HomeTurismo › Duemila anni fa era il porto di Roma sul Mediterraneo: Brindisi fermava le navi con una catena tesa tra due colonne, e una di quelle colonne non c'è più perché Lecce se la prese nel 1666

Duemila anni fa era il porto di Roma sul Mediterraneo: Brindisi fermava le navi con una catena tesa tra due colonne, e una di quelle colonne non c'è più perché Lecce se la prese nel 1666

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 22 Luglio 2026 · 7 min di lettura

C'è un punto a Brindisi in cui la storia non si racconta: si vede. Basta salire la scalinata Virgilio, voltarsi verso il porto e alzare gli occhi. Una colonna di marmo bianco si staglia contro il cielo adriatico, alta e solitaria, come se aspettasse ancora qualcuno. Aspetta, in un certo senso, la sua gemella — che se ne sta a Lecce da tre secoli e mezzo, sotto la statua di un santo, dopo una vicenda di donazioni contestate, sindaci riottosi e un viceré spagnolo che alla fine impose la sua volontà.

La fine del mondo conosciuto, in riva all'Adriatico

Per capire perché quelle due colonne contassero così tanto, bisogna tornare a quando Brindisi era il porto di Roma sul Mediterraneo. Secondo la tradizione più accreditata, si tratta di un monumento fatto innalzare intorno al 110 d.C. dall'imperatore Traiano, per celebrare — insieme al potenziamento del porto — la costruzione di una deviazione della via Appia nel tratto da Benevento a Brindisi, passando da Canosa, Ruvo ed Egnazia; strada che da lui fu chiamata Via Traiana. Ogni legionario, ogni mercante, ogni ambasciatore che lasciava Roma con destinazione Oriente percorreva quella strada e finiva qui, davanti a queste colonne. Due torri di marmo che segnavano il punto terminale della famosa Via Appia, una delle più antiche e strategicamente importanti strade romane, che collegava Roma a Brindisi.

Poste in posizione dominante sul porto, sulla collina compresa fra i Seni di Levante e di Ponente, in asse con lo stretto canale che metteva in comunicazione il porto interno con il mare aperto, le due colonne potrebbero aver rappresentato attraverso i secoli i confini ideali tra il largo e la riva, oltre che indicare l'ingresso in un porto sicuro. In origine erano due colonne gemelle, un unicum nel panorama architettonico dell'antichità. Solo il prospetto verso il mare risponde in parte alla situazione antica: al di sopra di una poderosa costruzione, le colonne erano ben visibili da lontano, soprattutto dalle navi che si accostavano al porto interno. Il monumento delle due colonne abbinate rappresenta l'unico elemento sopravvissuto a lungo e quasi intatto della città romana, divenendo il simbolo stesso della comunità brindisina.

Quanto fossero ammirate lo dimostra un fatto curioso: si suppone che le due colonne con il Leone di San Marco e la statua di San Teodoro che i veneziani innalzarono in piazza San Marco, proprio di fronte alla banchina più importante della città lagunare, siano una replica medievale di quelle di Brindisi. Un omaggio silenzioso, costruito in pietra, da una potenza marinara all'altra. La colonna che si innalza sul porto di Brindisi è in marmo proconnesio e misura ben 18,74 metri d'altezza: la base è di 4,44 metri, il totale degli otto rocchi è di 11,45 metri, il capitello misura 1,85 metri. Il suo capitello in marmo cipollino raffigura quattro deità e otto tritoni tra foglie di acanto.

Il 1528: la colonna che non regge più

Per oltre un millennio le due colonne restarono in piedi, sfidando terremoti, invasioni e secoli di abbandono. Poi, nel 1528, una cedette. Una delle due colonne rovinò al suolo nel 1528. A seguito di quel crollo il monumento rimase mutilo. La colonna superstite sarebbe poi stata smontata durante la seconda guerra mondiale per evitare crolli o danni causati dai bombardamenti subiti dalla città. I rocchi abbattuti rimasero a terra, in mezzo al porto, per decenni: troppo grandi per spostarli con facilità, troppo importanti per lasciarli andare. Il capitello che si vede oggi sulla colonna superstite non è l'originale, il quale è custodito nelle sale musealizzate di Palazzo Granafei-Nervegna.

La peste, il santo e la trattativa impossibile

La storia della colonna caduta si intreccia con una delle più grandi paure del Seicento: la peste. Nel 1657 la peste seminò morte e distruzione nel Regno di Napoli, ma non arrivò in Salento. A Lecce si attribuì il merito a Sant'Oronzo, e il popolo volle realizzare un monumento al santo: l'allora sindaco di Brindisi Carlo Stea decise di offrire i pezzi della colonna caduta, donandoli alla cittadinanza leccese.

Ma Brindisi non ci stava. Il sindaco che succedette a Stea, Giovanni Antonio Cuggiò, facendosi interprete delle volontà popolari, rifiutò di consegnare la colonna. Il canonico Pasquale Camassa, nella sua opera "La romanità di Brindisi attraverso la sua storia e i suoi avanzi monumentali", ricorda come l'idea, per quanto lodevole dal lato religioso, trovasse una forte opposizione nella cittadinanza, la quale non sapeva adagiarsi all'idea di essere privata di quei marmi, muti testimoni della sua antica grandezza. I sindaci Cuggiò, Monticelli e Vavotico non vollero mai ratificare l'atto di cessione compiuto dal loro predecessore Stea. L'opposizione fu lunga e testarda, quasi commovente nella sua inutilità: Brindisi sapeva benissimo che quei blocchi di marmo erano la sua memoria più antica.

Il sindaco Carlo Monticelli Ripa, restando opposto all'idea e di fronte alle insistenti richieste che provenivano da Lecce, accordò di inviare a Napoli, al viceré, la supplica di annullare la disposizione già emanata di consegnare i pezzi della colonna crollata alla città di Lecce; ma purtroppo non ci fu nessun riscontro a quella supplica. Il 2 novembre 1659 il Viceré di Napoli, conte di Castrillo, ordinò l'invio a Lecce delle parti cedute della colonna. Era finita: il potere centrale aveva parlato, e la resistenza popolare brindisina non bastava contro un ordine vicereale. Si dovette arrivare al 1666 per riuscire a erigerla a Lecce.

La colonna di Sant'Oronzo e la contesa mai sopita

Nel 1666, l'architetto Giuseppe Zimbalo innalzò nella piazza principale di Lecce la statua di Sant'Oronzo in cima alla colonna marmorea, che venne però di molto snellita. I rocchi di marmo romano vennero rastremati e rilavorati per adattarsi alla nuova funzione. Quello che era stato un simbolo pagano del potere imperiale di Roma diventava così il piedistallo di un santo cristiano, in una delle piazze più belle del Barocco pugliese. Un destino bizzarro, certo, ma non privo di una sua logica: entrambe le vite di quella colonna parlano di potere, di gloria e di identità collettiva.

Dopo cinque secoli la contesa non è ancora sopita. A guardia del porto di Brindisi ne vennero erette due gemelle, ma una crollò nel 1528 e rimase a terra in pezzi per oltre un secolo, finché la peste risparmiò il Salento e nel 1657 a Lecce si volle un monumento per ringraziare il patrono Sant'Oronzo; l'allora sindaco di Brindisi donò a Lecce i pezzi, pare contro la volontà popolare, tant'è che furono consegnati solo due anni dopo e solo per intercessione del viceré di Napoli. La richiesta formale di restituzione è arrivata anche in tempi recenti, con una formale richiesta di restituzione della seconda colonna romana, nella città salentina da circa quattrocento anni. La questione ha suscitato malumori e polemiche, dividendo l'opinione pubblica tra chi ritiene giusto il ritorno della colonna gemella nel luogo originale e chi invece considera inutile e superflua la richiesta.

Oggi, chi sale la scalinata Virgilio a Brindisi e guarda quella singola colonna che punta verso il cielo adriatico vede qualcosa di più di un reperto archeologico. Vede la fine di una strada lunga quanto l'impero, il simbolo di una città che per secoli è stata il confine orientale del mondo romano, e il segno tangibile di una ferita ancora aperta — quella dell'altra colonna che manca, che aspetta di tornare a casa, o che forse ha trovato la sua nuova casa a Lecce per sempre. Le colonne, in fondo, hanno gemellato queste due antiche città, poste vicine fra esse, nel cuore del Mediterraneo.

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