Mura, calce e pestilenza: come Ostuni sopravvisse alla peste mentre la Puglia bruciava
C'è una storia che Ostuni porta scritta sulle proprie facciate, in quella calce bianca che ha finito per darle il nome con cui è conosciuta in tutto il mondo. Non è una storia d'estetica né di moda architettonica: è una storia di sopravvivenza, di chiusura ermetica verso il pericolo e di una pratica igienica semplice, antica, quasi involontaria, che si rivelò straordinariamente efficace quando il contagio bussò alle porte della Puglia.
Una città costruita per resistere
Per capire come Ostuni sopravvisse alla pestilenza che nel XVII secolo devastò buona parte della regione, bisogna partire dalla sua anatomia urbana. Ostuni si erge su tre colli, alle porte della Valle d'Itria , in una posizione che i Messapi — i suoi fondatori — avevano scelto non a caso: dominante, visibile da lontano, difficile da espugnare. Nei secoli le sue difese si stratificarono. Le mura furono ricostruite tra il 1350 e il 1356 e nel 1487 vennero ampliate verso il Mezzogiorno dagli Aragonesi , che vi aggiunsero torrioni circolari e un sistema di accessi controllati. Furono aperte quattro porte, delle quali oggi si conservano solo Porta Nova, risalente al XII secolo e ricostruita nel XV, e Porta San Demetrio del XIII secolo . Un perimetro difensivo che non era solo militare: era anche, inconsapevolmente, sanitario.
Le esigenze difensive spiegano la presenza delle case vicinissime le une alle altre e delle domus palatiate, le abitazioni a più piani, per sfruttare al massimo tutto lo spazio disponibile entro le mura, in larghezza e in altezza. Questo tessuto compatto, labirintico, pensato per disorientare il nemico, avrebbe contribuito — insieme alla calce — a contenere la diffusione del morbo.
L'età dell'oro e la crisi del Seicento
Per comprendere il contesto in cui la peste arrivò, occorre ricordare il precedente periodo di splendore. I duchi concessero a Ostuni onori e privilegi, rafforzarono le mura cittadine e dotarono il litorale di torri di avvistamento; il periodo rinascimentale corrispose al massimo sviluppo urbanistico della città, con una popolazione che toccò i diciassettemila abitanti. Ma quella prosperità non durò. Nel 1639 Filippo IV d'Asburgo, a fronte dei debiti per la guerra dei Trent'anni, vendette Ostuni agli Zevallos, una famiglia di mercanti che trattò la città alla stregua di feudo personale, e la popolazione crollò al di sotto dei diecimila abitanti. Fu in questo clima di contrazione demografica ed economica che si abbatté l'epidemia.
Fu in questo periodo buio che si abbatté sulla regione l'incubo della peste. Ed è qui che nasce il mito della Città Bianca: Ostuni fu in gran parte risparmiata dall'epidemia grazie alla pratica, imposta dalle autorità, di imbiancare ogni singola abitazione con la calce. Questo materiale, facilmente reperibile ed economico, fungeva da potente disinfettante naturale, impedendo il proliferare del contagio.
La chimica che salvò la città
Dietro a quella scelta apparentemente semplice c'era una ragione scientifica che gli ostunesi non avrebbero potuto conoscere, ma che oggi la chimica spiega con precisione. Inconsapevolmente, oltre ad abbellire il loro borgo, gli ostunesi stavano contrastando attivamente il bacillo della peste. Alla base del processo risiede la natura chimica della calce: l'ossido di calcio — e ancor di più l'idrossido, una volta unito all'acqua — è una molecola dalle spiccate caratteristiche basiche, che la rendono al contempo un antimicrobico naturale. I batteri difficilmente riescono a proliferare in ambienti altamente basici, e per questo motivo si suppone che ad Ostuni la calce abbia avuto un ruolo cruciale nell'arginare gli effetti più disastrosi della malattia.
La pratica, in realtà, era già radicata nel tessuto quotidiano della città molto prima che il contagio si presentasse. La caratteristica più peculiare del centro storico è l'imbiancatura a calce delle case fino ai tetti. L'uso, attestato sin dal Medioevo, deriva dalla facile reperibilità della calce come materia prima e dalla necessità di assicurare alle viuzze e agli ambienti ristretti di impianto medievale una maggiore luminosità. Nessuno aveva previsto che quella luminosità avrebbe anche tenuto lontana la morte.
La gratitudine che divenne pietra
Quando l'epidemia passò, la comunità ostunese non dimenticò. La riconoscenza si tradusse in gesti concreti e duraturi. Tra il 1656 e il 1657, a spese degli ostunesi, venne costruito un santuario per ringraziare Sant'Oronzo, ritenuto dalla tradizione popolare l'intercessore che aveva preservato la città e il Salento dal terribile contagio. E un secolo dopo, fu proprio in piazza Libertà che Giuseppe Greco, nel 1771, innalzò la colonna in onore di Sant'Oronzo, il quale secondo la tradizione popolare aveva preservato la città dal contagio della peste. La guglia, alta circa venti metri e ornata di statue barocche, è ancora oggi il simbolo per eccellenza della città e della sua memoria collettiva.
La caratteristica più peculiare del centro storico è l'imbiancatura a calce delle case, il cui uso, attestato sin dal Medioevo, deriva anche dalla necessità di assicurare una maggiore luminosità alle viuzze di impianto medievale. E questo costume ha rivestito un ruolo importante storicamente nel XVII secolo, quando l'imbiancatura a calce fu l'unico modo per evitare che la peste dilagasse nella cittadina. Una misura di emergenza diventata identità, un rito igienico tramutato in bellezza.
Il bianco che sopravvive a tutto
Oggi le case sono rimaste bianche a seguito di un'ordinanza del comune di Ostuni che obbliga a dipingere di bianco le case del centro storico , trasformando in norma quello che era stato sopravvivenza. Chi percorre oggi le strade del Rione Terra — il nucleo medievale che gli abitanti chiamano semplicemente "La Terra" — cammina dentro una stratificazione di secoli: i vicoli progettati per confondere il nemico, le domus palatiate addossate le une alle altre, le porte di pietra che filtravano gli accessi. L'origine di questa usanza — tutt'altro che poetica — aveva l'antico proposito di tener lontana la peste, mentre oggi racchiude tutta la suggestiva bellezza del centro storico.
Ostuni è dunque una città che porta sul corpo i segni delle sue difese. Le mura aragonesi, le due porte superstiti, il bianco abbacinante delle facciate: tutto rimanda a una logica antica di protezione, di chiusura verso il pericolo, di fiducia nella pietra e nella calce come barriere contro il mondo esterno. Una città che si è salvata — almeno in parte — senza saperlo del tutto, e che oggi racconta quella salvezza attraverso ogni centimetro dei suoi vicoli imbiancati.
Fonti e approfondimenti
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Ostuni – Wikipedia it.m.wikipedia.org ↗
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Tekneco – Come la calce salvò Ostuni dalla peste tekneco.it ↗
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Provincia di Brindisi – Ostuni: informazioni storiche e culturali provinciabrindisi.com ↗
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Palazzo Rodio – The boundary walls of Ostuni palazzorodio.it ↗
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Road Runner Scooter Rent – Ostuni, la Città Bianca rrscooterrent.com ↗
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Località Italiane – Guida a Ostuni: La Magia e la Storia della Città Bianca localitaitaliane.it ↗
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