Novemila anfore sul fondo e un cargo romano che non arrivò mai: il relitto di Ugento giace a quaranta metri di profondità davanti al Salento
C'è un punto nel Mar Ionio, al largo della costa salentina di Ugento, dove il fondo marino custodisce qualcosa che nessun mercante romano avrebbe mai voluto lasciare lì. A quaranta metri di profondità, nei pressi di Torre Sinfonò, il relitto di una nave oneraria giace immobile da oltre duemila anni, con il suo carico ancora al suo posto. Non è un'immagine poetica: è un fatto archeologico censito, fotografato e studiato da esperti che si sono immersi fino a toccarlo con mano.
Un cumulo di anfore che nasconde una nave
A quaranta metri di profondità, al largo di Torre Sinfonò, nel Salento, i fondali sono disseminati di anfore e frammenti di esse. Chi si immerge in quel punto trova qualcosa di insolito: in un punto se ne contano a decine, è un blocco che si solleva rispetto al resto, e può sembrare ciò che resta dopo una lite casalinga tra titani — ma in realtà potrebbe essere la parte affiorante del carico di una nave romana affondata nello Ionio mentre veleggiava per la Francia o la Spagna. A dare questa interpretazione è stato il professor Giuliano Volpe, ordinario di Archeologia all'Università di Foggia, che, assieme ai carabinieri, si è immerso e ha ispezionato i reperti archeologici.
Il meccanismo di conservazione del sito è straordinario e, per certi versi, paradossale: fu proprio il naufragio a proteggere la nave. Le anfore venivano collocate una sull'altra ed erano alcune migliaia, e quelle che si trovavano nella parte superiore dell'imbarcazione si sono staccate e sono piovute su ciò che restava del battello, ricoprendolo. Il mare e il tempo avrebbero poi saldato i cocci in un duro groviglio di concrezioni — una sorta di tappo che, con la sabbia a fare da culla, ha salvato la chiglia di una nave di oltre duemila anni fa. Una sull'altra, un cumulo largo otto per nove metri che ha atteso per millenni, legandosi in un duro guscio.
Il relitto nel contesto salentino: acque affollate di storia
Il fondale ionico davanti al Salento non è certo avaro di testimonianze antiche. Quello di Ugento non è un caso isolato, ma si inserisce in una fascia costiera che gli archeologi subacquei conoscono bene. Poco più a nord, nei fondali al largo di Santa Caterina di Nardò giace da oltre quarant'anni un altro antico relitto di grande importanza: una nave oneraria naufragata tra il IV e il II secolo a.C. in periodo tardorepubblicano, ufficialmente censita nel Catalogo generale dei Beni Culturali del Ministero della Cultura. Il relitto fu individuato all'inizio degli anni Ottanta durante immersioni subacquee e successive ricognizioni della Soprintendenza. L'imbarcazione, lunga circa 23 metri, trasportava un carico imponente di anfore greco-italiche.
Più a sud, nel giugno del 2025, un'altra scoperta ha riportato i riflettori sullo stesso specchio d'acqua: al largo di Gallipoli è stato individuato il relitto di una grande nave romana con un carico di circa duecento anfore, una scoperta resa nota solo nelle ultime settimane dopo una fase di riserbo legata alle esigenze di tutela del sito. In quel caso le anfore trasportate dall'imbarcazione contenevano il garum, una salsa di pesce molto utilizzata sulle tavole dell'Impero romano, come confermano gli esami su due delle anfore già prelevate. L'imbarcazione potrebbe essere una nave oneraria di tarda età imperiale, probabilmente databile al IV secolo d.C.
Un patrimonio esposto e vulnerabile
Il problema, per tutti questi siti, non è soltanto scientifico: è di sopravvivenza. La localizzazione del relitto di Nardò è nota ai tombaroli, che nel tentativo di recuperare anfore da rivendere ne hanno danneggiate parecchie spezzandone il collo; questo patrimonio sommerso ha versato per lungo tempo in uno stato di stallo burocratico, e a differenza di analoghi rinvenimenti lungo il litorale pugliese, non è mai stato integrato in un progetto di recupero scientifico. Un rischio comune a tutto l'arco costiero, dove la profondità stessa complica ogni operazione: molti dei relitti presenti in Italia sono situati oltre i 40 metri di profondità, il limite per la subacquea ricreativa.
Per il sito di Ugento, la strada verso uno studio sistematico sembra però aprirsi. Il professor Volpe aveva già indicato la direzione: una cosa interessante sarebbe fare un saggio in profondità ai margini del cumulo per vedere in sezione gli altri strati di anfore sottostanti e la conservazione della struttura lignea, a suo parere abbastanza ben conservata. L'interesse scientifico è dunque duplice: da un lato il carico, dall'altro lo scafo, che il guscio di concrezioni avrebbe protetto dall'azione dei microrganismi e dalle correnti.
Il futuro: tecnologia e istituzioni alla riscossa
Il modello di intervento che si va affermando lungo le coste pugliesi lascia ben sperare. Per il relitto di Gallipoli, l'assegnazione di 780.000 euro da parte del Consiglio Superiore dei Beni culturali e paesaggistici ha consentito di avviare ufficialmente l'azione congiunta di tutela e ricerca. Immersioni eseguite con personale specializzato del II Nucleo Sommozzatori di Taranto, in sinergia con la Soprintendenza, hanno confermato la presenza della grande nave oneraria di età romana con il suo carico di anfore ancora visibile sul fondo. L'operazione segue la scia del recupero avvenuto a Ugento lo scorso luglio e sancisce l'efficacia del protocollo d'intesa siglato tra il Ministero della Cultura e la Guardia di Finanza.
Nei prossimi mesi, grazie alla collaborazione tra la Soprintendenza, il Reparto Operativo Aeronavale di Bari e la Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo di Taranto, verranno avviate attività di ricognizione sistematica e documentazione mediante le più moderne metodologie di indagine subacquea — operazioni propedeutiche alla pianificazione di un complesso scavo archeologico, al corretto recupero del carico e alle delicate attività conservative sui reperti e sui resti dell'imbarcazione, nel pieno rispetto dei principi della Convenzione UNESCO per la Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo.
Quello che giace davanti a Torre Sinfonò non è soltanto il relitto di una nave: è l'istantanea di un viaggio interrotto, di un equipaggio che stava portando il suo carico verso qualche porto del Mediterraneo occidentale e non ci arrivò mai. Per duemila anni il fondale ionicoha custodito quel segreto meglio di qualunque archivio. Ora tocca agli archeologi, ai sommozzatori e alle istituzioni trasformarlo in racconto.
Fonti e approfondimenti
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Gazzetta del Mezzogiorno – «Le anfore proteggono un relitto romano» lagazzettadelmezzogiorno.it ↗
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Geopop – Nel Salento c'è un relitto romano che attende di essere studiato da quarant'anni geopop.it ↗
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Quotidiano di Puglia – Relitto romano Gallipoli: stanziati 780mila euro per il recupero quotidianodipuglia.it ↗
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L'Immediato – Scoperta una grande nave oneraria con carico di anfore immediato.net ↗
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