HomeTurismo › Sembra neve, ma è calce: perché Ostuni è bianca? Il segreto vivo che si rinnova da secoli

Sembra neve, ma è calce: perché Ostuni è bianca? Il segreto vivo che si rinnova da secoli

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 27 Giugno 2026 · 6 min di lettura
Vicoli imbiancati a calce del centro storico di Ostuni al tramonto, con la cattedrale sullo sfondo
Foto: Holger Uwe Schmitt / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Arrivare a Ostuni in piena estate, quando il sole picchia sulla Murgia e l'aria odora di pietra calda e origano selvatico, è un'esperienza che non si dimentica. Prima ancora di entrare nel centro storico, qualcosa di bianchissimo abbaglia dall'alto della collina: non è neve, ovviamente, e non è nemmeno un effetto ottico. Nascosta tra gli uliveti secolari della campagna pugliese, Ostuni si rivela con un bianco abbagliante che accoglie il visitatore sin dal primo istante, guidandolo lungo le strade tortuose che si inerpicano fino alla cima della collina su cui è arroccata. Quella patina candida non è pittura industriale, non è uno strato di vernice applicato una volta sola: è calce viva, rinnovata con gesti antichi, e racconta una storia che dura da almeno cinque secoli.

Le origini medievali di un'abitudine pratica

Per capire il bianco di Ostuni bisogna tornare indietro nel tempo, molto prima che il borgo diventasse una meta turistica. L'uso dell'imbiancatura a calce delle case, attestato sin dal Medioevo, deriva, oltre che dalla facile reperibilità della calce come materia prima, dalla necessità di assicurare alle viuzze e agli ambienti ristretti di impianto medievale una maggiore luminosità, data dalla luce sia diretta che riflessa. I vicoli del centro storico — quello che gli ostunesi chiamano affettuosamente "la Terra" — sono stretti, tortuosi, concepiti per confondere gli invasori piuttosto che per accogliere i passanti. La scelta del bianco ha dunque radici tanto pratiche quanto estetiche: il bianco rende le strade più luminose anche quando le viuzze sono strette, aumenta la visibilità e la pulizia, e consolida l'identità urbana. La calce, poi, non era un prodotto da importare: Ostuni sorge su colline calcaree, e il materiale era abbondante sul posto.

A tutto questo si aggiungeva un vantaggio climatico tutt'altro che secondario sotto il sole del Meridione. Le pareti venivano rivestite con una soluzione di calce ricavata dalla pietra locale, in parte per riflettere il calore estivo intenso e mantenere le case più fresche, in parte perché la calce è un insetticida naturale che protegge le strutture da insetti e muffe. Un materiale, dunque, che risolveva più problemi in un colpo solo: lucentezza, frescura, igiene, economicità.

Il Seicento e la peste: quando il bianco divenne salvezza

Se le origini medievali spiegano perché l'imbiancatura nacque, è il Seicento a spiegare perché non morì mai. Il 1656 fu un anno terribile per tutto il Meridione d'Italia: si sviluppò un'epidemia di peste che causò una mortalità altissima tra la popolazione. L'imbiancatura, grazie all'azione alcalina della calce che impedisce il proliferare di batteri, fu uno dei pochi metodi allora conosciuti per evitare che il contagio dilagasse, e così a Ostuni venne applicata su ogni parete, dal piano strada fino al tetto delle abitazioni. Il risultato fu sorprendente, e la voce si sparse: nel periodo della peste Ostuni fu risparmiata grazie all'uso di imbiancare le abitazioni con la calce, usata come disinfettante naturale. Questa pratica non solo bloccò il contagio, ma, protrattasi nel tempo, rende ancora oggi la Città Bianca così peculiare a distanza di secoli.

Da un punto di vista chimico, la cosa ha una sua logica precisa. Gli abitanti scoprirono presto che la latte di calce possiede forti proprietà antimicrobiche grazie al suo elevato valore di pH. Imbiancando ogni angolo delle loro case, creavano una barriera naturale contro i patogeni e miglioravano sensibilmente le condizioni igieniche nei vicoli angusti. Non era stregoneria, era chimica: la stessa logica che, secoli dopo, avrebbe trovato conferma nella microbiologia moderna. Come già detto, questo costume rivestì un ruolo importante storicamente nel XVII secolo, quando l'imbiancatura a calce fu l'unico modo per evitare che la peste dilagasse nella cittadina. Questa pratica, ancora oggi preservata, fece sì che Ostuni fosse denominata Città Bianca o Città Presepe, rendendola riconoscibile e indimenticabile ai visitatori.

Un rituale collettivo che si rinnova ogni estate

Quello che stupisce davvero è la continuità. Secoli di storia, dominazioni diverse — Normanni, Aragonesi, Spagnoli, Borboni — cambi di potere e rivoluzioni culturali non hanno scalfito quest'abitudine. Ancora oggi ogni anno gli abitanti del centro storico tinteggiano i muri delle loro case, sovrapponendo strati su strati di calce bianca. Non si tratta di nostalgia folkloristica o di un obbligo imposto ai soli albergatori: è un gesto profondamente identitario, che accomuna anziani e giovani, residenti storici e nuovi arrivati. Il centro storico mantiene una coerenza cromatica impressionante, grazie alla manutenzione periodica, agli incentivi comunali e al rispetto della tradizione.

A testimoniare quanto questa pratica sia radicata nella cultura locale c'è anche la figura di custodi della memoria. Beniamino Farina, settantenne ostunese, coltiva sin dall'età di otto anni la passione per la tradizionale pittura a calce, e si è adoperato affinché si potessero ripercorrere secoli di antiche tradizioni. È lui, insieme ad altri artigiani, a tramandare la tecnica dello scupariedde — lo strumento artigianale con cui si stende la calce — e a spiegare come veniva prodotta anticamente questa materia prima. Il racconto comprende come si realizza il tipico strumento, come veniva prodotta anticamente la calce e le tecniche tradizionali di imbiancatura.

Una città su tre colli, tra pietra e luce

Nella provincia di Brindisi, arroccata su tre colli a circa 218 metri di altitudine, sorge la "Città Bianca" della Puglia: Ostuni, con il suo centro storico completamente dipinto di bianco. Il labirinto di vicoli che compone "la Terra" non è solo bello da fotografare: è uno spazio vivo, in cui la calce assorbe e restituisce la luce in modi sempre diversi a seconda dell'ora del giorno. Quando la luce è giusta — la mattina presto o nel tardo pomeriggio — il bianco riflette in una dozzina di tonalità diverse simultaneamente. Non è un caso che fotografi professionisti vengano da tutta Europa proprio per catturare quel momento specifico in cui le facciate calcinate sembrano quasi incandescenti.

Al centro di tutto si erge la Cattedrale di Santa Maria Assunta, che domina il profilo della città. Costruita nel XV secolo, tra il 1435 e il 1495, rappresenta una delle più alte espressioni del gotico pugliese. La facciata è un vero gioiello: tripartita e riccamente decorata, culmina nel celebre rosone centrale, con non meno di 24 raggi scolpiti nella pietra. Tutto intorno, le mura aragonesi del centro storico chiudono questo mondo candido come un abbraccio di pietra. A completare lo spettacolo cromatico ci pensano il verde degli uliveti, dei vigneti e dei frutteti che caratterizzano il paesaggio circostante, e l'azzurro dell'Adriatico, visibile in lontananza nelle giornate limpide.

Ostuni è, in fondo, la dimostrazione che le cose più belle non nascono da un progetto estetico, ma da una necessità concreta. La calce era a portata di mano, serviva a illuminare i vicoli bui, teneva lontani i batteri e rinfrescava le case roventi. Gli ostunesi la usarono, ne videro i benefici, e non smisero più. Cinque secoli e passa di pennelli, secchi, scale di legno appoggiate ai muri: e quella che era una risposta pratica alla durezza della vita si è trasformata nell'immagine più riconoscibile di tutta la Puglia. Il colore che domina Ostuni non è una scelta estetica: dipingere le case di bianco è un'antica tradizione, nata per necessità e diventata nel tempo simbolo di identità. Basta alzare lo sguardo su quel colle per capirlo.

Fonti e approfondimenti

Continua a leggere

Castel del Monte ad Andria al tramonto, con le ombre delle mura che disegnano figure geometriche sul cortile in pietra calcarea
Turismo

Otto torri, otto cortili, otto sale: il nono ottagono di Castel del Monte che Federico II disegnò solo con la luce

Il portale romanico e il campanile angioino del Santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo, sul Gargano
Turismo

La grotta che non ha mai smesso di pregare: il santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo, cuore spirituale del Gargano

Stalattiti e stalagmiti di alabastro bianco nella Grotta Bianca delle Grotte di Castellana, Puglia
Turismo

Seimila anni di storia dentro una dolina: le Grotte di Castellana, il più lungo sistema carsico d'Italia e la discesa che nel 1938 cambiò tutto

Il Canale Navigabile di Taranto con il Ponte Girevole e il Castello Aragonese al tramonto
Turismo

Taranto, la città dei due mari che non si mescolano: il canale del 1481 e le cozze nere del Mar Piccolo

Il Castello Svevo-Angioino di Manfredonia affacciato sul Golfo, fotografato al tramonto dalla passeggiata sul mare
Turismo

Il sogno svevo sul mare: nel 1256 Manfredi, figlio di Federico II, fondò sul Gargano una città pianificata con strade a griglia e un porto destinato a dominare l'Adriatico

Ulivo millenario nella campagna di Ostuni al tramonto, tronco nodoso e terra rossa pugliese
Turismo

Quando i vescovi custodivano gli ulivi: Ostuni e le radici medievali di un paesaggio che sa ancora nutrire