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Trecento anni di musica nei trulli: a Locorotondo sopravvive il canto polivocale della Valle d'Itria, una tradizione che il mondo scoprì grazie ad Alan Lomax

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 30 Luglio 2026 · 5 min di lettura
Vista aerea del centro storico di Locorotondo con i caratteristici tetti in pietra e le case bianche della Valle d'Itria al tramonto
Foto: Cinzia astorino / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un suono che appartiene alla pietra calcarea dei muretti a secco, alla luce bianca che rimbalza sui tetti conici dei trulli, all'aria ferma delle sere d'estate in Valle d'Itria. Non è uno strumento, non è una melodia che si possa fischiettare per strada. È una forma di canto a più voci — il canto polivocale di Locorotondo — che ha attraversato generazioni di contadini, massaie e devoti prima di finire, nell'agosto del 1954, dentro un registratore portatile portato sin lì da un americano del Texas e da un etnomusicologo romano.

Due ricercatori, un registratore e un borgo bianco

In Puglia, a Locorotondo, Alan Lomax e Diego Carpitella registrarono e studiarono il canto polivocale della Valle d'Itria. Era l'estate di settant'anni fa, e i due stavano attraversando l'Italia in lungo e in largo alla caccia di ciò che rischiava di scomparire: musiche contadine, ritmi di lavoro, lamenti funebri, ninne nanne. Lomax era già celebre per aver documentato il blues americano nei penitenziari del Mississippi; Carpitella era il più acuto orecchio del folklore musicale italiano. Quando arrivarono a Locorotondo, capirono immediatamente di trovarsi davanti a qualcosa di raro: un sistema di intonazione a più voci che non si conformava ai canoni della polifonia colta europea, ma che portava in sé una logica propria, arcaica e precisa. Le registrazioni furono effettuate nell'agosto del 1954 e sono rimaste, negli anni, un documento fondamentale per chiunque voglia capire come suonava il mondo rurale pugliese prima che la televisione e la modernità livellassero ogni differenza locale.

Una voce non basta: la logica del canto polivocale

Il canto polivocale della Valle d'Itria non è semplicemente un coro. È una pratica in cui voci distinte si muovono su linee melodiche parallele o convergenti, costruendo un tessuto sonoro che nessuna voce solista potrebbe produrre da sola. Una delle forme più documentate è il canto religioso sul tema della Passione e del pianto di Maria, usato come canto di questua la sera del Sabato Santo. È una cerimonia nel cuore delle cerimonie: mentre il borgo si prepara alla veglia pasquale, voci femminili percorrono le vie strette e imbiancate a calce intonando testi antichi di devozione mariana, costruendo assieme quella tensione sonora che solo la polifonia sa creare. Tra le esecutrici documentate dall'Archivio Sonoro della Puglia figurano cantori accompagnati dall'organetto a due bassi, uno strumento che in queste terre ha sempre fatto da cerniera tra la voce umana e il ritmo della vita agricola. Il canto non nasce mai solo dalla gioia o solo dal dolore: nasce dall'intreccio dei due, come intrecciata è la voce con quella di chi le sta accanto.

Locorotondo, borgo di pietra e di suono

Capire questo canto significa capire il luogo che lo ha generato. Locorotondo si trova in una posizione strategica, al centro della Valle d'Itria, su un pianoro da cui l'occhio abbraccia un paesaggio di ulivi, vigneti e trulli che sembra non avere confini. Il borgo è noto per la sua pianta circolare — da cui il nome — e per le case con i caratteristici tetti a cuspide che lo distinguono da ogni altro insediamento della Puglia. È un luogo che ha sempre avuto una vocazione culturale particolare: le celebrazioni di San Rocco sono un'esplosione di musica, luminarie e tradizioni popolari che ancora oggi restituiscono al visitatore il senso di quanto profondo sia il legame tra questa comunità e le sue forme espressive. In questo contesto, il canto polivocale non è mai stato un folklore da museo: è stato, per secoli, la forma naturale con cui la gente di Locorotondo ha celebrato, pianto e pregato.

Una tradizione ancora viva, portata avanti con cura

Sarebbe facile immaginare che tutto ciò appartenga ormai soltanto agli archivi. Non è così. La Valle d'Itria ha saputo costruire attorno alla propria musica tradizionale una rete di custodi attivi. L'Associazione Musicisti Valle d'Itria organizza concerti di musiche tradizionali, laboratori di danze, proiezioni di documentari ed esposizione di strumenti artigianali, portando avanti un lavoro di trasmissione che non si limita alla performance ma include la didattica e la ricerca. Il festival "Il Borgo Cantato", giunto alla sua sedicesima edizione, trasforma ogni anno le strade di Cisternino — a pochi chilometri da Locorotondo — nel palcoscenico a cielo aperto della musica tradizionale della valle. Sul palco, accanto ai suonatori e cantori della Associazione Musicisti Valle d'Itria, si alternano formazioni musicali provenienti dalla Basilicata, dalla Campania, dal Salento e dal Gargano, a testimonianza di quanto questa tradizione locale sappia dialogare con le altre voci del Sud Italia senza perdere la propria identità. Strumenti come tamburelli, chitarra battente e organetto si intrecciano a voci che richiamano i cantori di un tempo, riproponendo testi e storie emersi da un'attenta ricerca sul campo tra i testimoni della tradizione orale.

Il futuro di un suono antico

La storia del canto polivocale di Locorotondo è, in fondo, la storia di ogni tradizione orale: una corsa contro il tempo, vinta ogni volta che qualcuno decide di imparare, di trasmettere, di non lasciare che quella voce si spenga. Il volume Alan Lomax in Valle d'Itria, curato da Donatello Fumarola, ha restituito al pubblico la storia, i canti e le trascrizioni dei documenti sonori raccolti in quell'estate del 1954, aprendo una finestra su un mondo che sembrava destinato a restare invisibile. Oggi, quella finestra è rimasta aperta. Chi percorre le vie bianche di Locorotondo in una sera d'estate, o si ferma ad ascoltare il canto del Sabato Santo che sale dalle vicoli del centro storico, sente qualcosa che non si trova altrove: una forma di bellezza collettiva, costruita a più voci, come vuole da secoli la tradizione di questo borgo rotondo affacciato sulla Valle d'Itria.

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