La cattedrale di Ostuni e la facciata che non finì mai: sessant'anni di cantiere, un rosone gotico e l'ombra degli Aragonesi
Chi sale per la prima volta al centro storico di Ostuni lo capisce quasi subito: c'è qualcosa in quella facciata che non torna, o meglio, che non si chiude. Le linee salgono, si curvano, si spezzano verso il cielo in un gioco di concavità e convessità che sembra deliberatamente incompiuto — e in un certo senso lo è davvero. La concattedrale di Ostuni, posta alla sommità del colle più alto della città e dedicata a Santa Maria dell'Assunzione, fu iniziata nel 1435 e completata soltanto tra il 1470 e il 1495. Sessant'anni di cantiere: quasi tre generazioni di scalpellini, vescovi e sovrani che si avvicendano mentre il travertino locale viene tagliato, scolpito, posato e talvolta lasciato ad aspettare. È in questo arco di tempo dilatato che si condensa tutta la storia di un edificio che non ha equivalenti in Puglia.
Un cantiere lungo quanto una dinastia
Il punto di partenza è un nome inciso nella pietra: quello del vescovo Nicola Arpone. La costruzione della concattedrale fu avviata durante l'episcopato di Nicola Arpone (1437–1470), effigiato ai piedi della Vergine nella lunetta del portale principale. La sua figura inginocchiata — un vescovo che offre simbolicamente alla Madonna la città che sta per costruire — è il sigillo di committenza più eloquente che un cantiere medievale potesse lasciare. Ma il cantiere non si chiuse con lui. La cattedrale richiese per la sua costruzione circa mezzo secolo: i lavori, iniziati verso la metà del Quattrocento, terminarono nei primi decenni del secolo successivo. In mezzo, un evento traumatico aveva già cambiato le carte in tavola.
La cattedrale fu edificata tra il 1469 e il 1500 a seguito del terremoto del 1456, i cui danni furono notevoli, e i sovrani del Regno di Napoli Ferdinando d'Aragona e Alfonso II ne favorirono la costruzione. Il sisma del 1456 aveva sconvolto l'intera Terra d'Otranto, e la vecchia chiesa romanica che sorgeva sul punto più alto del colle ne era rimasta segnata. Così quello che poteva essere un ampliamento prudente si trasformò in una riedificazione ambiziosa, sostenuta dal potere aragonese che in quegli anni teneva saldamente le redini del Mezzogiorno. Ostuni non era una città di secondo piano: era un nodo strategico sulla costa adriatica, e la sua cattedrale doveva dirlo a chiunque la guardasse dall'alto.
La facciata che viaggia sull'Adriatico
Fermarsi davanti alla facciata della concattedrale significa fare i conti con qualcosa di strano per la Puglia. Ha una caratteristica facciata di tarde forme gotiche, tripartita da lesene: la parte centrale termina con un timpano formato da due archi inflessi, le ali con due mezze lunette, mentre timpano e lunette hanno un coronamento di archetti trilobi a profilo seghettato su mensole scolpite, che si prolunga sui fianchi e attorno al transetto. È una composizione che sale e scende, respira e si contrae, in un ritmo plastico che non assomiglia a nulla di ciò che si trova nei duomi romanici del circondario. Il motivo è semplice: questo schema non viene dall'entroterra pugliese.
Con la sua successione di linee concave e convesse la facciata è davvero particolare; una decina di esempi simili si trovano in Croazia, a Venezia e ancora un paio in Puglia, ed è probabile che furono i Veneziani a importare il modello, poiché avevano interessi e scambi intensi con le due sponde dell'Adriatico. L'ipotesi che circola tra gli studiosi è quella di un modello adriatico: alcuni ricercatori attribuiscono il progetto all'architetto dalmata Giorgio di Matteo, detto da Sebenico. Una seconda pista, affascinante quanto più difficile da provare, porta invece a una figura femminile di assoluto rilievo. Un'altra ipotesi mette in relazione la facciata con Isabella d'Aragona, feudataria di Ostuni all'inizio del XVI secolo: Isabella era figlia del re di Napoli Alfonso II e aveva sposato suo cugino, il duca di Milano Gian Galeazzo Sforza, che morì a 25 anni — forse avvelenato dallo zio Ludovico il Moro — dopo di che Isabella fu infine relegata nel Ducato di Bari e trascorse vari mesi nel palazzo vescovile di Ostuni. Il collegamento architettonico sta in un dettaglio sepolto a Milano: il marito Galeazzo Sforza fu sepolto nella Basilica vetus di Milano, una chiesa che aveva una facciata curvilinea simile a quella di Ostuni. Coincidenza o rimpianto pietrificato? Le fonti non permettono di sciogliere il nodo, ma il parallelismo resta inquietante.
Il rosone: un capolavoro in tre cerchi
Al centro di tutta la composizione c'è lui: il rosone. La facciata è aperta da tre eleganti portali ogivali — nella lunetta di quello mediano un bassorilievo raffigura la Madonna col Bambino in gloria — sormontati ciascuno da un rosone, di cui quello centrale, notevolmente più grande, ha 24 raggi. Ventiquattro raggi che si aprono dal cuore della pietra bianca come i petali di un fiore minerale. Nella facciata l'elemento di maggior richiamo è comunque rappresentato dal rosone, certamente il più spettacolare della Puglia, vero capolavoro esecutivo degli scalpellini locali che la tradizione vuole rappresentati come mensole, al di sotto degli archetti trilobi di coronamento. Gli stessi artigiani che avevano lavorato l'intera facciata avrebbero lasciato il proprio autoritratto nascosto nei decori: una firma collettiva, umile e orgogliosa allo stesso tempo.
La struttura del rosone non è ornamentale nel senso decorativo del termine: è un sistema di significati sovrapposti. Il suo punto focale è il grande rosone centrale con il Cristo Salvator Mundi circondato da sette cherubini, con riferimenti simbolici e allegorici al tempo e alla numerologia biblica. Il materiale che ha reso possibile tutto questo è la cosiddetta "pietra gentile", così chiamata perché docile allo scalpello, capace di offrire effetti sbalorditivi anche se soggetta a continua corrosione. È la stessa pietra calcarea locale con cui è costruita tutta la città bianca: il duomo è Ostuni fatta edificio, la stessa sostanza del colle trasformata in linguaggio gotico.
L'esterno che sfidò i secoli, l'interno che cedette al Barocco
C'è un'ultima ironia nella vicenda di questa cattedrale, e riguarda la sopravvivenza. La facciata interna e i rosoni e i fregi laterali, tutti i muri esterni, sono le sole parti del tempio rimaste immuni da inconsulti restauri, mentre tutto l'interno nel corso di quattro secoli è stato pesantemente manomesso. Proprio in grazia dell'esterno ben conservato, il duomo di Ostuni nel 1902 fu dichiarato monumento nazionale. Dunque la patina gotica della facciata — quella che sembra non finire mai, con i suoi archetti seghettati che continuano oltre il perimetro visivo — è anche la parte più autentica che ci sia rimasta. Si nota uno stacco stilistico e temporale evidente tra interno ed esterno dell'edificio, frutto dei tanti lavori di ristrutturazione: quello che oggi si ammira all'interno è il frutto dei lavori settecenteschi che da un lato arricchirono la chiesa del soffitto piano dipinto e delle cappelle barocche, ma che allo stesso tempo cancellarono definitivamente la testimonianza degli stili passati.
Così chi sale oggi fino alla Concattedrale di Ostuni — superato il dedalo di vicoli bianchi, sbucando sulla piccola piazza che la precede — si trova davanti a qualcosa di raro: una facciata quattrocentesca che ha resistito a tutto, al terremoto che ne motivò la costruzione, ai rimaneggiamenti barocchi che devastarono l'interno, all'erosione del tempo che corrode la pietra gentile. Una facciata che sembra non finire mai perché, in un senso molto concreto, non ha mai smesso di essere un cantiere aperto sulla storia.
Fonti e approfondimenti
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Concattedrale di Ostuni – Wikipedia it.wikipedia.org ↗
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La Cattedrale di Ostuni – Brundarte brundarte.it ↗
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La cattedrale di Ostuni: alcune ipotesi – Guida francofona Puglia materapulia.altervista.org ↗
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La Cattedrale di Ostuni e la sua bellezza – Stune.it stune.it ↗
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Ostuni – Provincia di Brindisi provincia.brindisi.it ↗
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