Seimila anni di storia dentro una dolina: le Grotte di Castellana, il più lungo sistema carsico d'Italia e la discesa che nel 1938 cambiò tutto
C'era, nel cuore degli ulivi della Murgia sudorientale, una voragine che la gente del posto chiamava semplicemente la Grave. In dialetto castellanese il termine significa "la profonda", e profonda lo era davvero: una voragine a strapiombo di sessanta metri, che un tempo costituiva l'unico accesso al sistema carsico sottostante. Ma per secoli quella bocca oscura fu soprattutto una soglia dell'immaginario collettivo. La Grave era considerata un luogo maledetto: si diceva che di notte ne uscissero vapori danzanti, ritenuti le anime di chi vi si era gettato, e altre leggende parlavano di un mostro che vi teneva prigioniera una fanciulla. I contadini che passavano nei pressi all'imbrunire acceleravano il passo, e i pipistrelli che risalivano dall'abisso nel crepuscolo non facevano che alimentare il terrore.
Un geologo alla ricerca di qualcos'altro
La storia vera comincia con un incarico apparentemente ordinario. Nel 1938 i responsabili dell'Ente Provinciale per il Turismo di Bari richiesero all'Istituto Italiano di Speleologia di Postumia l'intervento di un esperto speleologo per compiere un sopralluogo in grotte già conosciute nel territorio, allo scopo di una loro utilizzazione turistica. L'uomo scelto per il compito era Franco Anelli, naturalista e geologo nato a Lodi il 18 ottobre 1899, laureato in Scienze Naturali all'Università di Bologna nel 1927. Anelli era un professionista navigato, abituato alle grotte del Carso di Postumia: l'Italia carsica non aveva segreti per lui. O almeno così credeva.
Fu incaricato di effettuare una ricognizione della Grotta di Putignano, ma scoprì nei dintorni l'esistenza di cavità ancora inesplorate. Il 23 gennaio 1938, dopo aver esplorato cavità di limitato sviluppo e inadatte allo scopo, si affacciò sull'orlo della Grave. Quello che fece dopo richiedeva una dose considerevole di coraggio: con una scala di corda, sfidando le cupe leggende legate a quell'abisso nero che si apriva nel cuore di un uliveto, mise il primo passo sul fondo della caverna. Con lui, in quella prima discesa, c'era Vito Matarrese, un appassionato di speleologia del posto che sarebbe diventato un protagonista fondamentale della storia a venire.
La lampada che non riusciva a illuminare tutto
Quello che Anelli trovò sul fondo non era semplicemente una grotta. Percorrendo il perimetro della cavità, trovò un basso passaggio che continuava per alcune decine di metri fino a raggiungere una seconda vastissima caverna, tanto grande che la luce della sua lampada ad acetilene non riusciva a rischiarare: quella che sarebbe stata poi denominata Caverna dei Monumenti. Era la prima di una catena di meraviglie. Due mesi dopo, nel marzo 1938, Anelli e Matarrese proseguirono le esplorazioni, spingendosi fino a 600 metri dalla Grave, dove una nuova voragine nel Corridoio del Deserto arrestò ancora una volta l'avanzata. Ma le sorprese non erano finite: fu Vito Matarrese, proseguendo le esplorazioni anche in solitaria, a superare quella voragine e a raggiungere il termine ultimo del sistema carsico, la Grotta Bianca, da lui scoperta nel 1939.
La Grotta Bianca divenne subito il gioiello dell'intero complesso. Nel 1952, il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, in visita alle grotte, la definì "la più bella del mondo". Si tratta di un'eerie caverna d'alabastro, appesa a stalattiti sottili come stiletti. Ancora oggi, chi percorre l'itinerario lungo e arriva a quella sala finale descrive la stessa sensazione di straniamento: le pareti bianchissime sembrano riflettere una luce che non c'è.
La geologia di novanta milioni di anni
Per capire cosa si nasconde sotto Castellana Grotte bisogna risalire molto più indietro del 1938. Le grotte si aprono nelle Murge sudorientali, a 330 metri sul livello del mare, sull'altopiano calcareo formatosi nel Cretaceo superiore, circa novanta-cento milioni di anni fa. In quell'epoca lontanissima, i fondali marini accumularono sedimenti composti da resti di molluschi e vegetazione che, nel corso dei millenni, si compattarono in spessi strati di roccia calcarea. Fu poi la continua azione dell'acqua, infiltrandosi nel sottosuolo, a scolpire quelle rocce, intagliando attraverso il processo di carsificazione un intricato sistema di caverne e gallerie. Il risultato di questa paziente opera della natura, misurata in ere geologiche, è ciò che oggi i visitatori percorrono in due ore.
Il complesso si sviluppa per una lunghezza di 3.348 metri e raggiunge una profondità massima di 122 metri dalla superficie. È la più lunga rete sotterranea naturale d'Italia. A una temperatura costante di 16,5 gradi centigradi, stalattiti e stalagmiti scolpite goccia dopo goccia raccontano una storia lunga milioni di anni. Lungo i percorsi si incontrano formazioni cui i nomi offrono un inventario surreale della fantasia umana di fronte alla natura: dalla Caverna dei Monumenti alla Grotta della Lupa Capitolina, dalle cosiddette fette di pancetta — strati di alabastro così sottili da apparire traslucidi se illuminati — fino alla stalattite nota come "la Calza", che per lo stillicidio ha assunto la forma di un collant da donna.
Franco Anelli, il padre di una disciplina
La scoperta delle Grotte di Castellana fu per Anelli molto più di un colpo di fortuna professionale: cambiò radicalmente la sua vita. Nel 1949 fu convocato a Castellana per assumere la direzione delle grotte da lui scoperte, dedicandosi con grande entusiasmo a un'intensa attività di esplorazione, rilevamento, ricerca scientifica e valorizzazione turistica delle cavità. Sotto la sua guida le Grotte di Castellana divennero, nell'arco di pochi anni, le grotte italiane più visitate: già nel 1976 i visitatori raggiunsero la cifra record di quasi 397.000 presenze.
La sua eredità scientifica è rimasta impressa persino nella nomenclatura mineralogica: il nome di Anelli è legato a un minerale, la francoanellite, un fosfato acido idrato di alluminio e potassio ritrovato all'interno delle Grotte di Castellana. E la sua reputazione travalicò di gran lunga i confini della Puglia: per la sua azione volta allo studio del fenomeno carsico, Franco Anelli è considerato il padre della speleologia italiana. La sua bibliografia conta ben oltre 220 titoli, un corpus che testimonia una vita intera consacrata al sottosuolo.
Un abisso vivo, oggi come allora
La storia delle Grotte di Castellana non si è conclusa con Anelli. Nei decenni successivi alla scoperta sono state promosse numerose campagne di scavo che hanno riportato alla luce ulteriori percorsi e sistemi di cavità. Il sottosuolo custodisce ancora, secondo gli studiosi, spazi inesplorati: i rilievi effettuati in occasione di lavori di ripulitura hanno portato a ipotizzare l'esistenza di nuove cavità, che potrebbero svilupparsi lungo la principale linea di frattura delle grotte già conosciute. E la vita biologica che prospera nell'oscurità è tutt'altro che banale: le ricerche biospeleologiche hanno portato alla scoperta di una ricchissima fauna cavernicola, tra cui nuove specie endemiche, e non mancano i pipistrelli, presenti con cinque specie diverse.
Dal giorno della loro apertura al pubblico, quasi 17 milioni di persone hanno percorso le vie sotterranee delle Grotte di Castellana. Eppure, ogni volta che si scende nella Grave con la scala che ha sostituito quella di corda del 1938, l'effetto è lo stesso di quella mattina di gennaio: il buio si fa totale, l'aria cambia consistenza, e il mondo di sopra — con i suoi ulivi, le sue leggende e il suo cielo pugliese — sembra improvvisamente lontanissimo.
Fonti e approfondimenti
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La Scoperta – Grotte di Castellana (sito ufficiale) grottedicastellana.it ↗
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Grotte di Castellana – Wikipedia it.wikipedia.org ↗
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Franco Anelli (speleologo) – Wikipedia it.wikipedia.org ↗
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BariToday – 84 anni dalla scoperta delle Grotte di Castellana baritoday.it ↗
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Grotte di Castellana – FAI, I Luoghi del Cuore fondoambiente.it ↗
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Castellana Caves – Italia.it italia.it ↗
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