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Il castello di Gallipoli e il segreto sotto le pietre: la cisterna che salvò la città durante l'assedio veneziano del 1484

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 30 Luglio 2026 · 5 min di lettura
Il Castello Aragonese di Gallipoli visto dal ponte al tramonto, con le torri cilindriche riflesse nel mare Ionio
Foto: renato agostini / CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento preciso in cui il castello di Gallipoli smette di sembrare quello che sembra. Avviene quando si attraversa il ponte in muratura che collega il borgo antico alla terraferma, si supera il portone d'ingresso e, varcata la soglia del cortile interno, si scopre che il pavimento sotto i propri piedi non è pietra piena: è il tetto di una cisterna. Una cavità scavata e murata nei secoli per raccogliere ogni goccia di pioggia caduta su queste torri, pronta a dissetare una città intera nel momento più buio. Quel momento arrivò nell'estate del 1484, quando una flotta veneziana si presentò davanti alle coste gallipolesi e cominciò a bombardarla dal mare.

Una fortezza costruita strato su strato, per duemila anni

Il castello di Gallipoli, che appare interamente circondato dal mare all'ingresso dell'isola su cui sorge la città vecchia, si erge sui resti di una preesistente fortificazione con ogni probabilità di epoca romana, ricostruita durante la dominazione bizantina. Non si tratta, dunque, di un monumento a sé stante, ma dell'esito finale di una stratificazione difensiva durata millenni. I Bizantini che presero il dominio della città ricostruirono il castello, e la testimonianza è una lettera di Papa Gregorio Magno risalente all'anno 599 nella quale si congratulava con il tribuno Occiliano invitandolo a non abusare del castello di Gallipoli, in quanto era proprietà della Chiesa di Roma. Già allora, dunque, la fortezza era un oggetto di contesa, un patrimonio da preservare e da non sprecare.

La fortezza resistette all'assedio di Roberto il Guiscardo del 1055-56 e nel 1071 subì l'occupazione dei Normanni, dei quali resta come unico ricordo l'incisione dell'anno 1132 sull'attuale portone d'ingresso. Poi vennero gli Svevi, poi gli Angioini. La struttura all'incirca così come appare ora — di pianta quadrilatera potenziata da torrioni agli spigoli, di cui uno ennagonale, il più antico, e tre circolari — fu edificata successivamente all'assedio angioino del maggio 1269 che aveva mandato in frantumi la preesistente fortificazione. Ogni conquista lasciava cicatrici nell'architettura, e ogni ricostruzione aggiungeva un nuovo strato di intelligenza militare alle pareti.

Il 1484 e la flotta che arrivò dal mare

Di un assedio armato si tratta quanto accadde nel 1484 a Gallipoli che, nella sua storia millenaria, ha conosciuto l'oltraggio dell'aggressione diretta non una sola volta. Venezia, all'apice della sua proiezione mediterranea, si trovava coinvolta nelle guerre che insanguinavano il regno di Napoli, e Gallipoli — porto strategico affacciato sullo Ionio — era un obiettivo troppo prezioso per essere ignorato. Le galere della Serenissima arrivarono via mare, sfruttando il vantaggio che nessun esercito di terraferma avrebbe potuto contrastare facilmente: l'isolamento dell'isola, che per secoli era stato il punto di forza della città, diventava improvvisamente la sua vulnerabilità più acuta.

In quel contesto, la vera arma della resistenza non erano i cannoni né le mura, per quanto robuste. Era l'acqua. Una città assediata che non riesce a dissetarsi cade nel giro di giorni; una città che ha saputo accumulare riserve idriche può resistere settimane, mesi. Il fossato che circondava il castello fu progettato proprio nel 1484 dai Veneziani — segno che l'assedio lasciò tracce perfino nell'architettura del luogo —, ma la cisterna interna alla fortezza era già lì, pronta a fare il suo dovere. Secondo la tradizione locale, la riserva d'acqua piovana raccolta nei sotterranei del castello avrebbe garantito alla guarnigione e agli abitanti rifugiati all'interno la possibilità di reggere l'urto dell'assedio. La capacità di quella cisterna, che alcune fonti descrivono come straordinariamente ampia, rimane uno degli elementi più discussi e affascinanti della storia gallipolese.

L'ingegneria dell'acqua: un segreto scritto nel cortile

Dell'originaria antica struttura sono ancora visibili i sotterranei e i camminamenti casamattati dei tre bastioni angolari. È in questi spazi — cunicoli che attraversano la roccia come vene, corridoi dove la luce filtra appena — che si capisce la vera filosofia costruttiva della fortezza: ogni superficie utile era pensata per convogliare l'acqua verso il basso, verso i serbatoi. I tetti, il camminamento di ronda, il cortile stesso: tutto era inclinato e canalizzato per non disperdere neanche una goccia di pioggia. L'interno del castello ha grandi sale con volte a botte e a crociera, cunicoli e camminamenti che ancora oggi restituiscono l'impressione di un organismo pensato per la resistenza prolungata, non per la resa rapida.

L'originale pianta in epoca angioina era quadrangolare, ma sotto la dominazione aragonese fu circondata da una struttura poligonale con torri angolari cilindriche, con l'eccezione di una di forma poligonale. Successivamente venne isolato con un fossato che lo circondava su ogni lato, quindi nel 1522 si provvide all'edificazione del Rivellino e della cortina occidentale. Questo Rivellino, torre avanzata che presidia l'accesso al ponte, fu progettato dall'architetto senese Francesco di Giorgio Martini, che a Gallipoli era stato chiamato, tra il 1491 e il 1492, dal duca Alfonso di Calabria. La macchina difensiva si perfezionava di generazione in generazione, ma il principio restava lo stesso: tenere lontano il nemico abbastanza a lungo da consumarne la pazienza.

Il castello oggi: memoria viva sul bordo del mare

Nelle varie epoche vi trovarono rifugio, tra gli altri, Filippo e Roberto d'Angiò (1306-1327), la regina di Napoli Giovanna II (1414), Ferdinando I (1463) e Isabella d'Aragona (1495). Nomi che evocano secoli di storia meridionale, di alleanze e tradimenti, di corti itineranti che cercavano riparo nelle piazzeforti del Sud. Secondo alcuni storici, nel castello di Gallipoli nacque il pittore Giuseppe Ribera, lo Spagnoletto — dato che resta controverso ma che dice molto dell'atmosfera cosmopolita che animò a lungo questi ambienti.

La forma della fortezza rimase invariata sino alla seconda metà dell'Ottocento; fra il 1870 e il 1879 fu riempito il fossato e la facciata fu coperta con la costruzione del mercato ittico. Un paradosso tutto meridionale: la stessa struttura che per secoli aveva tenuto lontani gli assalitori venne poi parzialmente nascosta da un mercato del pesce. Eppure, anche così camuffata, la fortezza conserva intatta la sua anima più profonda. Basta scendere nei sotterranei, lasciare che gli occhi si abituino all'ombra e ascoltare — in certi giorni di pioggia — il suono dell'acqua che scivola lungo le pareti verso il basso, esattamente come faceva nel 1484, quando da quella riserva nascosta dipendeva la sopravvivenza di un'intera città.

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