La città più bianca di Puglia: perché Ostuni si imbiancò a calce non per bellezza, ma per sopravvivere alle epidemie
C'è un momento preciso, arrivando da Fasano o scendendo dalla statale che taglia la piana degli ulivi, in cui Ostuni appare all'improvviso: un ammasso compatto di bianco abbagliante che si staglia sul colle come una visione. È la silhouette più immediatamente riconoscibile di tutta la Puglia — la cattedrale in cima, gli anelli concentrici di case imbiancate che scendono lungo i fianchi del colle, visibili per chilometri dalla pianura coperta di ulivi. I turisti fotografano, i viaggiatori si perdono nei vicoli, le riviste di tutto il mondo riproducono quell'immagine senza stancarsi. Ma la storia che si nasconde sotto quel candore è molto meno romantica di quanto sembri, e molto più affascinante.
Un'usanza nata nei vicoli bui, non nelle tavolozze dei pittori
Per capire perché Ostuni è bianca occorre dimenticare qualsiasi ragione estetica. Il bianco deriva dall'imbiancatura a calce, un'usanza di origine medievale inizialmente concepita con lo scopo di fornire maggiore luminosità ai vicoletti del borgo e diffusasi anche grazie alla larga reperibilità di calce viva. Le strade del centro storico — quello che gli ostunesi chiamano ancora oggi "La Terra" — sono strette, serrate tra case alte, spesso prive di luce diretta. In un'epoca senza elettricità, rivestire i muri di bianco significava moltiplicare la poca luce disponibile, renderla rimbalzare da una parete all'altra, trasformare un vicolo cieco in qualcosa di vagamente luminoso. Era, in sostanza, una soluzione pratica a un problema pratico. La bellezza era una conseguenza involontaria.
Tra i motivi citati dalla storiografia, la calce fu anche prediletta per ragioni strategico-difensive: il sole riflesso sulle mura bianche avrebbe accecato i nemici, procurando un notevole vantaggio rispetto agli avversari provenienti dal mare. Ostuni, d'altronde, era una città costruita per confondere e resistere: la sua struttura urbanistica è volutamente disorientante, perché nasceva per confondere i nemici in caso di attacco. Il bianco, in questo senso, era anche un'arma.
Il 1656 e il flagello che cambiò tutto
La svolta decisiva arrivò però con le epidemie. L'anno 1656 fu un anno terribile per tutto il Meridione d'Italia: fu l'anno in cui si sviluppò la terribile epidemia di peste che causò una mortalità di circa il 50% della popolazione esistente. La Puglia fu investita in pieno. Ostuni, come il resto del Regno di Napoli, si trovò a fronteggiare un nemico invisibile, senza antibiotici, senza microbiologia, senza nemmeno una comprensione chiara di come il contagio si propagasse. In quel vuoto di conoscenza, le autorità locali si affidarono agli strumenti che avevano: la quarantena, la separazione dei malati, e la calce. L'imbiancatura, grazie all'azione alcalina della calce che impedisce il proliferare di batteri, fu uno dei pochi metodi all'epoca conosciuti per evitare che la peste dilagasse ulteriormente, e così ad Ostuni venne utilizzata su ogni parete esistente, dal piano strada fino al tetto delle abitazioni.
Fu in questo periodo buio che si abbatté sulla regione l'incubo della peste, ed è qui che nasce il mito della Città Bianca: Ostuni fu in gran parte risparmiata dall'epidemia grazie alla pratica, imposta dalle autorità, di imbiancare ogni singola abitazione con la calce — un materiale facilmente reperibile ed economico, che fungeva da potente disinfettante naturale, impedendo il proliferare del contagio. Non si trattava di un atto di fede, né di un capriccio estetico collettivo: era igiene d'emergenza, l'unica disponibile. Grandi sacchi di calce furono depositati anche nei pozzi per sterilizzare l'acqua piovana lì raccolta. La città, letteralmente, si ricoprì di bianco per sopravvivere.
L'ordinanza che rese il bianco legge
Passata l'emergenza più acuta, la pratica non si fermò. L'utilizzo della calce fu imposto da un'ordinanza del comune per dipingere tutte le case di bianco per motivi di pulizia. Non era più solo una misura d'urgenza ma una norma civica, un obbligo che trasformava lentamente un gesto collettivo di autodifesa in un'identità condivisa. Dal XVII secolo in poi Ostuni continuò ad espandersi, e la calce bianca utilizzata per ricoprire le case del centro storico divenne non solo un elemento estetico ma anche funzionale: serviva a disinfettare gli ambienti e a riflettere la luce del sole, mitigando il calore estivo. La funzione sanitaria e quella termica si intrecciavano, e il risultato visivo diventava ogni decade più radicato nell'anima della città.
L'imbiancatura non era decorativa: fin dal XV secolo in poi gli edifici di Ostuni erano ricoperti di uno strato di calce ricavata dalla pietra locale, in parte per riflettere il calore estivo intenso e mantenere gli interni freschi, in parte perché la calce è un insetticida naturale che protegge la struttura dell'edificio dagli insetti e dalla crescita fungina. La pratica divenne così radicata nell'identità locale che continua ancora oggi per ordinanza comunale. Oggi chi acquista o ristruttura un'abitazione nel centro storico deve rispettare il colore bianco, pena sanzioni. Il candore non è un vezzo, è un vincolo — e anche questo, a suo modo, racconta qualcosa di profondo su come una città possa essere plasmata dalla propria storia sanitaria.
Una città che porta i suoi traumi sulla pelle
Ostuni conserva, nel suo tessuto urbano, i segni visibili di quei secoli travagliati. In Piazza della Libertà troneggia l'obelisco barocco dedicato a Sant'Oronzo, patrono della città, scolpito nel 1771 per ringraziare il santo di aver protetto Ostuni dal colera e dai terremoti. E in cima al colle più alto, la Cattedrale di Santa Maria Assunta, completata nel 1495 in stile tardo gotico pugliese, domina il paesaggio con il suo grande rosone a ventiquattro raggi, tra i più belli e complessi d'Europa. Due simboli verticali — la colonna votiva e la cattedrale — che guardano dall'alto la distesa bianca sotto di loro, quasi a ricordare che quella bellezza fu conquistata a caro prezzo.
Nel XVII secolo Ostuni era stata venduta alla famiglia Zevallos, che aveva tentato di instaurare un vero e proprio regime feudale: anni bui per la città, piegata anche dal dilagare della peste. Furono poi i Borboni a riportare alla luce Ostuni, contribuendo alla sua ulteriore espansione verso i colli di Cappuccini, Sant'Antonio e Casale. Con i Borboni arrivò anche una nuova stagione di ordinanze igieniche, che consolidarono ulteriormente l'abitudine di imbiancare periodicamente le facciate. Il bianco non era più solo rimedio: era memoria, disciplina, appartenenza.
Così, quando oggi si arriva a Ostuni e si rimane senza fiato davanti a quella distesa luminosa che sembra riflettere il cielo dell'Adriatico, vale la pena fermarsi un momento. Ostuni deve il suo nome di Città Bianca al colore delle abitazioni del centro storico, ma il motivo per cui fu scelto quel candore non è poetico come osservare da lontano questa piccola perla del Salento: durante il Medioevo la città fu più volte colpita dalla peste, e ricoprire i muri con la calce bianca permetteva di igienizzare la zona e renderla asettica. Una scelta dettata dalla necessità, che si è rivelata negli anni anche un valore aggiunto per la bellezza di un paesaggio candido che risplende sotto i caldi raggi del sole. Un paradosso perfettamente pugliese: ciò che nacque dalla disperazione è diventato la cosa più bella da guardare.
Fonti e approfondimenti
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Ostuni – quivalleditria.it quivalleditria.it ↗
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Il candore di Ostuni, la "città bianca" – Palazzo Filisio palazzofilisio.it ↗
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Ostuni, la vera storia della Città Bianca – Apulia Hotel apuliahotel.it ↗
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Ostuni, la "Città Bianca" di Puglia, dal Medioevo ai giorni nostri – Corriere Nazionale corrierenazionale.net ↗
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Ostuni, Puglia: Guide to the White City – Beautiful Puglia beautifulpuglia.com ↗
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