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Tremila anni nascosti sotto un campo di grano: la necropoli di Tiati, la città daunia che Roma assoggettò nel IV secolo a.C. e che riemerge ancora oggi tra le colline del Fortore

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 2 Luglio 2026 · 8 min di lettura
Colline e campi coltivati nell'area dell'antica Tiati, presso San Paolo di Civitate (Foggia), dove giace la necropoli daunia
Foto: Levill / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Ci sono luoghi che non finiscono mai di morire, e altri che non finiscono mai di nascere. Tiati appartiene a entrambe le categorie. Bastano pochi chilometri a nord di Foggia, risalendo le colline che digradano verso il fiume Fortore, per trovarsi sopra una delle città più antiche e meno conosciute della Puglia preromana: un insediamento che ha cambiato nome almeno tre volte nel corso dei secoli, che ha visto passare Dauni, Sanniti, Romani e Normanni, e che oggi giace in gran parte sotto la terra silenziosa dell'agro di San Paolo di Civitate, coperto di grano e di erba selvatica.

Una città nata alla fine dell'età del Bronzo

Tra il Bronzo finale e la prima età del Ferro, ovvero fra la fine dell'XI e il IX secolo a.C., Tiati sorse sul versante meridionale del corso del Fortore, a pochi chilometri dalla sua foce nell'Adriatico , diventando uno dei centri di riferimento dell'intera Daunia, la regione corrispondente all'attuale provincia di Foggia. L'abitato si estendeva in forma sparsa sulle colline con nuclei di capanne e aree adibite alle attività agricole e di allevamento , secondo quel modello insediativo tipico delle comunità daunie che la Treccani descrive come un sistema vicano-paganico, lontano dalla compattezza della città greco-romana. Da Tiati la vista spaziava sulla valle e sulla costa adriatica fino alle isole Tremiti, e si controllavano gli accessi della regione da nord e da ovest, nonché la pianura orientale fino al Gargano : una posizione strategica che spiega perché questo luogo sia stato abitato così a lungo e conteso così ferocemente.

Nella sua massima estensione, l'area afferente ai vari insediamenti che si sono succeduti risulta insistente presso le località Coppa Mengoni, Pezze della Chiesa, Piani di Lauria, Mezzana e Marana della Difensola, ricadenti nell'agro del comune di San Paolo di Civitate . La prossimità a una delle poche anse transitabili del fiume Fortore ha reso questo centro un crocevia di importanti strade di comunicazione, come la Via Litoranea e il Regio Tratturo L'Aquila-Foggia . Non una città arroccata su se stessa, dunque, ma un nodo di scambio aperto al mondo: alle merci, alle idee, alle influenze culturali che arrivavano da ogni direzione.

Una civiltà di frontiera tra Etruschi, Sanniti e Roma

Grazie alla sua posizione di confine, l'insediamento daunio divenne un importante snodo delle vie di transumanza e dei flussi commerciali nord-sud ed est-ovest, stabilendo contatti culturali e politici con gli Etruschi di Capua e, in seguito, con i Sanniti. Questa apertura si leggeva già nei corredi funerari più antichi: nelle tombe a fossa del VII-VI secolo a.C. emergono sepolture di adulti deposti in posizione fetale, come era usanza daunia, con corredi che richiamano la pratica del simposio mutuata dagli Etruschi della Campania, con oggetti prodotti nella vicina Herdonia (l'attuale Ordona), accanto a bacili in bronzo di produzione etrusca. Le tombe femminili restituiscono invece ornamenti personali come bracciali, armille, torques in bronzo, fibule in ferro e grandi cerchi di ferro : un universo materiale ricco, eloquente, capace di raccontare gerarchie sociali e reti commerciali di portata sorprendente.

La composizione del corredo funebre è testimone di quel processo di gerarchizzazione sociale che, nel corso del VII secolo e agli inizi del successivo, caratterizza il territorio di Tiati, con l'affermarsi di famiglie che rivestono ruoli di particolare prestigio all'interno della comunità. La presenza di elementi metallici, strumentali e ornamentali, oltre al vasellame geometrico, era volta a ostentare il ruolo sociale di rilievo del defunto. Col passare dei secoli, questo linguaggio funerario si arricchì ulteriormente: tra il V e il IV secolo a.C. si registra un mutamento nel rituale funerario, con corredi che si arricchiscono di vasti servizi da mensa.

La resa a Roma e la fine dell'indipendenza daunia

Fino al V secolo a.C. Tiati sembra inserita ancora completamente nella cultura daunia, ma già da tempo nella comunità doveva essere incominciata una progressiva infiltrazione da parte di popoli di lingua osca, che avrebbero assunto il controllo della città nella seconda metà del IV secolo. Nel corso della seconda guerra sannitica, mentre Arpi combatteva contro i Sanniti come alleata dei Romani, Tiati si oppose a loro fino a che non fu costretta ad arrendersi, nell'anno in cui si legò a Roma con un foedus iniquum. A partire dagli ultimi decenni del IV secolo a.C., si assiste all'arrivo e all'occupazione stabile da parte dei Romani di una porzione del territorio daunio, prima attraverso le alleanze con Arpi, Tiati e Canusium, quindi con la deduzione della colonia latina di Lucera (315 o 314 a.C.) e più tardi con quella di Venusia. La Tiati daunia cessava così di essere una città libera: su di essa, dopo la guerra sociale, Roma avrebbe insediato il municipium di Teanum Apulum, un nome che avrebbe convissuto con il vecchio nome indigeno ancora per secoli.

Il nome Tiati è documentato nelle monete d'argento e di bronzo del IV-III secolo a.C. con legenda in lingua osca, cui si collega la variante Teate riportata da fonti letterarie. La seconda forma, Teanum Apulum, è molto più diffusa ed è attestata dalla metà del I secolo a.C., per distinguere la città dai centri omonimi dei Sidicini e dei Marrucini. Anche Cicerone la cita con questo nome, a testimonianza di quanto il centro fosse ancora vitale nell'età tardo-repubblicana.

Le tombe monumentali e la guerra dei tombaroli

Nonostante millenni di storia stratificata, Tiati resta ancora oggi una città in larghissima parte sepolta e poco indagata. La necropoli preromana dell'antica città di Tiati è tutt'altro che scavata e conosciuta nella sua interezza, e attende di essere indagata sistematicamente in maniera estesa per recuperare i materiali e fornire nuovi documenti per una maggiore comprensione di questo grande centro daunio. I ritrovamenti più significativi sono emersi spesso per caso, come accadde con la cosiddetta Tomba dei Capitelli Ionici: a seguito dello sprofondamento di un mezzo agricolo, la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia effettuò un intervento di scavo d'emergenza , portando alla luce una struttura funeraria di notevole fattura, con pilastri sormontati da capitelli ionici, unica nel suo genere a Tiati. La presenza di più tombe monumentali a breve distanza l'una dall'altra, caratterizzate da una complessa architettura, induce a pensare che quest'area fosse adibita alle sepolture monumentali dell'aristocrazia daunia dell'antica Tiati.

Ma il vero nemico di questo patrimonio non è il tempo: i rinvenimenti sono stati spesso il frutto di eventi accidentali, non essendo stato mai condotto in maniera sistematica uno scavo volto a individuare e tutelare i tesori del passato, che per questo sono diventati oggetto privilegiato dei tombaroli. Lo scavo clandestino sistematico ha determinato in questi decenni un pesante, e in certi casi irreversibile, depauperamento della stratificazione storica, saccheggiata per essere destinata a un fiorente mercato antiquario illegale. Secondo quanto riportato nella letteratura scientifica, alcune persone del posto riferirono che una tomba fu depredata nel 1995 e che per trasportare gli oggetti del corredo — tra cui grandi crateri a figure rosse, collane in oro, anelli con pietre preziose e arredi di letti funebri in bronzo e avorio — fu necessario l'impiego di un mezzo di trasporto.

Quello che resta: il museo, il tratturo, la memoria viva

Chi vuole incontrare Tiati senza affidarsi alla fortuna di un mezzo agricolo che sprofonda nel terreno sbagliato, può farlo al Museo Civico Archeologico di San Paolo di Civitate. Ospitato nel chiostro del Monastero di Sant'Antonio da Padova, il museo sviluppa le sue sezioni tra gli archi del chiostro e nelle antiche celle dei monaci, ripercorrendo il territorio di Tiati-Teanum Apulum nella Daunia antica, l'età della romanizzazione, il periodo del municipium e l'età medievale. Parte dei reperti più importanti è conservata anche nel Museo Archeologico Nazionale di Taranto. Sul terreno, intanto, un percorso ideale attraversa l'insediamento dauno, il municipium romano di Teanum Apulum — con il suo anfiteatro di recente scoperta — e la città medievale di Civitate, lungo antichi tratti viari e il tratturo magno L'Aquila-Foggia , uno di quei nastri di terra battuta che uniscono il passato al presente con la stessa ostinazione con cui i pastori li percorrevano ogni autunno.

Tiati non è un sito spettacolare nel senso turistico del termine: non ha colonne in piedi né templi ricomposti. È qualcosa di più sottile e di più potente — una città che continua a esistere nell'invisibile, sotto i campi, dentro le vetrine di un museo di provincia, nella forma stessa del paesaggio. La collocazione geografica di Tiati, importante snodo delle vie della transumanza e dei flussi commerciali tra nord-sud ed est-ovest verso il Tavoliere, determinò i tratti distintivi di una comunità di frontiera che trovano rappresentazione nella definizione di nuove tecniche edilizie, nell'adozione di modelli ellenici, nelle trasformazioni del rituale funerario e religioso e nell'adozione della lingua osca. Una civiltà di confine, nata dall'incontro di popoli diversi, sepolta da tremila anni sotto la stessa terra che continua, lentamente, a restituirla.

Fonti e approfondimenti

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