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Ostuni e la peste del 1657: il voto che salvò la Città Bianca e si rinnova ancora ogni 26 agosto

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 20 Giugno 2026 · 6 min di lettura
La Città Bianca di Ostuni al tramonto con il campanile della cattedrale illuminato dalla luce dorata
Foto: Paolo3577 / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento, ogni anno, in cui Ostuni smette di essere semplicemente una cartolina pugliese e torna a essere quello che è sempre stata: una comunità con una memoria viva, capace di portare il passato dentro il presente senza che si avverta lo strappo del tempo. Accade il 26 agosto, quando la Città Bianca si stringe attorno alla figura del suo santo patrono e rinnova, con la solennità di un atto giuridico mai prescritto, un voto antico di oltre tre secoli e mezzo. Un voto fatto in ginocchio, davanti all'orrore di una pestilenza che stava spazzando via intere città.

L'ombra della peste sul Regno di Napoli

Per capire il senso di quella promessa, occorre tornare al 1656 e al 1657, anni in cui il morbo percorse il Meridione con una violenza che oggi fa fatica persino a immaginare. La peste in Terra di Bari, cominciata nel maggio-giugno del 1656, imperversò per oltre un anno e mezzo fino al novembre del 1657, provocando un numero di morti devastante: 11.000 a Bari su una popolazione di circa 14.700 abitanti, 7.000 a Barletta, altrettanti ad Andria, 3.000 a Minervino. Erano numeri capaci di cancellare la struttura stessa di una comunità, di svuotare chiese e mercati, di lasciare intere contrade senza più nessuno che lavorasse i campi. In quel contesto di terrore collettivo, la risposta delle popolazioni era duplice: le misure sanitarie di quarantena e isolamento da un lato, la preghiera e il voto dall'altro. Non erano risposte alternative, ma complementari, perché nessuno, in quel secolo, separava la gestione del corpo da quella dell'anima.

Il voto e la grazia: Ostuni si salva

Nel 1657 Ostuni e altre località della Terra d'Otranto furono risparmiate dalla peste, e la credenza popolare attribuì questo scampato pericolo a una grazia miracolosa. La città fece un voto solenne: se il contagio avesse risparmiato le sue mura, avrebbe onorato ogni anno il proprio protettore con una processione pubblica, mai interrotta, mai dimenticata. Da allora i festeggiamenti, con la solenne processione e la "cavalcata" a seguito, si ripropongono ogni anno il 25, 26 e 27 agosto in onore di Sant'Oronzo, secondo una tradizione mai interrotta sin dal 1793. Quella data — il 1793 — non segna l'inizio del culto, ma la sua formalizzazione documentata: la devozione era già radicata da prima, germogliata proprio nel terrore di quegli anni di epidemia.

Il cuore pulsante dei tre giorni è il 26 agosto. Quel giorno si tiene la solenne processione: la statua di Sant'Oronzo, splendidamente decorata, viene portata a spalla per le vie del centro storico. Il 26 agosto il corteo storico noto come Cavalcata di Sant'Oronzo attraversa il centro di Ostuni. La statua in argento del Santo, prelevata dalla Cattedrale, è scortata dai cosiddetti "valicali" a cavallo, la cui divisa richiama il periodo napoleonico: casacca rossa, pantaloni bianchi, cappello cilindrico con pennacchio bianco-rosso, e il cavallo coperto da una gualdrappa rossa trinata di bianco e ricamata. È uno spettacolo che colpisce anche chi non ha fede, perché porta in sé qualcosa di fisicamente antico: la forma stessa del corteo parla di una promessa che non si è mai voluto smettere di mantenere.

La Madonna della Nova: l'altra anima devozionale della Città Bianca

Ostuni, però, custodisce anche un secondo luogo dell'anima, più silenzioso e rupestre, che intreccia la propria storia con quella della città sin dai secoli del Medioevo. La chiesa della Madonna della Nova, tra i pochi manufatti goticheggianti scampati alle ingiurie del tempo, è la più antica dedicata alla Vergine tra quelle ancora oggi esistenti in Ostuni. La chiesa si è sviluppata su un complesso in grotta interessato da presenze monastiche di rito greco; un tempo era una piccola chiesa rurale nei pressi della via consolare borbonica, fuori dall'abitato, in direzione di Carovigno, oggi quasi inglobata nel tessuto abitativo della periferia.

Dentro, o meglio dietro, c'è il cuore segreto del luogo: una grotta naturale di proporzioni sorprendenti, costruita da Giovanni Antonio Lombardi agli inizi del Cinquecento, che racchiude l'ingresso di una cripta-grotta profonda 33 metri, dove sono conservati antichi affreschi, tra cui una "Mater Domini" del Trecento e una Madonna dell'Abbondanza del secondo Cinquecento. I fedeli si recano in questo antico luogo sacro, di fronte alla vecchia cripta che fu il rifugio di romiti che, si pensa, affrescarono l'ambiente lasciandovi una "Nikopeia" risalente al V secolo, simile a quella rinvenuta in Siria. È uno di quei luoghi dove il tempo stratifica senza dissolversi, dove ogni secolo ha lasciato un segno leggibile.

Il momento più sentito del culto mariano è il pellegrinaggio della domenica in Albis, la prima dopo Pasqua. Gli ostunesi si recano alla chiesa rupestre per rendere omaggio alla Madonna della "Buona Novella" partecipando alla tradizionale festa popolare detta della "Palomma". Il nome deriva dal dolce tipico preparato per l'occasione: ha la forma di una colomba appiattita da un lato, è fatto di pasta dolce nella quale vengono inserite delle uova ed è adornato da "anisini", granelli di zucchero. Seguendo una tradizione che affonda le radici nei secoli, un gruppo di devoti ha cura di trasportare la statua lignea della Vergine con Bambino dalla sua dimora campestre fino alla chiesa dell'Immacolata, nella piazza principale di Ostuni, dove si celebra la novena e la festa con processione cittadina e banda musicale, prima di restituirla alla sua cappella.

Una città che non dimentica

Ciò che rende straordinaria la vicenda di Ostuni non è soltanto il fatto storico — una comunità che scampò all'epidemia quando le città intorno contavano i morti a migliaia — ma la tenacia con cui quella memoria è stata trasmessa. L'evento rappresenta un appuntamento imperdibile per la comunità ostunese e per i visitatori, unendo devozione e tradizione in un'atmosfera unica. I festeggiamenti del 26 agosto non sono mai diventati puro folklore: sotto la coreografia della cavalcata e i fuochi d'artificio che illuminano la notte, il cielo di Ostuni si illumina con spettacolari giochi di luce, ma il nucleo autentico resta quello di sempre — una città che torna ogni anno a dire grazie per essere sopravvissuta.

In un'epoca in cui la parola "resilienza" è diventata abusata fino a svuotarsi, Ostuni offre qualcosa di più concreto: una data, una cavalcata, una statua d'argento portata a spalla, e una promessa fatta secoli fa che nessuno ha ancora trovato il motivo di rompere. Forse perché certe memorie, quando sono abbastanza radicate, non hanno bisogno di essere ricordate. Semplicemente, vivono.

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