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Cinquecento anni di storia non li hanno cancellati: i teschi degli ottocento martiri di Otranto, decapitati dagli Ottomani nel 1480, vegliano ancora nella cattedrale della città

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 1 Luglio 2026 · 6 min di lettura
Le teche con i teschi dei martiri di Otranto nella Cappella dei Martiri della cattedrale della città
Foto: Hotolmo22 / CC0 via Wikimedia Commons

Ci sono luoghi in cui il tempo non scorre come altrove. La Cattedrale di Otranto è uno di questi. Chi vi entra, tra mosaici medievali e navate romaniche, si trova a un certo punto davanti a qualcosa di inatteso: una cappella adornata da teche di vetro contenenti centinaia di teschi, i resti degli ottocento martiri di Otranto, cittadini che nel 1480 pagarono con la vita il rifiuto di rinnegare la propria fede durante una feroce invasione ottomana. Non è una ricostruzione, non è un'allegoria. È storia rimasta in piedi, letteralmente, per oltre cinque secoli.

L'estate in cui arrivarono le vele nere

Il 28 luglio 1480 una flotta turca del sultano dell'Impero ottomano Maometto II, proveniente da Valona, forte di novanta galee, quaranta galeotte e altre navi, per un totale di circa centocinquanta imbarcazioni e diciottomila soldati, si presentò sotto le mura di Otranto. La città, affacciata sull'Adriatico come una sentinella tra Oriente e Occidente, aveva nella sua splendida cattedrale, costruita fra il 1080 e il 1088, una delle chiese più antiche e cariche di storia del Mezzogiorno. Ma quella mattina di luglio non c'era tempo per la storia: c'era solo da resistere.

Quando Gedik Ahmet Pascià chiese la resa ai difensori, questi si rifiutarono, e in risposta le artiglierie turche ripresero il bombardamento. L'11 agosto, dopo quindici giorni d'assedio, il pascià ordinò l'attacco finale, durante il quale riuscì a sfondare le difese e a espugnare anche il castello. Gli ottomani concentrarono il fuoco contro uno dei punti più deboli delle mura, aprirono una breccia, irruppero nelle strade, massacrarono chiunque capitasse a tiro e raggiunsero la Cattedrale, nella quale in tanti si erano rifugiati. Quello che accadde dentro la chiesa fu di una brutalità senza misura: abbatterono la porta e dilagarono nel tempio, raggiunsero l'arcivescovo Stefano, lì presente con gli abiti pontificali e con il crocifisso in mano; all'intimazione di non nominare più Cristo, l'arcivescovo rispose esortando gli assalitori alla conversione, e per questo gli venne reciso il capo con una scimitarra.

Il colle della Minerva e la scelta impossibile

Il 14 agosto Ahmed Pascià ordinò di rastrellare tutti i superstiti di sesso maschile e d'età superiore ai quindici anni. Erano circa ottocento: fu loro proposta la scelta tra l'apostasia e la decapitazione. In base alla tradizione, rispose per tutti Antonio Primaldo, un vecchio cimatore di lana, che disse: «Fin qui ci siamo battuti per la patria e per salvare i nostri beni e la vita. Ora bisogna battersi per Gesù Cristo e per salvare i nostri beni e le nostre anime». Allora, a gruppi di cinquanta, i prigionieri furono portati sulla collina detta "di Minerva", presso la città — quella che oggi è detta "collina dei Martiri" — e vennero decapitati. La tradizione devozionale aggiunge un particolare che ha attraversato i secoli: secondo la tradizione, il corpo di Antonio Primaldo rimase miracolosamente in piedi, nonostante la decapitazione, fino all'ultimo martire. Il boia, colpito dal miracolo, si convertì e fu giustiziato anche lui.

I cadaveri dei martiri furono lasciati insepolti per un anno, fino all'estate del 1481, quando Otranto fu riconquistata dalle forze cristiane e i loro corpi degnamente sepolti. Dopo vari tentativi e mesi di preparazione, la cittadella salentina fu ripresa dagli Aragonesi, guidati da Alfonso d'Aragona, figlio di Ferdinando, re di Napoli. Sfruttando la notizia della morte improvvisa di Maometto II e delle rivalità scoppiate tra i suoi due figli, Bayezid e Cem, gli aragonesi ebbero la meglio sul corpo di spedizione ottomano, indebolito da un anno di permanenza in terra pugliese.

I resti che non tacciono

Alfonso di Calabria fece innalzare sul Colle della Minerva la chiesetta di Santa Maria dei Martiri a custodia dei resti dei decapitati — i cui corpi erano rimasti intatti, recita la tradizione devozionale, a distanza di molti mesi — poi traslati, alla fine della riconquista, nella cripta della cattedrale il 13 ottobre dello stesso anno. Da quel momento in poi, la cattedrale di Otranto non è più soltanto una chiesa: è un ossario vivente, un memoriale di pietra e osso.

Da quella triste pagina di storia sono stati poi riconosciuti ufficialmente i Martiri della Chiesa, i cui resti si trovano in sette grandi teche in legno nella Cappella dei Martiri, ricavata nell'abside all'interno della Cattedrale di Otranto. I resti dei martiri sono ora esposti dietro a cinque grandi teche di vetro: in particolare, i teschi sono meticolosamente allineati in file orizzontali, con le ossa facciali girate verso i visitatori. Tuttavia, in una lunga fila della finestra centrale, un teschio è posizionato con il viso rivolto verso il tetto e il cranio verso i visitatori — un dettaglio che, da solo, basta ad arrestare il passo di chiunque. Chi entra in quella cappella trova anche una teca, esposta all'aria e visibile da chiunque, che reca all'interno l'intestino di un martire con il cibo, ancora inalterati nonostante siano trascorsi più di cinque secoli, e una spiga di grano raccolta dalla pietra sulla quale, uno per uno, gli Ottocento sono stati decapitati.

Da beati a santi: il lungo cammino verso Roma

Il vescovo Antonio De Beccariis, nel 1539, avviò le pratiche per la santificazione ufficiale degli ottocento, ma solo in epoca molto più recente si conclusero, con il riconoscimento di quegli otrantini decapitati quali martiri della fede. Un processo canonico iniziato nel 1539 terminò il 14 dicembre 1771, allorché papa Clemente XIV dichiarò beati gli ottocento trucidati sul colle della Minerva, autorizzandone il culto; da allora essi sono protettori di Otranto. Il passaggio definitivo avvenne quasi due secoli e mezzo dopo: il 12 maggio 2013, i martiri di Otranto sono stati canonizzati da papa Francesco. Una recognitio canonica, effettuata tra il 2002 e il 2003, aveva nel frattempo ribadito l'autenticità dei resti.

Parte delle reliquie, nel corso dei secoli, ha preso altre strade: a partire dal 1485, una parte dei resti fu trasferita a Napoli e riposa nella chiesa di Santa Caterina a Formiello, dove fu collocata sotto l'altare della Madonna del Rosario, che ricorda la vittoria definitiva delle truppe cristiane sugli Ottomani nella famosa battaglia di Lepanto. Ma il cuore della memoria è rimasto ad Otranto, in quella cappella dove ogni anno, l'11 agosto, si celebra la festa in loro onore con messe solenni e processioni.

Visitare la Cattedrale di Otranto e sostare davanti a quelle teche non è un'esperienza turistica nel senso ordinario del termine. È un confronto diretto con una scelta umana estrema: quella di chi, di fronte alla morte certa, non ha ceduto. La vicenda dei Martiri di Otranto non è solo un fatto religioso: è un simbolo della resistenza di un popolo, della sua identità e del coraggio di non rinnegare le proprie radici. I teschi sono lì a ricordarlo, allineati e silenziosi, da oltre cinque secoli.

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