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Il maggio del 1484 in cui Gallipoli sfidò da sola la flotta veneziana: mura, bombarde e un sindaco che non si arrese

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 1 Luglio 2026 · 6 min di lettura
Il castello e le mura di Gallipoli visti dal mare allo Ionio al tramonto
Foto: Holger Uwe Schmitt / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un motto latino inciso nello stemma di Gallipoli che parla ancora oggi prima di qualsiasi guida turistica: Nec animus fato minor, il coraggio non è inferiore al destino. Non è uno slogan scelto per l'estetica. È una sentenza nata dalle ceneri di almeno due assedi devastanti, e quello del maggio 1484 è forse il più denso di significato, perché mise di fronte a una delle marine più potenti del Mediterraneo una città-isola con le mura sconnesse e la testardaggine come unica riserva strategica.

Una flotta all'orizzonte, una città senza scuse

Il contesto era quello della Guerra di Ferrara, il conflitto che tra il 1482 e il 1484 aveva opposto Venezia a una coalizione guidata da Ferdinando I d'Aragona, re di Napoli. La strategia veneziana prevedeva di aprire più fronti contemporaneamente per distogliere le truppe napoletane dal teatro principale, e così Venezia decise di inviare una nutrita flotta ad attaccare Ferrante d'Aragona direttamente nei suoi possedimenti meridionali. Gallipoli era uno degli obiettivi più preziosi: porto florido, piazzaforte sul canale d'Otranto, chiave del commercio adriatico e ionico.

Il 16 maggio 1484 comparve al largo della rada di Gallipoli una flotta di navi da guerra venete — alcune fonti parlano di settanta navigli di varia grandezza, sebbene il numero esatto sia di difficile verifica — e dopo il rifiuto di una resa, i veneziani fecero sbarcare settemila soldati destinati ad assediare la città via terra. Era una forza sproporzionata rispetto a qualunque guarnigione locale potesse opporre. Eppure Gallipoli non aprì le porte.

Mura vecchie, anime nuove

Dai documenti dell'epoca si evince che le fortificazioni della città e del castello, vecchie ormai di quasi due secoli, distrutte dagli angioini e poi sommariamente ripristinate nel XIV secolo, erano in pessime condizioni e non in grado di respingere un attacco in forze. Era una situazione che avrebbe scoraggiato qualsiasi comandante prudente. Ma i gallipolini si difesero tenacemente e durante i feroci combattimenti venne ucciso con un colpo di bombarda il comandante generale della spedizione veneziana, Jacopo Marcello. La notizia della sua morte fu tenuta nascosta agli equipaggi dal provveditore Malipiero, che dopo aver ridotto al silenzio le batterie terrestri ordinò lo sbarco, e Gallipoli fu saccheggiata dalle soldatesche greche al soldo della Repubblica — i cosiddetti stradiotti — con grande amarezza dello stesso Malipiero.

La città cadde, ma non si spense. Passata a Ferdinando I d'Aragona e poi ai veneziani, Gallipoli aveva resistito alle forze turche in Terra d'Otranto nel 1481 e fu poi espugnata dai veneziani nel maggio del 1484, restando sotto il loro controllo per quattro mesi, fino alla pace di Bagnolo. Quattro mesi di occupazione al termine dei quali la città tornò aragonese, e con essa tornò quella fierezza municipale che aveva animato la difesa.

Il sindaco che dipinse lo scudo sotto le bombe

A restare impressa nelle carte d'archivio è anche la figura del sindaco Costantino Specolizzi. Il notaio Vincenzo Dolce, nell'opera sugli stemmi dipinti nella sala del Palazzo Comunale, attesta che Specolizzi fu il primo a far dipingere il simbolo della sua famiglia nel 1484, proprio durante l'assedio dei veneziani, e che il primo cittadino difese il Regio Governatore e la città nel celebre assalto, subendo crudeli maltrattamenti. Dipingere il proprio stemma sotto il fuoco nemico non era vanità: era un atto di resistenza simbolica, un modo per dire che quella città era ancora in piedi e che qualcuno ne rivendicava l'identità.

La più antica rappresentazione del motto cittadino è contenuta in un atlante edito a Colonia da Braun e Hogemberg nel 1572, su disegno del gallipolino Giovanbattista Crispo, dove lo stemma con il gallo coronato reca la scritta latina Nec animus fato minor, con probabile riferimento ai due assedi e alle relative ricostruzioni del 1268 e del 1484. Il gallo che veglia, la scritta che sfida: un manifesto politico costruito su macerie reali.

L'isola che si fece più isola

L'assedio veneziano lasciò un'eredità fisica che ancora oggi segna la geografia della città. Nel 1484, sotto il dominio veneziano, fu tagliato l'istmo naturale che collegava l'abitato alla terraferma, trasformando il promontorio in un'isola artificiale, poi collegata da un ponte. Una decisione strategica che modificò per sempre la forma stessa di Gallipoli: non più una penisola esposta, ma un'isola difendibile su tutti i lati. Fu poi nel 1601 che il ponte di accesso alla città venne progettato e tra il 1603 e il 1607 fu costruito: l'antica struttura era composta da dodici arcate che terminavano in un ponte levatoio in legno, oggi scomparso.

E a difendere quella nuova morfologia urbana arrivò presto anche il Rivellino, la straordinaria opera d'arte militare che ancora si affaccia sullo Ionio. Ideato alla fine del Quattrocento da Francesco di Giorgio Martini su commissione del Duca di Calabria, questo bastione difensivo fu costruito tra il 1515 e il 1522 come baluardo esterno al Castello di Gallipoli contro le incursioni nemiche. Il puntone sporgente verso il mare, la pietra calcarea color miele, le bocche da fuoco: tutto in quella struttura racconta un popolo che aveva imparato, a caro prezzo, che il mare portava tanto ricchezza quanto pericolo.

Il Salento che teneva il punto

La minaccia, del resto, non veniva solo da Venezia. Quattro anni prima dell'assedio gallipolino, nel 1480, gli ottomani avevano espugnato Otranto con una violenza che aveva sconvolto l'Europa intera. I turchi, per difficoltà non del tutto chiarite, avevano preferito evitare le grandi piazzeforti come Gallipoli o Taranto, limitandosi a razzie sui piccoli centri privi di grandi fortificazioni. Gallipoli era rimasta in piedi anche allora, e quella resistenza silenziosa aveva un significato preciso: la città sapeva tener duro, con o senza rinforzi, con o senza mura perfette. Saranno poi gli Aragonesi a fortificare in modo sistematico l'intera costa salentina proprio dopo la devastazione di Otranto del 1480, innescando quella stagione di cantieri militari che ridisegnò la faccia del Salento.

Oggi il canale che separa il borgo antico dalla città nuova è attraversato da turisti in sandali, e il Castello angioino ospita mostre d'estate. Ma basta fermarsi un momento sul ponte, guardare l'acqua che scorre silenziosa sotto gli archi di pietra, e capire che quella striscia d'acqua non è un dettaglio paesaggistico: è la cicatrice di un'estate del 1484 in cui una città decise, con tutto ciò che aveva, di non cedere. Nec animus fato minor. Il coraggio non è inferiore al destino.

Fonti e approfondimenti

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