Perché la cattedrale di Gallipoli non ha campanile? Il segreto del duomo barocco che guarda il mare
C'è un enigma architettonico che ogni visitatore porta con sé uscendo dal centro storico di Gallipoli, anche senza averlo formulato a parole: qualcosa non torna, nella silhouette di quella cattedrale. Gli occhi cercano in cielo la sagoma di un campanile — quella torre verticale che in qualsiasi altra città pugliese segna il ritmo della piazza — e non la trovano. Eppure le campane ci sono. Bisogna sapere dove guardare.
Un'area sacra vecchia di quasi mille anni
Per capire il duomo che vediamo oggi occorre tornare indietro di secoli, a prima che esistesse persino il concetto di barocco. Il sito su cui sorge la cattedrale è antico quanto la città stessa: dove oggi si erge l'edificio, un tempo c'era una chiesa medievale, in un'area sacra frequentata sin dal 1126. Secondo il canonico D'Elia, la basilica medievale risaliva al XII secolo e aveva uno stile normanno romanico pugliese. Quella chiesa aveva una sua fisionomia precisa e piuttosto imponente: in passato vi erano due campanili asimmetrici — quello di sinistra composto da tre piani con aperture bifore, con un campanone e due battitori delle ore; quello di destra di dimensioni maggiori, con ben cinque piani, terminante con un'estremità a cupola sormontata da una croce. Era, insomma, un edificio dotato di una propria voce verticale nel cielo dell'isola. Poi, nel Seicento, tutto fu demolito.
Il cantiere del 1629: Genuino e la scommessa barocca
Nel 1629, dopo aver demolito l'edificio medievale, iniziò la costruzione di una nuova cattedrale più grande e imponente. La regia del progetto fu affidata a un talento locale: la costruzione fu eretta dal 1629 al 1696 su progetto dell'architetto gallipolino Giovan Bernardino Genuino. A tradurre sulla pietra le sue idee furono chiamati altri artigiani della città: il principale mandante della basilica fu il medico Giacomo Lazzari, che ne affidò la costruzione agli architetti locali Francesco Bischettini e Scipione Lachibari. Sessantasette anni di cantiere — un arco di tempo che abbraccia generazioni intere di mastri, scalpellini e manodopera gallipolina — per consegnare alla città quello che sarebbe diventato il suo monumento più identitario. La data del completamento della costruzione, il 1696, appare proprio in un'iscrizione sulla facciata.
Il risultato è un edificio che sintetizza con rara coerenza l'anima di una città di mare e di mercanti. Fino all'Ottocento Gallipoli era uno dei principali porti oleari del Mediterraneo, e questa ricchezza ha lasciato in eredità chiese barocche rivestite di carparo dorato, palazzi nobiliari con portali scolpiti e una rete di stradine labirintiche pensate per difendere dai venti e dalle incursioni saracene. La cattedrale di Sant'Agata è il punto più alto, architettonico e simbolico, di questa civiltà.
La facciata verso il mare: una scelta, non un caso
Chi percorre i vicoli del centro storico si trova la cattedrale quasi addosso, senza preavviso. La facciata si presenta quasi all'improvviso tra le mura fortificate e intersecate da una fitta trama di vicoli e corti fiorite del centro storico, in prossimità del palazzo del Seminario. Ma l'aspetto che disorienta è un altro: il portale principale non guarda verso l'interno della città, bensì verso lo Ionio. La ricchezza artistica di Gallipoli è intrecciata a più fili con il mare, perché una serie di fortificazioni furono costruite sulla costa in difesa delle incursioni turche, e al mare guardano la maggior parte dei prospetti delle chiese e dei palazzi in stile barocco. La facciata della cattedrale rivolta verso il mare non è dunque una bizzarria urbanistica: è la firma architettonica di una città che ha fatto della vigilanza una forma di sopravvivenza, e della bellezza una risposta alla paura.
La materia con cui quella bellezza è costruita racconta altrettanto: la cattedrale è costruita in conci di tufo leccese, mentre la facciata è in carparo. Questa pietra calcarea locale, al tramonto, si tinge di un oro caldo che trasforma la piazza in qualcosa di simile a una scenografia. La facciata è arricchita da diverse statue in pietra leccese raffiguranti Sant'Agata, San Sebastiano, San Fausto, Santa Marina, Santa Teresa, San Giovanni Crisostomo e Sant'Agostino. Secondo alcune fonti, la facciata potrebbe essere opera di Giuseppe Zimbalo, il maestro del barocco leccese noto come lo Zingarello, anche se l'attribuzione non è unanimemente confermata dalla critica.
Il mistero del campanile che non c'è (ma che in realtà c'è)
Ed ecco il punto che incuriosisce di più: dove sono finite le campane? La risposta è nascosta in cima alla stessa facciata. La chiesa cattedrale non è dotata di una torre campanara: le tre campane — in passato quattro — sono poste sulla terrazza e montate sul frontespizio con delle aperture, in quello che viene definito un campanile a vela. La torre che è adiacente alla basilica è invece la torre civica, composta da due campane che scandiscono la vita civile della cittadina. Due funzioni distinte — quella religiosa e quella civile — affidate a strutture separate, come se la città avesse voluto tenere ben distinti i tempi di Dio da quelli degli uomini.
Perché si rinunciò ai campanili che l'antica chiesa medievale possedeva? Le fonti non offrono una risposta esplicita, ma il contesto storico suggerisce alcune piste. La tradizione locale vuole che le campane suonassero anche come segnale d'allarme al comparire di vascelli nemici, una funzione di sorveglianza che nel contesto del XVI e XVII secolo non aveva nulla di straordinario. In questo senso, il campanile a vela integrato nella facciata verso il mare potrebbe non essere una rinuncia, ma una scelta strategica: campane basse, difficili da colpire, puntate nella direzione giusta.
Dentro la cattedrale: una pinacoteca sacra
L'interno è ripartito in tre navate a croce latina, scandito da un colonnato con fregio a metope e triglifi di sapore rinascimentale; entrando si ha la straordinaria impressione di vedere un unico grande dipinto, una vera galleria di pittura sacra che sembra rivestire ogni angolo, dalle volte fino al magnifico presbiterio. Non è un'esagerazione retorica: grazie alla quantità di tele presente al suo interno, la cattedrale è considerata una vera e propria pinacoteca. La basilica ospita una collezione di quadri di artisti del '600 e '700, tra cui spiccano le creazioni del gallipolino Andrea Coppola, del napoletano Nicola Malinconico e del figlio Carlo, di Giovan Domenico Catalano e Francesco Giordano. Lo stile barocco si ritrova anche nell'altare maggiore, in preziosi marmi policromi, con il coro ligneo e il pergamo intagliati realizzati da Giorgio Aver.
Il riconoscimento istituzionale arrivò nel Novecento in due tappe ravvicinate: con il Regio Decreto del 21 novembre 1940, il re d'Italia Vittorio Emanuele III la elevò al rango di monumento nazionale per via della sua valenza storica e artistica. Poi, nel 1946, la cattedrale fu elevata a basilica pontificia minore da papa Pio XII, su richiesta del vescovo Nicola Margiotta. Due sigilli sovrapposti — uno civile, uno religioso — per un edificio che Gallipoli aveva costruito mattone dopo mattone nel corso di quasi sette decenni, tenendo fede a una promessa fatta alla propria patrona e al proprio mare.
Fonti e approfondimenti
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Puglia 24 News – La cattedrale di Gallipoli guarda il mare puglia24news.it ↗
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Gallipolis Terra – Basilica concattedrale di Sant'Agata gallipolisterra.it ↗
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Wikipedia – Basilica concattedrale di Sant'Agata it.wikipedia.org ↗
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Cattedrale Gallipoli – L'antica chiesa cattedrale cattedralegallipoli.it ↗
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Diocesi di Nardò-Gallipoli – Concattedrale di Gallipoli diocesinardogallipoli.it ↗
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Italiani.it – Gallipoli, la Cattedrale: l'incanto e l'opulenza del Barocco italiani.it ↗
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