HomeTurismo › Lecce, la città che non dimentica: come la griglia di Lupiae romana sopravvisse al Barocco spagnolo

Lecce, la città che non dimentica: come la griglia di Lupiae romana sopravvisse al Barocco spagnolo

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 24 Luglio 2026 · 6 min di lettura
Il centro storico di Lecce al tramonto: la pietra barocca si specchia sulle tracce romane di Lupiae in Piazza Sant'Oronzo
Foto: Bernard Gagnon / CC0 via Wikimedia Commons

C'è un gioco sottile che Lecce fa a chi la percorre per la prima volta: ti consegna tutto subito, la pietra color miele, le facciate che sembrano ricami, le chiese che traboccano di putti e volute, e proprio quando credi di aver capito tutto di lei, ti mostra che sotto quel sontuoso palcoscenico barocco dormono duemila anni di storia stratificata. Camminare per il suo centro storico significa, senza rendersene conto, seguire un tracciato che esisteva molto prima che gli architetti del Seicento posassero la prima pietra lavorata.

Sybar, Lupiae, Lecce: tre nomi per una città che non muore mai

Tutto comincia con i Messapi. La ricchezza artistica e archeologica di Lecce è legata a una storia che affonda le radici in tempi in cui queste terre erano abitate dagli antichi Messapi, i quali avevano fondato un primo nucleo urbano dal nome Sybar, di epoca ben precedente alla caduta della leggendaria città di Troia. Non è una città nata dal Barocco, dunque: è una città che il Barocco ha semplicemente ri-vestito, con la generosità e la ridondanza che solo la pietra leccese sa permettersi.

Il primo insediamento di tipo urbano di Lecce si colloca verso la fine del IV secolo a.C., con potenti mura difensive lunghe circa tre chilometri e spesse cinque metri, eseguite a grandi blocchi di calcare, per un'area di circa cinquanta ettari. Quando Roma si affacciò sul Salento, trovò dunque una città già strutturata. Nel III secolo a.C. Roma conquistò tutto il Salento, e con esso anche Sybar, ormai chiamata Lupiae, e la vicina Rudiae, città natale del poeta Quinto Ennio. La latinizzazione del nome fu solo il primo passo di una trasformazione molto più profonda.

Dopo la conquista romana nel III secolo a.C., la città latinizzò il suo nome in Lupiae e dopo l'89 a.C. passò da statio militum a municipium, con l'iscrizione dei nuovi cittadini alla tribù Camilia, retta da Quattuorviri con potestà giusdicente. Era, in altri termini, diventata una città a pieno titolo dell'impero, con tutto ciò che questo comportava in termini di infrastrutture, monumenti pubblici e soprattutto di organizzazione dello spazio urbano.

La griglia che non si cancella

Ed è proprio qui, nell'urbanistica, che risiede il segreto più affascinante di Lecce. Accanto all'assunzione di aspetti tipici dell'urbanistica romana, Lupiae continuò a conservare e utilizzare strutture dell'abitato messapico, rappresentate dalla cinta muraria con le porte, dalle necropoli e, molto probabilmente, dal tessuto stradale interno. Alcuni studiosi hanno proposto di attribuire a Lupiae un impianto urbanistico ortogonale, simile a quelli solitamente ricorrenti nelle città romane di nuova fondazione. Quell'impianto a griglia, con i suoi assi viari incrociati secondo la logica del decumano e del cardine, non fu mai del tutto abbandonato nei secoli successivi: si stratificò, si ricoprì, ma rimase come uno scheletro invisibile sotto la carne della città.

Tra la fine dell'età repubblicana e gli inizi dell'età imperiale, Lupiae si era cinta da mura costruite su quelle messapiche, si era dotata di un foro, di un teatro, un anfiteatro e uno sbocco sul mare: Porto Adriano, l'attuale marina di San Cataldo. A completare il quadro, Traiano inserì Lupiae nell'ultimo tratto della Via Traiana Calabra, che conduceva da Brindisi a Otranto, nuovo porto di collegamento con l'Oriente. Gli assi stradali che portavano a questi monumenti, e che si raccordavano con le grandi vie consolari, costituirono la struttura portante attorno alla quale si sarebbe riorganizzata la città nei secoli a venire.

L'anfiteatro sommerso e la memoria che affiora

La prova più visibile di questa continuità è sotto gli occhi di chiunque si trovi oggi in Piazza Sant'Oronzo. L'Anfiteatro Romano di Lecce si scorge all'improvviso come uno squarcio millenario nel cuore barocco e moderno del centro urbano: una finestra spalancata su quasi duemila anni di storia, in cui sopra scorre la vita moderna e sotto giace la memoria monumentale di Lupiae, l'antica Lecce romana, che tra il I e il II secolo d.C. raggiunse un ruolo di notevole importanza. Non è una coincidenza che il monumento sia lì, al cuore geometrico della città: è lì perché il cuore della città non si è mai spostato, e perché la piazza principale di oggi occupa, con tutta probabilità, lo stesso spazio pubblico che i Romani avevano scelto.

La costruzione dell'anfiteatro viene tradizionalmente collegata al passaggio di Augusto, anche se la datazione resta ancora discussa dagli studiosi, che la collocano tra l'età augustea e quella traianeo-adrianea. Il monumento venne riportato alla luce nei primi anni del Novecento, durante i lavori per la costruzione del palazzo della Banca d'Italia. Fu la tenacia del grande studioso salentino Cosimo De Giorgi a tirarlo letteralmente fuori dal sottosuolo, e la grande opera di recupero e restauro si prolungò fino al 1940. Sotto la platea barocca, dunque, la città antica aspettava solo di essere riconosciuta.

Il Barocco spagnolo: un vestito su un corpo antico

Quando nel XVI secolo il dominio spagnolo si consolidò sul Regno di Napoli e dunque sulla Puglia, Lecce era già una città con una spina dorsale plurisecolare. Fu durante il XVI, XVII e XVIII secolo che la cosiddetta "Lecce Barocca" si sviluppò, abbellendo il centro della città con monumenti di grande valore artistico. I viceré spagnoli e i vescovi che si avvicendarono in quel periodo non azzerarono la struttura urbana ereditata: la ricoprirono con un linguaggio nuovo, quello del Barocco, che in questa città — grazie alla duttilità unica della pietra leccese — trovò una declinazione tutta propria.

Molti dei monumenti più importanti di Lecce furono costruiti mediante l'uso della pietra leccese, una tipica roccia calcarea di facile lavorazione, usata sia in realizzazioni architettoniche sia in quelle scultoree. La ricchezza dell'architettura sacra è davvero impressionante: la città è piena di costruzioni realizzate durante la dominazione spagnola, che portò a una crescente diffusione dell'arte barocca con architetture sacre e facciate di alto pregio architettonico. Ma le chiese, i palazzi e i conventi sorsero lungo strade che già c'erano, su lotti che già avevano una forma, in una città che già sapeva dove stava il suo centro.

Lecce è una città barocca attecchita su vestigia romane incastrate accuratamente come tessere di un mosaico. È questa l'immagine più precisa per descrivere ciò che accade quando si cammina per i suoi vicoli: ogni curva, ogni slargo, ogni asse rettilineo porta in sé la memoria di una decisione presa in un'epoca remota. I viceré spagnoli vollero la città così, sì, ma così era già: loro la resero splendente, non la inventarono. E Lupiae, sepolta sotto il Barocco, continua a guidare i passi di chi cammina su di lei, anche senza saperlo.

Fonti e approfondimenti

Continua a leggere

La facciata gotica della concattedrale di Santa Maria Assunta a Ostuni con i tre rosoni sovrapposti in pietra calcarea
Turismo

Tre rosoni sovrapposti e sessant'anni di cantiere: la concattedrale gotica di Ostuni, ultimata nel 1495, sfida il barocco pugliese con una facciata unica nel suo genere

La baia di Porto Badisco con le scogliere calcaree e il mare azzurro-verde dell'Adriatico salentino
Turismo

Porto Badisco, dove l'acqua dolce incontra il mare: la sorgente nascosta e il mito di Enea sul primo lembo d'Italia

Il faro di Torre Sant'Andrea sulla scogliera calcarea di Melendugno, con il mare adriatico sullo sfondo all'alba
Turismo

Torre Sant'Andrea a Melendugno: quattro secoli di storia tra la torre saracena del 1568 e il faro sulla scogliera adriatica

La Fontana Greca di Gallipoli in pietra leccese con le quattro cariatidi e i bassorilievi mitologici, accanto al Ponte Antico
Turismo

La Fontana Greca di Gallipoli: il monolite di pietra leccese che pompa acqua dolce in piena città di mare dal 1560

Le antiche mura messapiche di Ugento al tramonto, pietra leccese dorata dalla luce radente
Turismo

Tremila anni fa i Messapi la chiamavano Ozan: Ugento, la città che coniò monete proprie e nasconde sotto la cattedrale i tesori di una civiltà dimenticata

Veduta aerea del centro storico di Ostuni al tramonto con la piana degli ulivi e il mare Adriatico sullo sfondo
Turismo

La Città Bianca non nasce per caso: la vera storia della calce di Ostuni, tra epidemie, ordinanze e ulivi millenari