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Un santo egiziano a Brindisi: le reliquie contese di San Leucio e il mistero di un patronato senza corpo

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 22 Luglio 2026 · 7 min di lettura
Altare di San Leucio nella Cattedrale di Brindisi con tela settecentesca
Foto: Holger Uwe Schmitt / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è una reliquia solitaria nel tesoro della Cattedrale di Brindisi. È il braccio di San Leucio, custodito dopo secoli di peripezie e trattative, unico frammento rimasto in una città che di quel santo porta il marchio fondativo nelle proprie radici cristiane. Il resto del corpo — o quel che ne restava — è altrove, disperso tra Trani, Benevento e chissà cos'altro. La storia di come ci sia arrivato quel braccio, e di come tutto il resto sia finito lontano, è una delle vicende più avvincenti e meno raccontate della devozione pugliese.

Un egiziano alla fine del mondo antico

San Leucio, predicatore originario di Alessandria d'Egitto, è uno di quei santi la cui storia si perde tra leggenda e romanzate agiografie: secondo la tradizione morì a Brindisi tra il IV e il V secolo. La sua figura emerge da un tempo in cui il Mediterraneo era ancora un'autostrada di idee, uomini e fedi, e Brindisi ne era uno dei porti privilegiati. La città era allora un attivo porto romano a largo contatto con la civiltà greca, e l'arrivo di cristiani dall'Oriente era tutt'altro che raro. In questo contesto di scambi e conversioni, Leucio sbarcò, predicò e, secondo la tradizione ecclesiastica più consolidata, divenne il primo pastore della comunità cristiana locale. La diocesi di Brindisi fu eretta nel IV secolo e il suo primo vescovo fu proprio san Leucio.

Su san Leucio non si dispone di una documentazione storicamente certa: la redazione più antica della sua Vita risale al IX secolo, e perciò è difficile separare il vero dal favoloso. Eppure qualcosa di concreto affiora. Il culto era già radicato fin dall'inizio del VI secolo, come dimostra una lettera di san Gregorio Magno del 601, in cui il papa chiedeva a Pietro, vescovo di Otranto incaricato del vescovado di Brindisi, di procurare reliquie di san Leucio a un monastero nei pressi di Roma che ne era stato derubato. Il suo nome stesso tradisce l'origine orientale: deriva dal greco Léukios, poi latinizzato in Leucius, che a sua volta derivava da leukós, ossia "bianco, splendente, luminoso".

Il trafugamento e la diaspora delle spoglie

La morte e la sepoltura a Brindisi non garantirono a Leucio una pace eterna. Il VII secolo fu per la città un periodo di violenze e distruzioni che cambiarono radicalmente la geografia del potere nel Sud Italia. Durante le operazioni di conquista di Brindisi, di Taranto e di tutta la penisola salentina da parte dei Longobardi, avvenute nel VII secolo e narrate da Paolo Diacono, le spoglie di San Leucio furono trafugate dagli abitanti di Trani e sepolte nell'ipogeo della cattedrale, intitolato al santo e tuttora visitabile. Un atto che la tradizione tramanda come un furto sacro: i marinai tranesi approfittarono del caos della guerra per portarsi via ciò che la città brindisina non riusciva più a proteggere.

La basilica di San Leucio a Brindisi includeva nella sua struttura l'antico martyrium, a tricora, con il sarcofago nella conca frontale, in cui era stata custodita, intera, la reliquia del corpo del santo fino alla conquista longobarda della città, alla fine del settimo secolo, quando fu trafugata dai cittadini tranesi. Nel XII secolo era persino diffusa la convinzione errata che l'intero corpo del santo fosse ancora nella basilica: nel 1190, l'arcivescovo Pietro da Bisignano tentò una ricognizione delle reliquie che, ovviamente, non diede risultati positivi. Una ricerca del nulla, condotta con tutta la solennità del caso, su un sarcofago vuoto da cinque secoli.

Da Trani, le spoglie compirono un ulteriore spostamento verso nord. Il corpo di Leucio fu traslato da Trani per essere riposto nel sacello sotto la Cattedrale, da dove, in seguito, sarebbe stato trasferito a Benevento, centro del culto dei santi appartenenti all'Italia meridionale. A poco a poco Benevento, come capitale del principato longobardo, divenne il centro di raccolta del culto dei santi venerati nell'Italia meridionale. Leucio vi confluì insieme a molti altri, diventando parte di un sistema di devozione che i Longobardi usavano anche come strumento di legittimazione politica e religiosa.

Il braccio che tornò a casa

Brindisi però non rinunciò del tutto al suo fondatore. Nel IX secolo le reliquie di san Leucio erano a Benevento, dove ancora si conservano, tranne un braccio riportato a Brindisi tra l'865 e l'895 grazie al vescovo Teodosio, che lo pose nella basilica cattedrale costruita per sua iniziativa. Quel braccio era, e resta, l'unico frammento del corpo del santo a essere tornato nella città da cui tutto era partito. La basilica di San Leucio, voluta dal vescovo Teodosio per riporvi la parte del corpo di san Leucio ricevuta da Benevento, si iniziò a costruire verso la fine del IX secolo e fu consacrata, nei primissimi anni del X, da Giovanni vescovo di Canosa e Brindisi.

Fu proprio in quel periodo che nella città pugliese riprese il culto del santo, presto considerato il patrono principale di Brindisi e addirittura il suo primo vescovo. L'arcivescovo Eustasio in un suo diploma del 1059 rivendicava la fondazione leuciana della cattedra brindisina, e il conte Goffredo di Conversano, in un documento del 1100, indicava esplicitamente Leucio come protettore della città. Il patronato si era dunque consolidato non sulla presenza fisica delle spoglie, ma sulla memoria, sul mito fondativo e su quella reliquia parziale tornata dopo secoli di assenza. Un paradosso tutto medievale: si venera il protettore della città proprio perché se n'è andato, e il suo ritorno — per quanto parziale — lo conferma ancora di più nella sua centralità spirituale.

Un culto che non conosce confini

La storia di San Leucio è anche la storia di quanto il Medioevo sapesse fare circolare, disperdere e moltiplicare la santità attraverso i suoi frammenti corporei. Oltre che a Brindisi, di cui è protettore della diocesi, il santo è molto venerato anche a Trani, Lecce, Benevento, Caserta e Capua; a Canosa, recenti scavi hanno portato alla luce una basilica del V secolo a lui dedicata. Il suo culto si diffuse rapidamente grazie ai Longobardi, come testimoniano le numerose basiliche costruite sotto la loro dominazione. Ogni città che aveva una reliquia rivendicava un pezzo della sua storia, costruendoci sopra identità locali, processioni, devozioni stagionali.

Buona parte delle sedi episcopali di Terra d'Otranto lo esige, pur con palesi anacronismi, quale protagonista delle rispettive leggende di fondazione, quasi a significare l'originario rapporto di filiazione con la cattedra di Brindisi, nei primi secoli primaziale nella regione. Il suo nome è patrono di comunità abruzzesi come Atessa, San Leucio del Sannio, Villavallelonga, Rocca di Mezzo: luoghi lontanissimi dal porto adriatico dove tutto cominciò, ma raggiunti dalle onde di quel culto longobardo-beneventano. Era pure considerato, per il miracolo della pioggia, protettore dei campi contro la siccità, ma li proteggeva anche dalle tempeste.

Oggi, nella Cattedrale di Brindisi, san Leucio è venerato come primo vescovo della città e nell'edificio gli fu dedicato nel 1771 l'altare che chiude la navata sinistra, dove è rappresentato in una tela dipinta da Oronzo Tiso — pittore brindisino vissuto tra il 1726 e il 1800. Oggi i patroni ufficiali di Brindisi sono San Teodoro e San Lorenzo, ma nei secoli scorsi la città ebbe come patroni anche San Leucio e San Pelino. Il cambio non ha cancellato la devozione: la festa dell'11 gennaio continua a richiamare fedeli, e quel braccio nel tesoro della cattedrale resta il simbolo di una storia in cui Brindisi, pur avendo perso il corpo del suo fondatore, non ha mai smesso di reclamarlo come suo. Forse è proprio questo — la mancanza, il desiderio, il ritorno parziale — a rendere il culto di San Leucio ancora così vivo.

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