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Quattrocento anni di silenzio sotto la cattedrale di Taranto: la cripta di San Cataldo e il vescovo irlandese che arrivò per caso e non ripartì più

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 3 Luglio 2026 · 7 min di lettura
Interno della cripta della cattedrale di San Cataldo a Taranto, con colonne di spoglio e tracce di affreschi medievali sulle pareti
Foto: Jeanne Griffin / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento, scendendo la scalinata davanti all'altare maggiore della cattedrale di Taranto, in cui il rumore della città scompare del tutto. Le voci del Borgo Antico, il traffico sul ponte girevole, persino il vento di mare che entra dal portale barocco: tutto si azzera. Quello che rimane è la pietra, il silenzio e una luce radente che rivela, sulle pareti, i contorni di affreschi che nessuno dipinge più da settecento anni. Si è entrati nella cripta di San Cataldo, e da qui in poi il tempo funziona in modo diverso.

La cattedrale più antica della Puglia, costruita sui suoi stessi resti

La Basilica Cattedrale di San Cataldo è la cattedrale dell'arcidiocesi metropolita di Taranto ed è la più antica cattedrale pugliese. Una primogenitura che non è solo un vanto municipale, ma una condizione fisica, strutturale: ogni livello dell'edificio racconta un'epoca diversa, e la cripta è il livello più antico di tutti. Durante i recenti restauri è stata acclarata senza ombra di dubbio la continuità strutturale tra le murature della cripta e quelle del sovrastante capocroce: l'ambiente ipogeo deve essere pertanto considerato parte integrante della costruzione della chiesa bizantina di fine X secolo, probabilmente mai del tutto terminata, che fu poi inglobata nella cattedrale normanna. A costruire tutto questo fu, secondo le fonti, l'imperatore Niceforo II Foca: nel X secolo, durante il periodo bizantino, ordinò la ricostruzione della città di Taranto dopo il devastante saccheggio operato dai Saraceni nel 927. Non aveva molto materiale su cui lavorare, così la cattedrale e la sua cripta vennero costruite con materiali di spoglio ottenuti dalle precedenti costruzioni, tipicamente greche e romane. Le colonne della cripta, tozze e tutte diverse tra loro, sono lì a testimoniarlo ancora oggi.

La cripta si estende sotto il capocroce dell'edificio soprastante, presentando una pianta a T rovesciata, con il braccio orizzontale orientato in senso nord-sud, corrispondente al transetto, e il braccio verticale in senso est-ovest, corrispondente al presbiterio. Entrambi i bracci sono suddivisi in due navate da due file di basse colonne, certamente provenienti da edifici più antichi, sormontate da mensole che fungono da capitelli, sulle quali si scaricano le volte a crociera dal sesto rialzato. È un ambiente che non impressiona per grandiosità, ma per concentrazione: ogni centimetro quadrato di parete ha qualcosa da mostrare, anche dove il tempo ha cancellato quasi tutto.

Quattrocento anni di buio: la cripta murata e riscoperta

Quello che stupisce, ripensandoci fuori, è quanto a lungo questo luogo sia rimasto inaccessibile. A partire almeno dal XIV secolo la cripta della cattedrale fu utilizzata come luogo di sepoltura per le famiglie più abbienti della città; dalle fonti si sa inoltre che era dotata di numerosi altari e di due accessi laterali, e che al tempo della visita dell'arcivescovo Brancaccio, nel 1477, era già in fase di parziale abbandono. Il declino proseguì inesorabile: con l'arcivescovo Caracciolo la cripta fu dotata della scalinata di accesso tuttora in uso, ma fu tuttavia lo stesso religioso a decretare la parziale chiusura dell'ambiente ipogeo nel 1653, lasciando aperto al culto solo l'avancorpo con la nuova scalinata. Poi il silenzio totale: la cripta, definitivamente obliterata nel 1844, fu riscoperta nel 1901. Più di quattrocento anni, dunque, in cui la città visse sopra questo spazio senza sapere davvero cosa contenesse.

Quando la riscoprirono, sulle pareti c'era ancora qualcosa di straordinario. In questo luogo, il più antico della cattedrale, si conservano le tracce degli affreschi che un tempo ne ricoprivano interamente le pareti. Fra questi, l'unica effigie dipinta del santo patrono San Cataldo, databile al XIV secolo, sovrapposta a un'edizione di epoca precedente. Un'immagine su immagine, il segno visibile di generazioni diverse che avevano ritenuto quel volto degno di essere riprodotto, ciascuna a modo suo. La cripta è inoltre decorata da numerosi affreschi databili tra il XIII e il XIV secolo, mentre l'unico reperto scultoreo è costituito da un sarcofago tardo medievale raffigurante l'anima della defunta portata in cielo da due angeli.

Un irlandese del VII secolo finito a Taranto per caso – o per volontà divina

Il nome che dà il titolo alla cripta, alla cattedrale e all'intera identità religiosa della città è quello di un uomo che non avrebbe dovuto trovarsi lì. San Cataldo è stato un monaco cristiano irlandese del VII secolo, giunto in Italia e diventato vescovo di Taranto, venerato come santo dalla Chiesa celtica e dalla Chiesa cattolica romana. Cataldo nasce in Irlanda tra il 610 e il 620, nella regione del Munster, da una famiglia nobile e profondamente cristiana. Lo avevano battezzato Cathlarm, che nell'irlandese antico significava "valoroso in battaglia", un nome più adatto a un futuro guerriero che a un monaco e vescovo. Da ragazzo volle entrare nell'abbazia di Lismore, fondata nel 630 da san Carthach che ne era ancora l'abate.

La strada che lo condusse fino allo Ionio è, nella tradizione, quella del pellegrinaggio in Terra Santa. Come tanti monaci del tempo, tra gli anni 679 e 680, Cataldo lasciò la patria alla volta della Terrasanta. Non si sa quanto tempo si sia fermato in Palestina, ed è possibile che uno dei luoghi che lo attrasse di più fosse Betlemme, perché proprio su una delle colonne della Basilica della Natività si trova la presenza di un affresco del XII secolo. Al ritorno, secondo la tradizione, la nave fu sorpresa da una tempesta nel tratto di mare davanti a Taranto. Leggenda vuole che nella rada di Mar Grande egli lanciasse in mare l'anello episcopale per calmare la tempesta, dando origine a un citro di acqua dolce denominato "Anello di San Cataldo". La nave approdò, e Cataldo non ripartì più. Il vescovo di origini irlandesi al suo arrivo operò alcune prodigiose guarigioni e si impegnò per risvegliare nei tarantini una fede ormai sopita.

Il ritrovamento del 1071 e la nascita di un culto

Della sua presenza a Taranto non restava alcuna traccia visibile, dopo che i Saraceni nel 927 avevano raso al suolo la città. Per quasi un secolo e mezzo, il nome di Cataldo sopravvisse solo nella memoria orale. Poi, durante i lavori per la nuova cattedrale normanna, accadde qualcosa che cambiò tutto. Era il 10 maggio del 1071 quando gli operai intenti a lavorare per realizzare la nuova cattedrale di Taranto rinvennero, nella zona dove esisteva la cappella dedicata a San Giovanni di Galilea, un sarcofago nel quale erano racchiuse le spoglie di San Cataldo: il nome "Cataldus" era inciso su una crocetta aurea assieme al luogo di provenienza, "Rachan" o "Rachau". Al suo interno un corpo, perfettamente conservato, e una croce pettorale con il nome inciso.

Le reliquie, di cui fu compiuta una ricognizione nel 1107 dal vescovo Rainaldo, vennero traslate nel 1151 in una cappella particolare fatta costruire dall'arcivescovo Geraldo; nel 1657, infine, Tommaso Caracciolo fece erigere in onore del santo una nuova e più sfarzosa cappella – il cosiddetto cappellone – dove fece trasferire i resti di Cataldo, che vi sono tuttora venerati. Il ritrovamento e le successive traslazioni delle spoglie mortali di Cataldo segnarono le tappe della propagazione del culto del santo, che, proclamato patrono di Taranto, fu oggetto a partire dal XII secolo di una venerazione assai diffusa e ancora viva in tutta Italia, in specie quella centromeridionale e insulare, e in Irlanda, sua patria d'origine.

Ogni anno, tra l'8 e il 10 maggio, Taranto lo ricorda con processioni a mare e a terra. Le ossa del santo sono custodite all'interno del cappellone del Duomo, e ogni anno nei giorni 8, 9 e 10 maggio la città festeggia il suo patrono con fuochi d'artificio, spettacoli folkloristici e una suggestiva processione marittima che passa attraverso il canale navigabile. Il volto argenteo del patrono irlanese attraversa le acque dello stesso mare su cui, quattordici secoli fa, una tempesta decise per lui. La cripta, nel frattempo, continua a custodire il silenzio di sotto. Chi scende quei gradini sa già che non risalirà uguale.

Fonti e approfondimenti

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