Otranto, l'estate che fermò l'Impero ottomano: gli 813 martiri che scelsero la morte piuttosto che rinnegare la propria fede
C'è un colle appena fuori dalle mura di Otranto che si chiama colle della Minerva. Chi lo visita oggi lo trova silenzioso, soleggiato, affacciato su quel canale d'Otranto dove l'Adriatico stringe la mano allo Ionio. Eppure il 14 agosto 1480, su quel promontorio pugliese, si consumò uno degli episodi più strazianti e al tempo stesso più eroici della storia italiana: la decapitazione collettiva di 813 uomini che avevano scelto di morire piuttosto che rinunciare alla propria fede.
La flotta che arrivò dall'orizzonte
Per capire cosa accadde ad Otranto bisogna partire da lontano, dall'ambizione smisurata di un impero. La presa di Otranto si inserisce nel grande piano di conquista di Maometto II, sultano dell'Impero ottomano, che nel XV secolo tentò di ampliare i propri domini sul Mediterraneo; per questo, il 28 luglio 1480, inviò una parte della sua flotta nel Salento, puntando dritto sulla città di Otranto. La flotta era imponente: 90 galee, 40 galeotte e altre imbarcazioni, per un totale di circa 150 navi e 18.000 soldati, partiti dalla costa albanese di Valona.
Otranto era allora una città piccola, abitata da pescatori, agricoltori e commercianti. La sua popolazione contava soli 2.000 abitanti, e non avrebbe potuto opporsi a lungo a un esercito di quella portata. Eppure resistette. Appoggiati in un primo tempo dal Re di Napoli, gli otrantini tentarono di fermare gli invasori già sui Laghi Alimini, a circa 35 chilometri da Lecce; e sebbene fossero in netta inferiorità numerica, riuscirono ad avere la meglio sull'avanguardia turca, guadagnando il tempo necessario al resto della popolazione per rifugiarsi entro le mura della città.
Quindici giorni di resistenza disperata
L'assedio durò quindici giorni, dal 28 luglio all'11 agosto. Nonostante le lusinghe iniziali del Pascià, gli otrantini resistettero eroicamente, ma alla fine la città fu presa e invasa dai Turchi. Nel corso dell'assedio gli otrantini avevano chiesto invano aiuto al re Ferrante e all'arcivescovo Francesco De Arenis. Il soccorso promesso dagli Aragonesi di Napoli non arrivò mai, e quella solitudine aggravò il destino di una città già condannata dal numero.
Quando le mura cedettero, la ferocia degli invasori non risparmiò nessuno. Nel massacro che seguì, tutti gli uomini al di sopra dei quindici anni vennero uccisi, mentre donne e bambini furono ridotti in schiavitù. Il 12 agosto i Turchi sfondarono le porte della cattedrale, la occuparono e trucidarono spietatamente l'arcivescovo, i capitolari e i religiosi francescani, domenicani e basiliani. Gedik Ahmet Pascià non risparmiò il vescovo, decapitandolo mentre celebrava la Messa.
Il colle della Minerva e la scelta impossibile
Due giorni dopo la caduta della città, il 14 agosto, alla vigilia della festa dell'Assunta, si consumò l'atto finale. Il Pascià fece raccogliere 813 uomini superstiti e li fece condurre alla sua presenza sull'altura della Minerva, dove furono obbligati a fare una scelta: rinnegare la fede di Cristo o morire tutti decapitati. Gli otrantini preferirono rimanere fedeli a Cristo e accettarono di morire per lui.
Il primo a essere decapitato fu un vecchio sarto, Antonio Pezzulla, detto il Primaldo. La tradizione popolare racconta che il suo corpo decapitato rimase miracolosamente in piedi fino alla conclusione dell'eccidio, e che un soldato turco, tal Berlabei, si convertì nel vedere il modo in cui gli otrantini morivano per la loro fede e subì anche lui il martirio, impalato dai suoi stessi compagni d'arme. Che si tratti di cronaca o di leggenda devozionale, il nucleo storico è incontestabile: gli 813 martiri vennero decapitati "in odium fidei" sul colle della Minerva, a gruppi di cinquanta.
Le motivazioni di quella strage, secondo gli storici, non furono esclusivamente religiose. Il movente può essere associato alla combinazione di più fattori: la punizione verso chi aveva rifiutato di arrendersi, la vendetta per l'uccisione dell'ambasciatore turco durante i combattimenti, e non ultime le motivazioni militari, ovvero l'intento di seminare il panico per indebolire la resistenza dell'esercito locale. Le teste degli 813 furono esposte come monito, un messaggio di terrore indirizzato al resto del regno.
La liberazione e il culto dei corpi intatti
Otranto rimase in mano ottomana per poco più di un anno. Il 10 settembre 1481 la città fu liberata dalle truppe inviate dal duca Alfonso di Calabria, dal Papa e da altri Stati. Quando gli Aragonesi riconquistarono Otranto, i corpi dei martiri furono trovati intatti, e il popolo cominciò a rivolgersi a loro con l'appellativo di "santo".
Da quel momento i resti degli 813 divennero oggetto di venerazione crescente. Una parte delle ossa è oggi conservata nella cripta della cattedrale otrantina e in sette grandi teche nella Cappella dei Martiri della medesima chiesa, mentre altri resti furono trasferiti a Napoli già negli anni successivi al massacro. Chi entra in quella cappella trova anche una teca, esposta all'aria e visibile da chiunque, che reca all'interno l'intestino di un martire con il cibo ancora inalterato nonostante siano trascorsi più di cinque secoli, e una spiga di grano raccolta dalla pietra sulla quale, uno per uno, gli ottocento furono decapitati.
Da Clemente XIV a papa Francesco: il lungo cammino verso la santità
Il riconoscimento ufficiale della loro santità fu un percorso secolare, tortuoso quanto la storia stessa della città. Il 14 dicembre 1771 papa Clemente XIV li dichiarò beati; poi, il 12 maggio 2013, furono canonizzati da papa Francesco. Nel mezzo, tappe decisive: il 6 luglio 2007 papa Benedetto XVI dispose che la Congregazione delle Cause dei Santi pubblicasse il decreto sul martirio, e il 20 dicembre 2012 Benedetto XVI autorizzò la pubblicazione del decreto con cui la guarigione di una religiosa era riconosciuta come miracolo per intercessione dei Beati Antonio Primaldo e compagni; la loro canonizzazione fu poi celebrata da papa Francesco in piazza San Pietro il 12 maggio 2013.
Il tema dei santi martiri otrantini è presente sia in ambito letterario che musicale: la scrittrice Maria Corti firmò un apprezzato romanzo di ambientazione storica intitolato "L'ora di tutti", mentre in campo letterario si ricorda anche il romanzo "Nostra Signora dei Turchi" di Carmelo Bene, da cui fu tratto nel 1968 l'omonimo film che si aggiudicò il premio speciale della giuria alla 33ª edizione della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
Otranto non è solo una città pugliese incastonata tra il mare e la macchia mediterranea. È il luogo dove, in un'estate di cinque secoli fa, una comunità intera decise che c'erano cose che valevano più della vita. Quella scelta, compiuta sul colle della Minerva all'alba del 14 agosto 1480, risuona ancora oggi nelle pietre della cattedrale, nelle teche che custodiscono i resti, nel nome di una città che non si arrese.
Fonti e approfondimenti
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Martiri di Otranto – Wikipedia it.wikipedia.org ↗
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I martiri di Otranto: il sacrificio degli 813 abitanti in nome della fede – Holyart holyart.it ↗
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La Storia – Santi Martiri D'Otranto santimartiriotranto.it ↗
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14 agosto 1480: Otranto e i suoi 813 martiri – Globus Rivista globusrivista.it ↗
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Otranto: il martirio (1480) e la canonizzazione (2013) – Alleanza Cattolica alleanzacattolica.org ↗
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Gli 800 Martiri di Otranto – La Libertà laliberta.info ↗
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