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Quattro metri sotto il Salento: la cripta di Carpignano conserva gli affreschi bizantini firmati più antichi di tutta la Puglia

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 27 Giugno 2026 · 6 min di lettura
Affreschi bizantini del X secolo sulle pareti della cripta di Santa Cristina a Carpignano Salentino
Foto: Freddyballo / CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento, scendendo la scalinata che conduce alla cripta di Santa Cristina a Carpignano Salentino, in cui la luce del Salento scompare quasi del tutto. La pietra calcarea assorbe il rumore, l'aria si raffredda di qualche grado e, sulle pareti, cominciano ad affiorare volti. Occhi spalancati, mani benedicenti, vesti cesellate da un pittore la cui firma — tracciata in greco su intonaco antico — ha oltre mille anni. Non è una metafora: è una delle poche situazioni in cui la storia dell'arte italiana si può toccare, letteralmente, con un dito.

Una chiesa sotto terra, nel cuore della Grecìa salentina

In Largo Madonna delle Grazie, una cancellata cela il pezzo di storia più importante del paese, dinanzi a una piccola facciata barocca. Niente di esteriormente monumentale prepara il visitatore a quello che lo aspetta. La cripta di Santa Cristina, conosciuta anche come cripta della Madonna delle Grazie, rappresenta la prima testimonianza della presenza del rito greco-bizantino a Carpignano ed è uno dei più antichi luoghi di culto pugliesi. Interamente scavata nella roccia calcarenitica, risalente al IX secolo, costituisce un importante esempio dell'arte bizantina del Salento e conserva gli affreschi più antichi dell'Italia meridionale, firmati e datati.

All'interno si riconoscono due navate e tre absidi, come pure si individuano il nartece, dove si raccoglievano i catecumeni, il naos, destinato ai fedeli battezzati, e il bema, il luogo in cui era officiata la celebrazione liturgica. La presenza di sepolture nella grotta e all'esterno della cripta farebbe ipotizzare una destinazione funeraria originaria del luogo di culto. La chiesa, insomma, non era soltanto un santuario: era anche il luogo in cui i fedeli più abbienti di Carpignano — che nelle iscrizioni greche appare col nome antico di Karpiniana — trovavano sepoltura definitiva.

Teofilatto, maggio 959: la firma che vale un primato

La cripta di Santa Cristina ha reso celebre Carpignano Salentino perché, su uno degli affreschi all'interno, compare la più antica firma d'artista bizantino esistente in Puglia. L'elemento più importante dell'affresco è l'iscrizione dedicatoria in greco posta nell'abside, accanto al trono del Cristo: essa ricorda il presbitero Leone e sua moglie Crisolea come committenti, e precisa che l'opera fu eseguita dal pittore Teofilatto nel mese di maggio dell'anno del mondo 6467, che corrisponde al 959 dell'era cristiana.

In ordine cronologico, questo è il gruppo pittorico firmato e datato più antico presente nella cripta: il cosiddetto gruppo del pittore Teofilatto occupa l'intera abside destra e raffigura un Cristo Pantocratore in trono tra una Vergine Annunciata e l'Arcangelo Gabriele. Colpisce la tridimensionalità e la dinamicità delle figure, che sembrano contraddire i canoni classici dell'iconografia bizantina. Il pittore Teofilatto, dalle origini ignote e del quale non si conoscono altre opere al di fuori di questa cripta, realizza il lavoro più antico, ma anche quello più realistico dell'intero ciclo.

I recenti restauri hanno messo in luce uno strato di affreschi precedenti a quelli datati 959, corrispondenti alla prima decorazione della cripta, realizzati quindi contemporaneamente alla prima fase della conquista bizantina della regione. Questo significa che non si sa con esattezza quando si sia iniziato a dipingere nella grotta: di sicuro il Cristo di Teofilatto del 959 non è la pittura più antica , anche se resta la più antica firmata e datata.

Tre pittori, un secolo di devozione sulle pareti

Il ciclo pittorico della cripta si dispiega come un diario visivo della dominazione bizantina in Terra d'Otranto. Il secondo gruppo pittorico firmato e datato è noto come gruppo del pittore Eustazio, realizzato nell'abside di sinistra, datato al mese di maggio del 1020 e costituito da un Cristo Pantocratore in trono tra una Teotokos e un Arcangelo Michele. Il terzo gruppo pittorico recante data e firma è opera del pittore Costantino, databile al 1050-1055, e si compone di una teoria di sei figure divine tra le quali le sante Cristina ed Elena affiancate, San Paolo e altre figure.

L'ipogeo conserva alcuni tra gli affreschi più importanti del periodo bizantino, non solo per la loro antichità, ma soprattutto perché nelle iscrizioni sono custoditi i nomi dei committenti e dei pittori e le date precise degli interventi pittorici. Questo dettaglio — che può sembrare banale — è invece eccezionale: nell'Europa medievale gli artisti erano quasi sempre anonimi, e la consuetudine di firmare e datare un'opera pittorica rappresenta una rarità assoluta per quest'epoca e per quest'area geografica.

Nel nartece si apre la tomba ad arcosolio del piccolo Stratigoulés, accompagnata da una lunga iscrizione metrica in greco dipinta tra il 1055 e il 1075: vi si racconta che la tomba era stata scavata per un notabile del posto e fu poi usata per accogliere le spoglie del figlio morto in giovane età. Il padre era uno spatario di Carpignano, cioè un ufficiale dell'esercito bizantino di rango intermedio. Il testo restituisce anche la più antica attestazione scritta del nome del paese: Karpiniana.

Una "Cappella Sistina" rupestre che continua a sorprendere

La cripta di Santa Cristina è stata definita da alcuni storici dell'arte "la Cappella Sistina dell'arte rupestre greco-bizantina". Il paragone non è azzardato: come nella celebre cappella vaticana, anche qui lo spazio è interamente dominato da una sovrapposizione di interventi pittorici di epoche diverse, ognuno dei quali porta la voce di un committente, di un artista, di una comunità. La cripta, sin dal 1984, è soggetta a un vincolo di tutela del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

Dall'operazione di restauro iniziata nel 1999 e continuata per alcuni anni a seguire, sono emersi nuovi affreschi, mentre nuovi dettagli di quelli già conosciuti vengono alla luce quasi quotidianamente. Gli affreschi delle due absidi mostrano puntuali riferimenti alla pittura della dinastia macedone, particolarmente devota agli arcangeli Michele e Gabriele, e sono legati per affinità stilistiche al primo strato pittorico della chiesa di San Pietro a Otranto e alla fase pittorica del X-XI secolo della chiesa di Santa Maria della Croce a Casaranello. La cripta, in altre parole, non è un'isola isolata nel paesaggio artistico medievale: è un nodo di una rete che connetteva il Salento a Costantinopoli lungo rotte di devozione e di pittura.

Oggi la cripta si visita su prenotazione, in un silenzio che la luce fioca rende ancora più denso. Chi scende quei gradini porta con sé, spesso inconsapevolmente, quasi undici secoli di sguardi: quello di un presbitero di nome Leone che nel 959 pagò un pittore di nome Teofilatto per lasciare un segno eterno sulla roccia del Salento, e quello di chiunque, da allora, abbia alzato gli occhi verso quelle pareti e si sia sentito osservato.

Fonti e approfondimenti

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