Ostuni non è bianca per caso: il segreto medievale dietro il colore che ha reso la città più fotografata della Puglia
C'è un momento preciso, arrivando da lontano lungo la strada statale che attraversa la piana degli ulivi, in cui Ostuni appare per la prima volta: un ammasso candido aggrappato alla sommità di tre colli, sospeso tra il verde antico degli uliveti e il blu dell'Adriatico. Un'apparizione quasi irreale, come se qualcuno avesse versato del latte su una collina di pietra. Non è un caso che il giornalista Ettore Della Giovanna, di passaggio in città nell'agosto del 1941, restasse talmente colpito da definirla «la città bianca fino all'assurdo». Quella visione non era — e non è — il frutto di un capriccio architettonico né di una trovata turistica. È la sedimentazione visibile di secoli di storia, paura, ingegno e necessità.
Una fortezza abbagliante: la prima ragione del bianco
Situata su tre colli che dominano la piana degli ulivi e il Mare Adriatico, Ostuni vanta una storia millenaria che dal Medioevo giunge fino all'era moderna mantenendo intatta la sua identità. E proprio nel Medioevo affonda la prima spiegazione del colore che la contraddistingue. La scelta del colore degli esterni delle abitazioni del centro storico ha origini medievali: la necessità degli abitanti era quella di difendersi dagli attacchi dei nemici che arrivavano via mare, e quale modo migliore se non una schiera di edifici bianchi che, con il riflesso del sole, abbagliavano chiunque li guardasse? Non si trattava di estetica, ma di tattica militare: trasformare ogni parete in uno specchio abbagliante capace di disorientare le flotte nemiche prima ancora che potessero sbarcare. Fu sotto la dominazione normanna, intorno all'XI secolo, che Ostuni visse un primo periodo di rinnovamento urbano, e i Normanni rafforzarono le difese cittadine costruendo una cinta muraria che in parte è visibile ancora oggi. In quel contesto di assedi e razzie, ogni strumento difensivo era prezioso — persino il colore delle case.
La calce che fermò la peste
Quando i secoli delle grandi guerre lasciarono il posto a un'altra minaccia, altrettanto silenziosa e letale, la calce cambiò funzione senza smettere di ricoprire i muri. Il 1656 fu un anno terribile per tutto il meridione d'Italia: si sviluppò la terribile epidemia di peste che causò una mortalità di circa il 50% della popolazione. L'imbiancatura, grazie all'azione alcalina della calce che impedisce il proliferare di batteri, fu uno dei pochi metodi allora conosciuti per evitare che la malattia dilagasse, e ad Ostuni venne utilizzata su ogni parete dal piano strada fino al tetto delle abitazioni. Non era superstizione: questa tradizione si ripete da secoli per due necessità fondamentali — disinfettare e riflettere la luce solare — e la calce ha un'efficace potere sanificante. La città si difese dalla morte con lo stesso materiale bianco con cui si era difesa dai corsari. Grossi sacchi di calce vennero depositati anche nei pozzi per sterilizzare l'acqua piovana raccolta. Un presidio igienico totale, dall'ultimo vicolo alla più profonda delle cisterne.
La luce che illumina i vicoli
C'era però anche una terza ragione, meno drammatica ma ugualmente concreta. Il bianco deriva dall'imbiancatura a calce, un'usanza di origine medievale inizialmente concepita con lo scopo di fornire maggiore luminosità ai vicoletti del borgo e diffusasi anche grazie all'ampia reperibilità di calce viva. I vicoli del centro storico di Ostuni, com'era tipico dei borghi medievali meridionali, sono stretti e profondi: riflettere la luce è particolarmente utile nel centro storico poiché i vicoli sono molto stretti e alti, e le abitazioni sul lato ombreggiato godono della luce che si riflette sugli edifici di fronte. In questo senso la calce era insieme arma, medicina e lampada: tre funzioni essenziali racchiuse in un unico gesto quotidiano.
L'ordinanza che ha cristallizzato la tradizione
Una volta che le epidemie si erano placate e i nemici si erano fatti meno minacciosi, il rischio era che quella tradizione si disperdesse lentamente nell'oblio. Non fu così. Per mantenere questa coerenza cromatica, intorno al 1800 il comune della città emanò un'ordinanza che obbligava gli abitanti del centro a dipingere le case di bianco. Un atto amministrativo che trasformava una pratica emergenziale in un'identità codificata e protetta. Oggi le case sono rimaste bianche proprio a seguito di quell'ordinanza del Comune che obbliga a dipingere di bianco le case del centro storico. Il candore non è dunque spontaneo né casuale: è sorvegliato, rinnovato, voluto. I residenti verniciamo le pareti con calce bianca periodicamente, e il bianco serve ancora come elemento funzionale: riflette il caldo estivo, contribuisce a mitigare le temperature nelle ore centrali e conserva una coerenza cromatica che aggancia passato e presente.
Una cattedrale, due porte, un colle: la città oltre il bianco
Ostuni non è soltanto il suo colore. Uno degli edifici simbolo della città è la Cattedrale di Santa Maria Assunta, completata nel 1495 in stile tardo gotico pugliese, e il suo grande rosone a ventiquattro raggi è tra i più belli e complessi d'Europa. Il centro storico si raggiunge attraverso quella che resta delle antiche mura: la parte inferiore del borgo è circondata dall'antica cinta muraria, in cui è possibile ammirare le uniche due entrate della città rimaste integre, Porta Nova e Porta San Demetrio. In piazza Libertà, cuore civico della città, svetta dai suoi venti metri la Guglia di Sant'Oronzo, un ex voto fatto erigere nel 1771 come ringraziamento per aver preservato la città dalla pestilenza del '700. Persino nel marmo si legge ancora la memoria di quella lotta contro il contagio.
La città viva dietro la cartolina
Quello che colpisce, camminando oggi tra i vicoli di Ostuni, è la capacità di un luogo di portare il peso della storia senza farsene schiacciare. La città conta una popolazione di circa 30.000 abitanti d'inverno, ma può arrivare a 200.000 durante l'estate , segno di un'attrazione che non ha perso nulla della sua forza. La pratica dell'intonacatura bianca è documentata fin dal Medioevo, ma ha trovato un importante slancio pratico nel Seicento, quando la calce veniva usata anche come strumento antibatterico. Quel che era sopravvivenza è diventato, nel tempo, bellezza riconoscibile in tutto il mondo. Il bianco di Ostuni non racconta una scelta, racconta una necessità che si è fatta cultura. E ogni muro che si rinnova a calce non è soltanto manutenzione: è memoria che continua a respirare.
Fonti e approfondimenti
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Perché Ostuni è chiamata la "Città Bianca"? – Immobiliare.it immobiliare.it ↗
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Ostuni – QuiValleditria.it quivalleditria.it ↗
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Ostuni, la "Città Bianca" di Puglia, dal Medioevo ai giorni nostri – Il Corriere Nazionale corrierenazionale.net ↗
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Perché Ostuni è chiamata città bianca della Puglia – Puglia.com puglia.com ↗
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Città bianche in Italia: da Ostuni a Sperlonga – Idealista/news idealista.it ↗
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