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La fontana greca di Gallipoli: duemilaquattrocento anni di acqua dolce e il mistero che divide ancora gli studiosi

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 3 Luglio 2026 · 6 min di lettura
La Fontana Greca di Gallipoli illuminata dalla luce del tramonto, con i bassorilievi mitologici e le cariatidi in primo piano
Foto: renato agostini / CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento, a Gallipoli, in cui il turista smette di camminare senza sapere bene perché. Succede quasi sempre prima del ponte, nell'istante in cui lo sguardo intercetta una struttura di pietra leccese alta circa cinque metri, silenziosa e al tempo stesso stracarica di storie. È la Fontana Greca, chiamata anche Fontana Ellenica, e si erge maestosa nei pressi del Ponte Antico, attiguo al castello, in quello che è il punto di congiunzione tra il vecchio borgo e la parte più moderna di Gallipoli. Non è solo un monumento decorativo: è il cuore idrico di una città che, nei secoli, su quest'acqua ha costruito la propria sopravvivenza.

Un'età che divide gli storici

La domanda più semplice su questa fontana è anche la più difficile da rispondere: quanti anni ha? In passato si pensava fosse la più antica fontana d'Italia e si diceva fosse stata costruita intorno al III secolo a.C. Fra le ipotesi formulate da critici d'arte, alcune condividono la datazione del III secolo a.C., altri, come il Bernich, dopo anni di studi, dibattiti e ricerche, ritengono che la fontana fu costruita in età rinascimentale. Il titolo di questo articolo riprende la tradizione locale, quella che i gallipolini tramandano da generazioni, secondo cui la struttura risalirebbe ai coloni greci che fondarono la città — la Kallípolis, la "città bella" — in epoca ellenistica. La realtà documentaria è più sfumata, ma non meno affascinante.

A fare da arbitro in questo duello secolare è rimasto, tra gli altri, lo storico locale Ravenna, che nelle sue Memorie istoriche della città di Gallipoli si schierò apertamente con la tesi ellenica. «Non c'è alcun dubbio che la fontana sia greca», scrisse, «poiché si vede l'arte e il gusto dell'architettura della Grecia antica che fiorì a quei tempi. Per non parlare del lusso che questo popolo usava per decorare le Fontane e le Terme, come ci dice la storia». Una posizione suggestiva, ma contestata da chi, come lo studioso Bernich, ha analizzato a lungo la struttura arrivando a collocarla nel primo Cinquecento. Ritenuto monumento di età ellenistica, è invece da assegnare, per la sua intrinseca unità concettuale, al primo cinquantennio del Cinquecento. Il dibattito, insomma, è tutt'altro che chiuso.

Una fontana che ha cambiato casa più volte

Qualunque sia la sua vera età, la Fontana Greca ha avuto una vita errabonda. Originariamente era posta nell'area delle antiche terme, oggi denominata "funtaneddhe". Nel 1548 venne trasportata nei pressi della chiesa di San Nicola, ormai scomparsa, dove rimase fino al 1560, poi venne nuovamente smontata e ricostruita nel luogo dove attualmente sorge. Tre case diverse in pochi decenni, un nomadismo che racconta quanto la fontana fosse considerata preziosa: non si abbandona ciò che vale, si sposta con cura. Prima della costruzione del famoso ponte in muratura nel 1603, la Fontana Greca era il principale punto di riferimento per chi si accingeva a passare dal borgo moderno a quello antico. Era, in pratica, il segnale che si stava per entrare nel cuore della città.

Cariatidi, miti e stemmi: la grammatica di pietra della fontana

Avvicinarsi alla Fontana Greca significa imparare a leggere un testo scritto in bassorilievo. La struttura presenta due facciate distinte, ciascuna con un proprio registro narrativo. La facciata a Sud-Est è divisa in tre parti da quattro cariatidi che tengono in piedi l'architrave. I bassorilievi rappresentano le tre metamorfosi delle mitologiche Dirce, Salmace e Biblide, tutte figure femminili trasformate in fonti. In alto spicca lo stemma del re di Spagna Filippo II, attorniato dal simbolo della città. Il filo conduttore delle tre scene è il medesimo: donne che, per amore o per colpa, si dissolvono in acqua. Dirce, crudele con la nipote Antiope, salvata dalla furia dei tori dall'intervento di Dioniso che la muta in sorgente. Salmace, la ninfa che supplica gli dèi di unirsi per sempre a Ermafrodito. Biblide, consumata dal pianto per un amore impossibile, trasformata in pietra stillante lacrime. Tre storie che in un'altra città sarebbero semplice ornamento: qui, in una penisola circondata dal mare ma storicamente assetata di acqua dolce, diventano un manifesto ideologico.

L'altra facciata racconta invece i secoli del dominio borbonico. La facciata Nord-Ovest ha funzione di sostegno e risale al 1765. Su questa si staglia lo stemma di Gallipoli, caratterizzato dall'immagine di un gallo con una corona e da un'epigrafe latina che recita fideliter excubat, cioè "vigila fedelmente". Ben in evidenza sono anche le insegne del sovrano Carlo III Borbone. Due facce di un unico monumento che parlano lingue diverse: greca una, spagnola e borbonica l'altra, specchio fedele delle stratificazioni di potere che hanno segnato questa città per oltre due millenni.

L'acqua che salvò la città: un'economia idrica dimenticata

Costruita dai coloni greci, secondo la tradizione, era il punto di raccolta dell'acqua dolce per tutta la città. In un'isola calcarea lambita dal mare Ionio, trovare acqua potabile non era affare da poco: la Fontana Greca rappresentava una risorsa strategica, prima ancora che estetica. L'acqua sgorgava da fori praticati nelle statue e convogliava nel vascone sottostante, che fungeva in passato da abbeveratoio per gli animali. Ma la vita utile di quell'abbeveratoio si è prolungata fino a tempi sorprendentemente recenti. Attorno agli anni Cinquanta, veniva prelevata l'acqua con il riempimento di alcune botticelle, poi cedute alle famiglie che, numerose, non avevano in casa l'acqua corrente. Queste botticelle venivano deposte su un carretto trainato da un asino che più volte al giorno percorreva il ponte di pietra per raggiungere la città vecchia. Una catena di distribuzione idrica elementare e potentissima, che sopravvisse al dopoguerra come un'eco lontana dell'organizzazione urbana della polis greca.

Il riconoscimento del FAI e la corsa al restauro

Secoli di storia, però, hanno lasciato il segno. La fontana è in condizioni preoccupanti: crepe dai 2 ai 4 centimetri attraversano l'antica facciata, mettendo in pericolo sia i passanti sia la stabilità della struttura stessa. Una fragilità che non è passata inosservata: nel mese di giugno 2025 ha ottenuto un importante riconoscimento dal Fondo Ambiente Italiano, che consentirà l'avvio dei lavori di restauro. Un segnale di attenzione istituzionale che la città attendeva da tempo, e che arriva mentre il monumento continua a essere tra le mete più visitate del Salento. Le Poste Italiane, vista la bellezza e la storicità della fontana, l'hanno inclusa nella serie dei francobolli dedicati alle Fontane d'Italia.

Alla fine, la vera risposta alla domanda sulla sua età conta meno di quanto sembri. Che la fontana abbia duemilaquattrocento anni come vuole la tradizione ellenica, o che risalga al Cinquecento come sostengono le analisi più rigorose, il suo ruolo nella storia di Gallipoli rimane immutabile. È un monumento che non smette di parlare, capace di unire la funzionalità di un tempo — quando forniva acqua agli abitanti — al valore artistico e culturale che oggi la rende celebre in tutta Italia. Fermarsi davanti a lei, prima di attraversare il ponte verso l'isola, è il modo migliore per capire che a Gallipoli il passato non è mai davvero finito: zampilla ancora, discreto, tra le crepe della pietra.

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