto negli anni Ottanta del Novecento la pesca del corallo subì una battuta d'arresto definitiva: in tutto il Mediterraneo venne proibita la pesca con l'ingegno per tutelare ciò che restava dell'ecosistema marino, e attualmente solo un numero molto ristretto di subacquei professionisti ha la licenza per pescare nelle acque più ricche. Gallipoli guarda ancora oggi il suo Ionio con quella familiarità antica che si accumula in secoli di rapporto viscerale con il mare. Il porto antico della città viene chiamato anche porto peschereccio: un porto nei pressi della fontana greca dove ormeggiano ancora le paranze, le tipiche imbarcazioni tradizionali dei pescatori gallipolini. Quelle stesse acque che videro coralline armate scivolare verso i fondali all'alba, cariche di ingegni e di speranza, oggi restituiscono solo pesce e memorie. L'oro rosso è altrove, o forse è semplicemente finito — consumato da secoli di una fame che non conosceva misura.
Fonti e approfondimenti
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Storia e usi del corallo – Gherardi Gioielli gherardigioielli.it ↗
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Storia del Corallo – Aucella, Torre del Greco aucella.it ↗
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Il corallo di Torre del Greco – Storie Napoli storienapoli.it ↗
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Il corallo rosso dei torresi – Vesuvio Live vesuviolive.it ↗
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Gallipoli Archivi – Fondazione Terra d'Otranto fondazioneterradotranto.it ↗
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Il Corallo – Antonino De Simone antoninodesimone.it ↗
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Villasimius e la raccolta del corallo – Il Sarrabus News ilsarrabus.news ↗
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