Quarantotto ore di regno: Pizzo Calabro, la città del Sud che fu l'ultima capitale di Murat prima della fucilazione
C'è un momento, nella storia del Mezzogiorno, in cui tutto poteva andare diversamente. Un mattino d'ottobre del 1815, una scialuppa fendeva le acque del Tirreno diretta verso la riva di un borgo calabrese, e a prua sedeva un uomo che era stato re, maresciallo d'impero, cognato di Napoleone. Gioacchino Murat guardava Pizzo Calabro come se stesse guardando il futuro. Non sapeva che stava guardando la propria fine.
Un re in fuga, un sogno ancora vivo
Per capire cosa accadde in quei giorni di ottobre, bisogna tornare indietro di qualche mese. Dopo la disfatta di Tolentino, Murat aveva emesso il 12 maggio il famoso proclama — falsamente datato 30 marzo 1815 — con cui chiamava gli italiani alla rivolta contro i nuovi padroni, presentandosi come alfiere della loro indipendenza. Era stato un gesto ardito, quasi disperato, che tuttavia aveva lasciato un'eco profonda: il proclama di Rimini del 1815 era stato esattamente questo, una carica di cavalleria contro il mondo intero, con un solo desiderio: unire l'Italia partendo da Napoli. Ma gli eserciti austriaci erano più forti dei sogni, e il Congresso di Vienna aveva ridisegnato la carta d'Europa senza lasciare spazio a un re francese sul trono partenopeo. Murat fuggì, prima verso nord, poi in Corsica.
In Corsica, dove giunse il 25 agosto 1815, fu raggiunto da centinaia di suoi partigiani, ma ben presto, stanco dell'attesa dei passaporti provenienti dall'Austria per poter raggiungere la moglie Carolina a Trieste e avendo false notizie sul malcontento dei napoletani, fu convinto a organizzare una spedizione per riprendersi il regno di Napoli. Il quadro era reso ancora più cupo dalla situazione personale: Murat aveva una taglia sulla testa di 48.000 franchi, messa a disposizione dal marchese di Rivière, un uomo che Murat stesso aveva salvato dal patibolo. Ironia crudele del destino. Eppure, invece di cercare scampo, il re senza corona scelse l'attacco.
La tempesta che cambiò tutto
La spedizione, messa in piedi frettolosamente e forte di circa 250 uomini, partì da Ajaccio il 28 settembre 1815. Il piano era sbarcare vicino a Salerno, alle porte del regno perduto, e fare leva su un popolo che — secondo le voci coltivate ad arte dai suoi agenti — fremeva dalla voglia di rivederlo. Ma Murat, dirottato da una tempesta in Calabria e tradito dal capo battaglione Courrand, sbarcò l'8 ottobre nel porticciolo di Pizzo. La burrasca aveva già dimezzato le forze: un'improvvisa burrasca aveva disperso quattro delle sue navi, che erano scomparse. Dalla flottiglia partita da Ajaccio, venne calata in mare una scialuppa con a bordo 31 uomini tra ufficiali e soldati. Trentuno uomini per riconquistare un regno.
Quella domenica mattina di ottobre, i pizzitani scrutarono veleggiare al largo del Tirreno una imponente flotta salpata da Ajaccio. La scena che si aprì agli occhi degli abitanti del borgo fu insieme spettacolare e incomprensibile. Nessuno, o quasi, riconobbe il condottiero. La folla non si sollevò in suo favore: rimase a guardare, tra lo stupore e l'indifferenza. Era questo il malcontento che gli agenti borbonici gli avevano descritto? Intercettato dalla gendarmeria borbonica comandata dal capitano Trentacapilli, fu da questi arrestato e fatto rinchiudere nelle carceri del locale castello.
Il castello aragonese, prigione dell'ultimo re
Il castello in cui Murat venne recluso era ed è uno dei monumenti più significativi della costa tirrenica calabrese. Costruito nella seconda metà del XV secolo da Ferdinando I d'Aragona a difesa del regno, il Castello Murat di Pizzo è una delle fortezze aragonesi meglio conservate in Calabria, e sorge nel pieno centro storico di Pizzo, tra le località balneari più belle del Parco Marino Regionale "Costa degli Dei", in provincia di Vibo Valentia. La costruzione attuale, di forma quadrangolare, da un lato è a picco sul mare e dall'altro è circondata da un profondo fossato. Era lì, nelle celle di quella fortezza che aveva visto passare secoli di storia del Sud, che l'ex re di Napoli aspettò il proprio destino.
Informato della cattura dell'ex sovrano, il generale Vito Nunziante, quale governatore militare delle Calabrie, si precipitò da Monteleone — l'odierna Vibo Valentia — per sincerarsi dell'identità del prigioniero. Non ci volle molto a stabilire chi fosse quell'uomo. Ferdinando I, divenuto re delle Due Sicilie in seguito alla Restaurazione, nominò da Napoli una commissione militare presieduta dal fedelissimo Vito Nunziante, al quale il re aveva ordinato di applicare la sentenza di morte in base al Codice Penale promulgato dallo stesso Gioacchino Murat, e di concedere al condannato soltanto una mezz'ora di tempo per ricevere i conforti religiosi. Il codice con cui Murat aveva governato il regno diventava lo strumento della sua stessa condanna. Una beffa finale degna di una tragedia shakespeariana.
L'ultima ora di un uomo d'onore
Nell'ascoltare la condanna capitale Murat non si scompose. Chiese di poter scrivere in francese l'ultima lettera alla moglie e ai figli a Trieste, che consegnò a Nunziante in una busta con dentro alcune ciocche dei suoi capelli. Compilò con tutta calma le sue ultime disposizioni, pretese assicurazioni scritte riguardo la salvezza della sua famiglia e davanti al plotone di esecuzione chiese e ottenne i privilegi degli ufficiali comandanti: non essere bendato e dare lui stesso l'ordine del fuoco.
Il 13 ottobre 1815, cinque giorni dopo lo sbarco, il castello di Pizzo ospitò la scena finale. Charles Gallois, in Histoire de Joachim Murat del 1828, descriveva così gli ultimi minuti del condannato: «In molte battaglie ho avuto il comando, vorrei poter comandare per l'ultima volta, se vorrete concedermelo». Essendogli stato consentito, con voce ferma ordinò: «Soldati in linea»… «Presentat'arm»… «Fuoco!». Poiché i colpi dei dieci soldati non andarono volutamente a segno, l'ordine fu ripetuto, e sei pallottole colpirono a morte l'ex re. Pare che le sue ultime parole siano state: «Risparmiate il mio volto, mirate al cuore, fuoco».
Dopo essersi sbarazzato di un così pericoloso rivale, Ferdinando di Borbone insignì Pizzo del titolo di "fedelissima" e concesse al generale Nunziante il feudo e il titolo di Marchese di San Ferdinando di Rosarno. La piccola città calabrese ricevette così un titolo onorifico che pesava come una pietra tombale sulla memoria di un re. La tomba di Gioacchino Murat si trova nel Duomo di San Giorgio, chiesa barocca del 1632.
Pizzo oggi: quando la storia diventa memoria viva
Pizzo Calabro non ha dimenticato quei cinque giorni di ottobre che la legarono per sempre alla storia d'Europa. Il castello è oggi visitabile e ospita un museo, nelle cui sale è allestita una mostra che illustra gli ultimi giorni del suo illustre prigioniero, dall'incarcerazione al processo, fino alla confessione che precedette la fucilazione, e un frammento di una scultura di Antonio Canova, andata persa durante il passaggio di Giuseppe Garibaldi, della quale è rimasta solo la parte rappresentante un elmo. Il Castello di Pizzo ospita inoltre il Museo Murattiano e una rievocazione storica quadriennale a cura dell'Associazione Culturale "Gioacchino Murat", che mette in scena lo sbarco del re con la conseguente cattura e fucilazione.
Resta, in fondo, una domanda che la storia non ha mai davvero chiuso: e se la tempesta non avesse deviato la rotta? E se Murat avesse toccato terra a Salerno, come era nei piani? Il Mezzogiorno che conosciamo — Puglia, Calabria, Campania, la grande geografia del Sud borbonico e poi risorgimentale — avrebbe potuto avere un destino diverso. Ma la storia non ammette condizionali. Ammette solo castelli aragonesi, plotoni d'esecuzione e un re che, anche nell'ultimo momento, volle dare lui stesso l'ordine del fuoco.
Fonti e approfondimenti
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Gioacchino Murat – Wikipedia it.wikipedia.org ↗
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Il tragico destino di Murat a Pizzo – Il Quotidiano del Sud quotidianodelsud.it ↗
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Proclama di Rimini: quando l'Unità d'Italia stava per partire da Napoli – Storie di Napoli storienapoli.it ↗
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Castello di Pizzo – Wikipedia it.wikipedia.org ↗
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L'ultimo giorno di Joachim Murat – Asfalantea asfalantea.it ↗
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