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Il fuoco sacro che bruciava la Puglia: come i medici scoprirono che il terrore degli ardenti nasceva nel grano

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 2 Luglio 2026 · 6 min di lettura

Immaginate un villaggio del Sud Italia nel Cinquecento. È estate, il grano è stato mietuto, il pane è appena sfornato. Poi, nel giro di pochi giorni, qualcuno comincia ad accusare un bruciore insopportabile alle mani e ai piedi. La pelle si gonfia, diventa violacea, poi nera. Gli arti si raggrinziscono come se qualcosa li stesse carbonizzando dall'interno. Alcuni vedono figure demoniache, altri cadono in convulsioni. Nessuno sa da dove venga il male. Nessuno immagina che la risposta sia nel pane che hanno appena mangiato.

Il fuoco che non si spegneva

Lo chiamavano ignis sacer, fuoco sacro, oppure "male degli ardenti". Storicamente questa patologia era conosciuta come "Fuoco di Sant'Antonio" o "Fuoco Sacro", a causa della sensazione di bruciore intenso che i pazienti provavano agli arti. Non era una metafora: la sofferenza era reale, progressiva, spesso letale. Le estremità, specie nelle regioni distali, diventavano tumefatte e violacee, sede di furenti dolori; poi la cute assumeva un colorito sempre più scuro, quasi nero, la parte si faceva fredda, si essicava, si raggrinziva, sembrava mummificarsi, perdeva ogni sensibilità e poteva amputarsi spontaneamente in corrispondenza delle articolazioni. Un quadro che oggi farebbe scattare l'allerta in qualsiasi pronto soccorso, ma che per secoli rimase avvolto nell'incomprensione più totale.

La Puglia, terra di grano per eccellenza, non era immune. Tutt'altro. L'ergotismo, causato dal consumo di cereali infettati dal fungo Claviceps purpurea, lasciò un segno profondo nella storia, in particolare nelle società pre-moderne fortemente dipendenti dalla segale e da altri cereali. E nelle campagne del Mezzogiorno, dove i raccolti erano la sola garanzia di sopravvivenza, un campo contaminato poteva condannare un'intera comunità. Si ritiene che i contadini e i bambini fossero i più vulnerabili all'ergotismo, anche se i benestanti ne erano colpiti ugualmente, poiché intere comunità dipendevano dai raccolti infetti, e nelle annate di carestia il male entrava in ogni casa.

Una punizione di Dio, o così si credeva

All'epoca non si sapeva cosa causasse il morbo — a parte l'essere peccatori: le malattie, si diceva, erano il risultato dell'azione del peccato sull'equilibrio dei quattro umori, i quattro fluidi vitali che definivano la vita. Le epidemie erano spesso fraintese e attribuite a forze soprannaturali, contribuendo a periodi di isteria di massa, persecuzioni religiose e disordini sociali. Chi sopravviveva cercava sollievo nei pellegrinaggi ai santuari dedicati al santo, e spesso — incredibilmente — guariva. I pellegrini del Nord Europa che mangiavano normalmente pane di segale, quando erano malati e si recavano verso Roma, venivano accolti al di qua delle Alpi in conventi-ospedali dove operava l'ordine ospedaliero degli "Antoniani" di Sant'Antonio Abate; qui potevano mangiare pane di frumento o farro, molto meno infetti, e i poveri sventurati trovavano subito un certo sollievo, facendosi ritenere miracolati dal Santo. Il miracolo, dunque, non era divino: era dietetico.

Nel Medioevo europeo, le epidemie di ergotismo venivano talvolta interpretate come punizione divina o stregoneria; i sintomi della malattia, in particolare allucinazioni e convulsioni, portavano spesso ad accuse di possessione demoniaca. Quando il grano infetto veniva macinato in farina e consumato, insorgevano convulsioni, vivide allucinazioni spesso di demoni o animali, una restrizione del flusso sanguigno alle estremità seguita dalla caduta degli arti gangrenosi; in molti casi le allucinazioni si innestano su reali sensazioni di bruciore legate alla perdita di flusso sanguigno, portando il malato a credere di essere avvolto dalle fiamme. Era un delirio chimico, non soprannaturale.

Il fungo nascosto nella spiga

Il colpevole aveva un nome, anche se nessuno lo sapeva ancora leggere nelle spighe. Con "segale cornuta" si fa comunemente riferimento agli sclerozi del fungo ascomicete noto scientificamente come Claviceps purpurea; più conosciuto con il termine francese ergot, ossia "sperone", questo fungo parassita genera, nelle graminacee infette, delle escrescenze a forma di speroni o di corna, di colore nero, grigio scuro o purpureo. L'infestazione produce numerosi alcaloidi — le ergotossine — che hanno effetti tossici sul corpo; e questi alcaloidi responsabili dell'ergotismo sono derivati dell'acido lisergico, meglio conosciuto con l'acronimo LSD. Un dettaglio che restituisce la misura della potenza allucinatoria di certe epidemie storiche.

La cosa più insidiosa era la resistenza del fungo al calore. Le sostanze tossiche sono resistenti al calore, mantengono la loro tossicità anche dopo la cottura del pane e non vengono inattivate neppure durante la conservazione a lungo termine. Non bastava cuocere bene il pane: se il grano era contaminato, il veleno arrivava comunque sulla tavola. E nelle annate fredde e umide — le stesse in cui i raccolti scarseggiavano e la fame spingeva a usare ogni chicco disponibile — il grano contaminato con l'ergot veniva scartato nei raccolti abbondanti, ma quando il raccolto era povero, non restava quasi altra scelta alimentare.

Quando la scienza prese il sopravvento sulla preghiera

La svolta arrivò lentamente, e non senza resistenze. Soltanto tra il XVII e il XIX secolo fu possibile fare chiarezza sul fatto che si trattasse di intossicazioni, piuttosto che di epidemie — non v'era infatti possibilità di contagio — gettare luce sull'esatta sintomatologia ed escludere altre patologie, riconducendo alla segale cornuta la causa di quel "male" che prese il nome di ergotismo. Fu un medico francese, Thuillier, a collegare definitivamente il fungo della segale cornuta alla malattia, nel 1670. Nel 1676 l'ergot venne ritenuto responsabile delle manifestazioni dell'ergotismo gangrenoso e nel 1695 venne riconosciuto come causa dell'ergotismo convulsivo; ci volle però un altro mezzo secolo perché questa conoscenza acquisisse il necessario riconoscimento all'interno della comunità scientifica.

Nel frattempo, l'origine fungina dell'ergot fu riconosciuta da Münchausen nel 1764, mentre la storia biologica del fungo fu compiutamente ricostruita e il nome Claviceps purpurea assegnatogli da Tulasne nel 1853. Era una delle ultime tessere di un mosaico che aveva richiesto secoli per comporsi, durante i quali milioni di persone avevano sofferto e pregato senza sapere che il loro aguzzino stava tranquillamente lievitando nei granai.

Un'eredità nei campi e nella medicina

Oggi l'ergotismo è scomparso come forma diffusa a intere collettività, grazie alla facilità con cui può essere prevenuto. I controlli sui cereali, la pulizia delle farine e il monitoraggio agronomico hanno reso questo flagello quasi un fantasma. Quasi: epidemie degne di nota sono avvenute fino alla prima metà del Novecento, come nell'isola italiana di Alicudi. E al contempo, quello stesso fungo che per secoli aveva seminato morte è diventato un alleato della medicina: gli alcaloidi della segale cornuta vengono normalmente usati nel trattamento dell'emicrania, del morbo di Parkinson e soprattutto in ostetricia per iniziare o accelerare il travaglio, ridurre l'emorragia e far riprendere tono all'utero dopo il parto.

C'è qualcosa di vertiginoso, in fondo, nell'idea che il veleno medievale che faceva bruciare la Puglia sia oggi raffinato in farmaci salvavita. La storia dell'ergotismo è anche questo: un promemoria di quanto la scienza abbia faticato a togliere la parola al cielo per darla alla biologia, e di quanto quel ritardo sia costato, in secoli di fuoco, in migliaia di arti perduti, in una sofferenza che per troppo tempo non ebbe né nome né rimedio — solo una preghiera, e un santo a cui attribuirne il sollievo.

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