Dove i Messapi seppellivano i loro morti: le tombe rupestri di Ostuni che nessuna guida turistica mette in copertina
Ostuni la conoscono tutti come la Città Bianca: il colle calcareo, i vicoli imbiancati a calce, la cattedrale che domina la Valle d'Itria. La conoscono i turisti che la fotografano d'estate, i fotografi che la usano come fondale e le guide che la descrivono con aggettivi sempre uguali. Quello che le guide non raccontano quasi mai, però, si trova sotto i piedi — o meglio, nella roccia attorno al colle — ed è molto più antico di qualsiasi muro medievale. Sono le tombe dei Messapi, scavate nel calcare, dimenticate per secoli e riemerse quasi per caso in un pomeriggio d'inverno dell'Ottocento.
Un popolo tra i due mari
I Messapi erano una tribù iapigia che nell'antichità classica occupava il territorio corrispondente all'attuale Salento. Il loro territorio, tradizionalmente conosciuto come Messapia, si estendeva da Leuca a sud-est fino a Ceglie ed Egnazia a nord-ovest, ricoprendo gran parte della penisola salentina. Provenienti dall'Illiria, erano definiti anche come il Popolo dei Due Mari, e fondarono importanti città come Oria, Mesagne, Otranto, Roca Vecchia, Ugento e Manduria. Ma la loro ombra arrivava anche molto più a nord, fin sopra quella collina a pareti ripide che i Greci avrebbero chiamato Astu-neon, "città nuova".
Ostuni sorge sulla cima di un colle a pareti ripidissime e il suo nome, secondo la tradizione, deriva dal greco "Astu-neon". La posizione invidiabile e facilmente difendibile ha certamente attirato l'attenzione dei Messapi, costruttori di città e di strade: un abitato del IV-II secolo a.C., che doveva estendersi sulle pendici e nella piana sottostante il colle, è documentato dal rinvenimento di tombe al mercato Boario, a villa Nazareth, alla Rosara, a Santo Stefano. Sono nomi di quartieri e contrade che oggi si attraversano in automobile senza pensarci, ma che nascondono, nel sottosuolo, uno dei capitoli più oscuri e affascinanti della storia pugliese.
Dicembre 1844: la scoperta negli orti
Nel dicembre del 1844, negli Orti della Rosara, allora di proprietà del Capitolo Cattedrale, vengono rinvenute tombe di epoca messapica. Non si trattò di uno scavo programmato, ma di uno di quei ritrovamenti fortuiti che la terra pugliese consegna con una certa regolarità a chi vi lavora. L'11 gennaio 1845, convocato il Consiglio Capitolare al gran completo, il canonico arcidiacono informò i confratelli del fortuito ritrovamento e manifestò la volontà di depositare i reperti in un apposito museo, allo scopo di "conservargli quali monumento della nostra patria".
Quello spirito di conservazione fu quasi un miracolo per l'epoca. I Messapi erano una popolazione illirica insediatasi nella penisola salentina della Puglia tra il VII e il III secolo a.C. Lo studioso Cosimo Arcangelo De Giorgi, nel suo diario di viaggio pubblicato nel 1882, scrisse di aver visitato alcune delle sepolture: erano mediamente profonde tra i 2 e i 5 metri, e coperte da travi su cui erano incise parole messapiche ormai perdute. Un sistema scritto che la terra aveva inghiottito insieme ai defunti, e che nessuno avrebbe potuto decifrare.
Il corredo dei morti e la luce per l'aldilà
Il percorso espositivo del Museo Diocesano di Ostuni si apre con i reperti archeologici di epoca messapica, databili tra V e III secolo a.C., che nell'Ottocento sono stati rinvenuti in un terreno di proprietà del Capitolo. I reperti provenienti dalle tombe rinvenute negli Orti della Rosara comprendono ceramiche a figure rosse, ceramiche apule a vernice nera, ceramiche di stile Gnathia e altre tipologie, tra le quali trozzelle, anfore, crateri, unguentari, lucerne e giocattoli. Sono oggetti che raccontano molto di chi li ha deposti: non soltanto la ricchezza del defunto, ma la cura con cui i vivi si congedavano dai loro morti.
Le lucerne, in particolare, non erano semplici strumenti di illuminazione. Rientravano, per la loro alta funzione simbolico-rituale finalizzata a rischiarare il cammino ultraterreno del defunto, tra i principali manufatti dei corredi funerari dei Messapi. L'idea era quella di non lasciare l'anima nell'oscurità: un piccolo fuoco portatile per guidarla nel viaggio verso l'altro mondo. Il termine "trozzella" qualifica una tipologia di vaso messapico, prodotta a partire dal VII secolo a.C. e in uso soprattutto tra IV e III secolo a.C., dagli alti manici delimitati da quattro rotelle, in dialetto salentino chiamate "trózzule". Questi vasi — forma così peculiare da essere considerata quasi una firma etnica — compaiono con insistenza nei corredi ostunesi, confermando l'identità profonda della comunità che abitava il colle.
La grotta, il culto, il confine tra i vivi e i morti
La presenza messapica nel territorio di Ostuni non si esaurisce nelle tombe della Rosara. Ed è sempre in ambienti sotterranei che gli antichi Messapi adoravano il potente dio Taotor, signore della Luce e dei fulmini. La Grande Madre, propiziatrice delle nascite e dei raccolti e signora degli animali e dell'oltretomba, era venerata nella grotta di Agnano a Ostuni , un sito che gli studiosi hanno identificato come uno dei principali santuari messapici della regione. Il confine tra il culto dei vivi e il riposo dei morti era, per questa civiltà, estremamente sottile: la roccia era allo stesso tempo tempio e sepolcro, grembo e tomba.
I Messapi solevano creare le proprie necropoli lungo le mura cittadine: ritenevano che i propri defunti avessero vegliato sulla città, proteggendola dai nemici. Era una geografia del sacro in cui i morti non venivano allontanati dalla comunità, ma ne diventavano i guardiani silenziosi. Ogni tomba era un presidio, ogni corredo funerario una promessa di protezione. In questo senso, le sepolture sparse attorno al colle di Ostuni non sono relitti abbandonati: sono la memoria militare e spirituale di una città che non esiste più.
Cosa resta oggi, e dove cercarlo
Il museo civico e il parco archeologico di Ostuni riservano ai visitatori uno dei reperti più suggestivi della Puglia. Su prenotazione è possibile visitare il parco e la grotta di Santa Maria di Agnano, dove sono stati ritrovati i resti di due sepolture, di cui una appartenuta alla "donna di Ostuni" o Delia, una donna vissuta ventiquinquemila anni fa, deceduta con ancora in grembo il feto mai partorito. Ma la stratificazione non si ferma alla preistoria: lo stesso sito ha restituito, negli strati successivi, tracce della frequentazione messapica, confermando come questo territorio abbia funzionato per millenni da magnete per le civiltà.
Chi vuole invece entrare in contatto diretto con i corredi delle tombe della Rosara può farlo al Museo Diocesano di Ostuni, nel cuore del centro storico. Le più recenti scoperte archeologiche, avvenute nelle tre province pugliesi di Brindisi, Taranto e Lecce, hanno radicalmente mutato le conoscenze sulle antiche popolazioni messapiche. Gli scavi, condotti dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia e dall'Università di Lecce in una prospettiva di ampia collaborazione internazionale, hanno portato alla luce insediamenti, necropoli e santuari dai quali risulta con chiarezza il ruolo dinamico giocato da queste genti nei rapporti tra Balcani, Grecia e Italia. Ostuni, in questo quadro, non è una periferia della Messapia: ne è uno dei nodi più densi, anche se tra i meno raccontati.
Salire al centro storico della Città Bianca, passare davanti alla cattedrale e scendere poi verso la piana, sapendo che sotto quei campi e quelle contrade dormono ancora i Messapi: è un esercizio di immaginazione che nessuna guida turistica riesce a farti fare meglio di quanto non sappia fare la roccia stessa, con il suo silenzio millenario.
Fonti e approfondimenti
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Provincia di Brindisi – Scheda storica di Ostuni provincia.brindisi.it ↗
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Brundarte – Museo Diocesano di Ostuni, Fondo Archeologico Capitolare brundarte.it ↗
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Museo Diocesano di Ostuni – The Chapter Archaeological Trust museodiocesanoostuni.it ↗
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Rupestre IRIS – Grotte e ipogei come luoghi iniziatici e simbolici netik.it ↗
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FAI – Tombe dei Messapi fondoambiente.it ↗
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