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L'anfiteatro di Egnazia e l'ombra del gladiatore: duemila anni di arena sull'Adriatico

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 28 Giugno 2026 · 5 min di lettura
L'anfiteatro romano di Egnazia visto dall'alto, con il mare Adriatico sullo sfondo, nel parco archeologico di Fasano
Foto: Floliva / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento, sul finire del pomeriggio, in cui il parco archeologico di Egnazia smette di essere un insieme di pietre ordinate e diventa qualcos'altro. La luce radente dell'Adriatico piega sull'ovale di roccia dell'anfiteatro, le ombre si allungano tra i gradoni consunti, e per un istante sembra di sentire ancora il respiro trattenuto di una folla che aspetta. Chi combatteva qui? E dove sono andati a finire, quei combattenti?

Una città che ha attraversato trenta secoli

Per capire l'anfiteatro bisogna capire Egnazia. Il primo insediamento risale al XV secolo a.C., nell'età del Bronzo , e da quel momento il sito non ha mai smesso di essere abitato, trasformato, conteso. Abitata dai Messapi a partire dall'VIII secolo a.C., la città entrò a far parte prima della Repubblica e poi dell'Impero romano, fino alla sua decadenza nel Medioevo. Sotto i Romani essa acquistò grande importanza commerciale, trovandosi sul mare nel punto in cui la Via Traiana raggiungeva la costa, cinquanta chilometri a sudest di Barium, l'odierna Bari. Non era una metropoli, Egnazia, ma era una città viva, percorsa da mercanti, soldati e pellegrini che sbarcavano o s'imbarcavano verso Oriente. Citata dagli autori classici per la sua posizione geografica privilegiata, era un nodo commerciale strategico tra l'Occidente e l'Oriente.

L'anfiteatro dei confini dell'impero

È in questo contesto di città di frontiera, prospera ma periferica rispetto ai grandi centri del potere romano, che si colloca l'anfiteatro. Chi visita gli scavi egnatini non può non notare il grande recinto ovoidale che viene comunemente definito "anfiteatro". Nonostante le imperfette condizioni di conservazione, per immaginarne il funzionamento è utile pensare alle arene dei centri periferici dell'impero romano: strutture non paragonabili per imponenza al Colosseo o all'arena di Verona, ma con le loro staccionate lignee, i posti per lo più in piedi e le dimensioni contenute, somiglianti indiscutibilmente all'esemplare di Egnazia. Era uno spazio di spettacolo popolare, dove la violenza ritualizzata dei giochi gladiatori diventava coesione sociale, intrattenimento e, in qualche modo, preghiera laica alla forza e alla morte.

Lo stesso anfiteatro ospitava, secondo le fonti, anche le cosiddette Megalensia, le feste in onore della Megale Meter — nome greco della Gran Madre Cibele — che dal 4 al 10 aprile si svolgevano con rappresentazioni teatrali a carattere alternativamente comico e religioso, secondo la descrizione tramandata da Livio e altri autori antichi. L'arena, insomma, non era solo luogo di sangue: era il cuore pulsante della vita pubblica di una comunità che mescolava culti orientali, tradizioni messapiche e romanità.

Le necropoli e i loro segreti

A poca distanza dall'anfiteatro, fuori dalle mura, si distende la necropoli che da secoli restituisce i frammenti di chi abitò questa città. Le tombe messapiche scoperte nelle necropoli presentano spesso decorazioni pittoriche che forniscono preziose informazioni relative alla cultura e alle credenze sull'aldilà, diffuse tra il IV e il II secolo a.C. Appena fuori dalle mura si trovano tombe a fossa, a semicamera e a camera, alcune delle quali decorate con raffinati affreschi. Gli scavi hanno restituito corredi funebri ricchissimi: ceramiche dipinte, monili, utensili da lavoro, oggetti che narrano professioni e status sociali. Tra questi, il pensiero corre inevitabilmente a coloro che combattevano nell'ovale di pietra poco distante: guerrieri professionisti la cui identità restava spesso anonima, sepolti con i segni del loro mestiere.

Gli scavi archeologici hanno rivelato una vasta necropoli con tombe che vanno dall'epoca messapica a quella paleocristiana, segno di continuità e persistenza dell'insediamento attraverso i secoli. È in questo stratificarsi di epoche che si annida il fascino più profondo di Egnazia: ogni campagna di scavo aggiunge un dettaglio, un nome, una storia. Scavi sistematici hanno interessato la città dal 1963 al 1971 e nuovamente a partire dal 2001, con un programma di ricerca del Dipartimento di Scienze dell'Antichità e del Tardoantico dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro, in stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologia della Puglia.

Un museo che racconta trent'anni di terra

I reperti confluiscono nel Museo Nazionale Archeologico che porta il nome di Giuseppe Andreassi, il funzionario che per quasi un decennio ne guidò le sorti. Il museo sorge all'esterno delle mura di cinta dell'antica città di Egnazia, nell'area della necropoli messapica, presso Fasano. Costituito da undici luminosi padiglioni articolati attorno a due patii, accoglie attualmente tre diverse esposizioni permanenti , che conducono il visitatore dall'età del Bronzo fino alle soglie del Medioevo. Tra le sale, spiccano la testa marmorea del dio Attis e il mosaico delle Grazie, ma soprattutto i corredi funerari che restituiscono volti e mestieri di una città che per tre millenni non ha mai smesso di vivere.

Oggi, le varie campagne archeologiche hanno consentito di riportare alla luce oltre 40.000 metri quadrati di abitato antico, facendo di Egnazia l'area archeologica più vasta della regione. Eppure, come ricordano gli stessi archeologi al lavoro sul sito, non tutto è stato ancora detto. Sotto l'acqua salata dell'Adriatico e sotto le zolle di terra rossa restano ancora tratti di porto sommerso, strade, fondamenta di abitazioni. E forse, nascosta in qualche angolo non ancora indagato della necropoli litoranea, riposa ancora l'ultimo gladiatore di Egnazia, con i suoi segreti e i suoi ferri, in attesa di chi saprà riconoscerlo.

Fonti e approfondimenti

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