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Ventottomila anni fa era già qui: la Donna di Ostuni, la più antica madre del Sud, morì incinta e oggi veglia sulla Città Bianca da una teca di museo

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 30 Luglio 2026 · 6 min di lettura
La teca climatizzata del Museo di Civiltà Preclassiche della Murgia Meridionale che conserva lo scheletro della Donna di Ostuni
Foto: Paolo3577 / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento, nella visita al Museo di Civiltà Preclassiche della Murgia Meridionale di Ostuni, in cui il tempo smette di scorrere in avanti. Accade quando ci si trova davanti a una teca di vetro e si realizza, con una specie di vertigine, che quello scheletro rannicchiato dentro di essa appartiene a una donna vissuta circa ventottomila anni fa, e che quella donna era incinta. Non di qualche settimana: era all'ottavo mese di gravidanza, e il piccolo che portava in grembo è ancora lì, con lei, esattamente com'era il giorno in cui entrambi smisero di vivere.

Una scoperta nell'ombra di una grotta

Lo scheletro fu portato alla luce nel 1991 nella Grotta di Santa Maria di Agnano, all'interno del Parco archeologico e naturalistico omonimo, a pochi chilometri da Ostuni. A compiere la scoperta fu il paletnologo Donato Coppola, nell'ottobre di quell'anno. Il momento del ritrovamento fu tutt'altro che semplice: Coppola si calò in una piccola apertura che gli permise di percorrere un cunicolo nella cui parte superiore ebbe l'immensa emozione di scorgere lo scheletro e quello del feto. Il problema, a quel punto, consisteva nell'asportazione dei resti senza danneggiarli, e si procedette alla rimozione in blocco del pavimento sotto il quale si trovavano le ossa. Una operazione lenta, chirurgica, dettata dalla consapevolezza che si stava toccando qualcosa di irripetibile.

Il reperto fu classificato scientificamente con il nome "Ostuni 1" e da allora è considerato una delle scoperte archeologiche più rilevanti del Paleolitico superiore europeo. Al di fuori degli ambienti accademici, però, lo scheletro ha un nome che suona molto più umano: popolarmente gli è stato assegnato il nome di Delia. Fu lo stesso Coppola a battezzarla così, quasi a volerle restituire una dignità personale oltre quella scientifica.

Chi era Delia

Quello che resta è uno scheletro completo che colpisce non solo per la sua integrità ma anche per l'età della donna: appena vent'anni. Era una ragazza possente, abbastanza muscolosa, alta circa 1,70 metri. La sua dentatura era intatta, anche se molto consumata, probabilmente perché Delia, come da normale usanza per i tempi, usava masticare la pelle degli animali per renderla più morbida e adatta a essere lavorata per il confezionamento di capi d'abbigliamento. Un dettaglio minuscolo che, però, restituisce il profilo di una vita concreta, fatta di gesti quotidiani.

Lo scheletro è di epoca gravettiana e la donna fu rinvenuta con la mano destra appoggiata sul ventre, quasi a protezione del feto. Morì quasi al termine della sua gestazione, intorno al settimo mese, molto probabilmente per gestosi. Il periodo di gestazione si attesta intorno alla trentaduesima settimana, e sono presenti diversi episodi di stress corporeo che possono essere legati alla sua prematura scomparsa. La scienza, cioè, ha saputo leggere nelle ossa i segnali di una fine che fu probabilmente lenta e dolorosa.

Una sepoltura rituale, non una sepoltura qualunque

Ciò che rende Delia straordinaria non è soltanto la sua antichità, ma il modo in cui il suo corpo fu trattato dopo la morte. Il corpo fu abbellito per la sepoltura con un cappellino fatto di conchigliette, un braccialetto anch'esso di conchiglie e un corredo funerario che ricorda l'appartenenza a un gruppo di cacciatori. Si trattava di cipree, gasteropodi dalla forma globosa e lucida che, ricordando l'organo genitale femminile, nelle culture arcaiche erano simbolo di maternità e archetipo della vita. Lo stesso vale per l'ocra di cui è intrisa la "cuffia" di Delia: il suo colore rosso rimanda al sangue, altro emblema della vita.

L'accuratezza dell'inumazione fa pensare a una sorta di rito propiziatorio rapportabile al culto della Grande Madre, divinità femminile molto sentita in quell'epoca storica. Secondo l'archeologo Donato Coppola dell'Università degli Studi di Bari, che si è occupato degli studi sui reperti ritrovati, tutto rimanda all'antica simbologia: i graffiti su pietre, le ossa e le ceramiche. La grotta di Santa Maria d'Agnano non era dunque un rifugio qualunque: era un luogo sacro, e Delia fu deposta al suo interno con la cura riservata a chi porta in sé qualcosa di prezioso.

Il bambino che non nacque mai — e che la scienza ha imparato a leggere

L'analisi dello scheletro del piccolo, identificato con il codice Ostuni 1b, si è rivelata un'eccezionale opportunità per studiare lo sviluppo prenatale nel Paleolitico, considerando che il ritrovamento di un feto di tale periodo preistorico, così ben conservato, è un evento molto raro. È stato possibile scoprire che la crescita fetale fosse maggiore nel Paleolitico rispetto ai tempi moderni, sebbene debbano essere tenute in considerazione diverse variabili. Un bambino mai nato che, paradossalmente, ha insegnato alla scienza moderna qualcosa sul modo in cui la vita si formava nell'era della pietra.

I resti furono collocati in una speciale teca attrezzata al fine di riunire simbolicamente la madre e il nascituro. Oggi quella teca si trova nel cuore del centro storico di Ostuni: il Museo di Civiltà Preclassiche della Murgia Meridionale è ospitato nell'ex monastero carmelitano di Santa Maria Maddalena dei Pazzi, con annessa chiesa di San Vito Martire. I resti della donna e del suo bambino non nato sono custoditi in una teca climatizzata, in una struttura che da anni si impegna nella tutela e valorizzazione di questo straordinario reperto antropologico.

La madre più antica, e il suo lascito

Non è un caso che la grotta di Santa Maria d'Agnano sia stata frequentata attraverso epoche profondamente diverse tra loro. Nella stessa grotta fu ritrovato anche uno scheletro mal conservato e di sesso non identificabile, denominato Ostuni 2, sepolto anch'esso in posizione fetale, con le spalle alla donna e datato a circa trentamila anni fa, e lo scheletro di un uomo in pessime condizioni di salute, Ostuni 3, datato a circa tredicimila anni fa. Tutto questo fa della grotta di Agnano una delle più ricche testimonianze di luoghi di culto nel Paleolitico superiore adibiti a sepolture.

Delia è entrata nell'immaginario collettivo anche grazie ai media: nella cultura popolare, la conoscenza di questa storia deve molto al paleontologo e divulgatore televisivo Alberto Angela, che grazie a puntate del programma Ulisse dedicate alla Puglia ha permesso a un grande pubblico di scoprire l'esistenza di Delia e del suo bambino. Ma al di là della popolarità televisiva, il suo valore resta quello di una testimonianza silenziosa e potente. Il valore storico e archeologico della Donna di Ostuni è enorme, ma è anche la dimostrazione di come l'amore di una madre possa, nonostante tutto, decidere di durare nei millenni. Ventottomila anni dopo, Delia è ancora lì, con la mano sul ventre, a custodire un figlio che il tempo non ha saputo portarle via del tutto.

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