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Perché Matera è famosa per i Sassi e Monopoli no? Il borgo pugliese con una città di grotte sotto la città che i Normanni trasformarono in chiese rupestri

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 3 Luglio 2026 · 7 min di lettura
Interno di una chiesa rupestre medievale a Monopoli con affreschi bizantini sulle pareti in tufo
Foto: Giorgio Galeotti / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è una domanda che vale la pena farsi almeno una volta, soprattutto se si è pugliesi: perché Matera, a pochi chilometri di distanza, è diventata Capitale Europea della Cultura e patrimonio UNESCO grazie ai suoi Sassi, mentre Monopoli — che nasconde nel suo sottosuolo una quantità impressionante di grotte medievali, chiese affrescate e casali rupestri — resta conosciuta soprattutto per le sue calette e il porto vecchio? La risposta, probabilmente, sta nell'invisibilità. I Sassi di Matera si vedono: s'impongono allo sguardo, scendono a cascata verso il fondovalle, non lasciano scampo. Le chiese rupestri di Monopoli, invece, si nascondono. Stanno sotto la terra, dietro cancelletti bianchi ai bordi delle campagne, incastrate nelle pareti delle lame — quei solchi carsici che tagliano il pianoro murgiano verso il mare — e non si rivelano se non a chi le cerca.

Una città sotto la città

Chi visita Monopoli per la prima volta si trova davanti a un borgo marinaro di straordinaria eleganza: il castello di Carlo V, il porto antico, le mura medievali che guardano l'Adriatico. Nel ventre di questa città, però, si cela una città sotto la città, fatta di strati archeologici millenari e innumerevoli chiese rupestri. Non è un'iperbole letteraria, ma una descrizione precisa di ciò che gli studiosi hanno documentato da decenni. Monopoli affonda le proprie radici nella civiltà Messapica, come le scoperte archeologiche avvenute sotto la cattedrale hanno evidenziato, e già nell'Età del Bronzo esisteva qui un insediamento umano. La stratificazione è tale che ogni scavo rivela un'epoca sopra l'altra, come un libro aperto sulla lunga durata della storia mediterranea.

Gli insediamenti rupestri proliferarono nelle depressioni carsiche dette "lame", piccoli canyon che scendono verso il mare fino a tagliare trasversalmente il percorso della via Traiana. Lungo queste lame, che permettevano l'accesso viario all'entroterra, sorsero i casali — centri abitati rupestri. Nell'agro di Monopoli, tra ulivi secolari e muretti a secco, le grotte offrirono ambienti ideali per vivere e lavorare, utilizzati dall'uomo soprattutto in età medievale: frantoi ipogei, grotte con giacitoi, stalle e laboratori. Era una civiltà complessa e organizzata, non una semplice sopravvivenza primitiva. Dal ritrovamento di frantoi, dalle tracce di antiche macine e fosse granarie, gli archeologi hanno potuto stabilire l'intensa attività produttiva dei villaggi in grotta, in cui si praticavano la lavorazione del grano, l'allevamento, la produzione di miele e la tintura dei tessuti.

Quando i Normanni insabbiarono il porto e scavarono le chiese

La storia rupestre di Monopoli è intrecciata in modo indissolubile con le vicende politiche e militari dell'XI secolo. L'escavazione della chiesa dei Santi Andrea e Procopio può essere inserita nel contesto politico e militare greco-normanno alla metà dell'XI secolo: la città di Monopoli, già governata dal 1041 da un conte normanno, subì nel 1042 la distruzione per opera del catapano Maniace, inviato in Italia meridionale per fronteggiare l'offensiva normanna. La distruzione della città causò la diaspora degli abitanti, che si rifugiarono nelle campagne circostanti dando vita al casale rupestre lungo la lama dell'Assunta. Fu in questo momento di crisi e dispersione che le grotte smisero di essere semplici rifugi per diventare chiese, oratori, luoghi di culto permanenti.

Non è un caso che in passato Monopoli venisse chiamata "la città dei cunicoli". A renderla unica erano le chiese rupestri sorte attorno al porto canale, che i Normanni decisero di insabbiare. Nel 1054 venne dato l'ordine dal normanno Ugo Toute Bone di provvedere all'insabbiamento del porto canale per esigenze difensive, affinché i Greci bizantini non potessero più entrare nel porto e nel cuore della città per conquistarla. La chiesa della Madonna del Soccorso, una delle rupestri del centro storico, realizzata probabilmente nel X secolo, si affacciava in origine proprio su quel porto canale insabbiato dai Normanni per motivi di sicurezza.

Oriente e Occidente scolpiti nella roccia

Ciò che rende le chiese rupestri monopolitane qualcosa di più di un semplice curiosum archeologico è la loro straordinaria densità di significati culturali. Il fondo della lama fungeva anticamente da strada principale dell'insediamento, mentre le pareti rocciose ospitarono la popolazione rurale che si stabilì nelle numerose grotte scavate, adibite a laboratori, ad abitazione e al culto religioso. Secondo alcuni storici, il modo di abitare in grotta fu introdotto in zona da monaci greco-appuli osservanti la regola di san Basilio, e i contadini della zona lo perpetrarono per secoli. Le chiese rupestri divennero così punto d'incontro tra Oriente e Occidente, tra la liturgia cattolica e il culto greco-ortodosso, che qui si sovrapposero e si fusero in un'unica mentalità ed espressione religiosa.

Questo sincretismo si legge direttamente sulle pareti affrescate. La decorazione pittorica della chiesa dei Santi Andrea e Procopio unisce, in un unico ciclo, santi appartenenti all'agiografia orientale e santi il cui culto appartiene alla cultura italo-normanna, divulgata in Italia meridionale dai monaci benedettini. Basta pensare che i santi Eligio, Leonardo, Cosma e Damiano, affrescati nella chiesa di Monopoli, compaiono anche, per volere dei dominatori normanni, nel Duomo di Monreale a Palermo. Un filo invisibile lega dunque la campagna monopolitana alla grande committenza normanna siciliana: lo stesso programma iconografico, la stessa volontà di fondere culture diverse sotto un'unica fede.

Le chiese rupestri: un patrimonio da scoprire (e da salvare)

Il patrimonio rupestre del territorio di Monopoli è vasto e articolato. In contrada l'Assunta si trova un grande insediamento rupestre, tappa lungo la Via Traiana, che si diffonde attorno al nucleo principale della chiesa dei Santi Andrea e Procopio. Nel centro abitato, invece, la cripta dello Spirito Santo è una piccola chiesa rupestre scavata intorno all'anno Mille nelle rocce della lama Don Angelo, a sud-ovest di Monopoli. Nei pressi del cimitero si ritrova questa chiesa, antichissimo ambiente rupestre di matrice romanica frequentata fin dal IX secolo. Poi c'è la cripta di Santa Maria degli Amalfitani, considerata la chiesa rupestre più antica di Monopoli, il cui nome deriva da alcuni marinai provenienti da Amalfi che edificarono la chiesa in segno di devozione per essere scampati da un terribile naufragio.

Le lame di Fasano e Monopoli sono tra le più studiate e le più emblematiche della Puglia, e hanno rappresentato il primo sicuro approdo per quanti fuggivano dalle guerre o dalle persecuzioni in Oriente. Caratteristica di queste lame è la presenza di numerose cripte nascoste fra le rocce affioranti, sovrastate quasi sempre da masserie fortificate sorte sui pianori e ai bordi delle lame. Un paesaggio stratificato, dove il Medioevo rupestre e la campagna agricola si compenetrano senza soluzione di continuità. Non è un segreto che da varie parti si ritenga che le chiese rupestri lasciate in abbandono siano a rischio: se non si interviene, soprattutto sugli affreschi, il deterioramento è inevitabile. Se venissero irrimediabilmente compromessi, sarebbe una grave perdita non solo per i monopolitani e i pugliesi, ma per l'umanità intera.

Eppure qualcosa si muove. All'infopoint nella sala dei Pescatori, ogni giovedì, attendono Cosimo Lamanna — insegnante di filosofia ed erudito di storie locali, anima del Centro Turistico Giovanile Egnatia — e Rocco Veronico, ingegnere civile prestato con entusiasmo alla promozione del territorio: sono le guide alla visita delle chiese rupestri medievali che costellano l'agro monopolitano. È da qui, da una passione civile che resiste, che comincia la vera scoperta di Monopoli: non dalla spiaggia o dal porto fotografato mille volte, ma da un cancelletto bianco in aperta campagna, da una scala che scende nel tufo, da un affresco medievale che fissa negli occhi del visitatore lo sguardo immobile di un santo che nessuno ha ancora finito di nominare.

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