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Otto colonne, nessuna uguale all'altra: il tempietto di San Giovanni al Sepolcro a Brindisi, dove i Crociati si fermavano a pregare prima di imbarcarsi per Gerusalemme

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 30 Giugno 2026 · 7 min di lettura
Interno del tempietto di San Giovanni al Sepolcro a Brindisi, con le otto colonne di marmo e granito e i resti degli affreschi medievali sulle pareti
Foto: Holger Uwe Schmitt / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un vicolo nel centro storico di Brindisi — via San Giovanni al Sepolcro — che sembra non condurre da nessuna parte di importante. Eppure, a chi si avventura fino in fondo, si para davanti qualcosa di inatteso: un piccolo edificio circolare, costruito in conci di carparo, con un portale sormontato da due leoni di marmo che sembrano montare la guardia da quasi mille anni. Il tempietto di San Giovanni al Sepolcro giace nel cuore della città vecchia di Brindisi, protetto dalle stradine basolate , e basta fermarcisi un momento per capire che questo non è un monumento qualunque. È il punto esatto in cui la storia delle Crociate tocca terra pugliese.

Brindisi, ultima soglia prima dell'Oriente

Per comprendere il significato di questo luogo occorre ricordare cosa rappresentava Brindisi nel Medioevo. Le colonne terminali della Via Appia raccontavano come Brindisi fosse il terminale della regina viarum degli antichi romani e la porta verso l'Oriente; nel Medioevo la città tornò a identificarsi con il suo porto, che divenne crocevia dei cavalieri crociati e dei pellegrini diretti al Santo Sepolcro. Era, insomma, l'ultima città d'Europa prima del mare aperto, l'ultima occasione per pregare in terra conosciuta prima di affrontare la traversata verso Gerusalemme.

L'edificio si pone al termine degli itinerari peninsulari della via Francigena o Romea, un sistema viario attraverso il quale dall'Europa occidentale si giungeva a Roma per proseguire poi verso la Puglia, da dove i pellegrini potevano imbarcarsi nei porti di Bari, Brindisi e Otranto alla volta della Terra Santa. In questo contesto geografico e spirituale, il tempietto non era un semplice luogo di culto: era una stazione di transito dell'anima, un confine simbolico tra il mondo familiare e l'ignoto.

Una copia fedele del Santo Sepolcro di Gerusalemme

La chiesa di San Giovanni al Sepolcro è una chiesa romanica sita nel centro storico di Brindisi, chiusa al culto ma aperta al pubblico con visite guidate. La sua forma non è casuale né puramente estetica: si tratta di un edificio di epoca normanna dalla peculiare struttura circolare ispirata alla gerosolimitana Rotonda dell'Anastasi, il santuario alle pendici del monte Golgota voluto dall'imperatore Costantino per custodire il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Per chi partiva per le Crociate e non sapeva se sarebbe mai tornato, varcare quella soglia circolare equivaleva a toccare — almeno per un istante — il luogo sacro per eccellenza della cristianità.

Il progetto ideologico dietro questa architettura era preciso e consapevole. Il modello a pianta centrale si inserisce in un quadro multiforme di ripresa del culto gerosolimitano e di sostanziale crescita d'interesse per i pellegrinaggi verso la Terra Santa: in queste sante copie o stationes intermedie verso l'oriente si poteva peregrinare e ottenere meriti o indulgenze, quasi a suggerire esperienze sostitutive del grande viaggio verso Gerusalemme. Chi non aveva la possibilità — economica o fisica — di imbarcarsi davvero, poteva trovare in questo spazio rotondo un pellegrinaggio simbolico, una Gerusalemme a portata di mano.

I Canonici del Santo Sepolcro e la storia dell'edificio

Chi costruì effettivamente il tempietto rimane oggetto di discussione tra gli studiosi. La tradizione locale vuole che l'edificio, di età normanna (XI secolo), fu forse eretto da Boemondo di ritorno dalle crociate. Tuttavia, la documentazione storica disponibile indica un percorso diverso: la chiesa fu edificata dai Canonici Regolari del Santo Sepolcro tra il 1112 — anno in cui essi da secolari divennero "Regolari" — e il 1128, anno a cui risale il più antico documento esistente con cui papa Onorio II confermava tutti i possedimenti dell'Ordine. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la chiesa possa essere stata edificata dai Templari, ma tale ipotesi non risulta essere suffragata da alcun riscontro documentario.

I Canonici del Santo Sepolcro mantennero il possesso dell'edificio per secoli. La chiesa apparteneva ai canonici del Santo Sepolcro ancora nel 1220, quando viene citata nel noto privilegio di papa Onorio III con il quale il pontefice accoglieva sotto la sua protezione diretta le chiese dell'Ordine. Poi, con una bolla pontificia del 1489, papa Innocenzo VIII dichiarò estinto l'Ordine dei canonici del Santo Sepolcro e decretò che i suoi beni passassero all'Ordine dell'ospedale di San Giovanni di Gerusalemme e di Rodi; da questo momento in poi la chiesa, assunta l'attuale denominazione, appartenne a questo Ordine.

Otto colonne che raccontano il mondo

Entrare nel tempietto è un'esperienza che sorprende per la sua intimità. Nell'interno la chiesa presenta una pianta a ferro di cavallo con base ed ingresso a levante; un cerchio concentrico di otto colonne di cipollino e granito con capitelli, in parte più antichi, sostiene il tetto ligneo che ha sostituito la cupola crollata, intorno si sviluppa l'ambulacro interrotto nel fondo da una parete. Le otto colonne che formano l'anello centrale sono il cuore pulsante di questo spazio: i fusti, di reimpiego, variano come tipo di marmo, altezza dei rocchi, altezza totale e rastremazione, e reggono capitelli di vario tipo e differente datazione. Nessuna è identica all'altra: provengono da epoche e luoghi diversi, probabilmente recuperate da edifici romani preesistenti, e insieme compongono un mosaico di pietra che è già di per sé una storia dell'antichità mediterranea.

La chiesa a pianta circolare si articola su un doppio anello: quello interno è delimitato da otto colonne sulle quali si alternano capitelli di spoglio bizantini e capitelli cubici di tipo oltremontano, mentre quello esterno è sottolineato da mezze colonne addossate alle mura perimetrali, sulle quali si alternano semplici semi-capitelli cubici a eleganti esemplari di reimpiego. Tutto in questo spazio è frutto di un riassemblaggio sapiente, un atto di memoria costruttiva tipico del Medioevo normanno pugliese.

I graffiti dei cavalieri e gli affreschi sopravvissuti

Le pareti del tempietto portano ancora i segni fisici del passaggio di quei pellegrini e guerrieri. Altrettanto interessanti i tanti graffiti sulle pareti all'interno e all'esterno dell'edificio, opera dei viandanti e dei cavalieri, che trasmettono forti suggestioni anche al visitatore moderno. Secondo alcune fonti, i segni incisi sulle colonne sarebbero addirittura i tagli lasciati dalle spade dei crociati, gesti propiziatori compiuti prima della partenza verso la Terra Santa. Su alcune colonne sono stati riconosciuti simboli medievali tra cui, secondo alcune letture, il cosiddetto nodo di Salomone.

Accanto ai graffiti, le pareti conservano cicli pittorici di grande valore. Sulle pareti si conservano affreschi risalenti al XIII–XIV secolo: tra questi la "Deposizione" databile ai primi del Trecento, la Crocifissione, la Madonna col Bambino, la Flagellazione, il Compianto sul corpo di Cristo, San Giorgio, San Pietro, San Giovanni e altre figure di santi. Purtroppo il terremoto del 1761 lasciò un segno devastante: la chiesa non crollò ma subì notevoli danni in seguito al crollo totale delle capriate e del tetto, oltre allo spostamento dell'asse delle colonne portanti che a tutt'oggi risulta deviato; ciò comportò un lungo degrado e la perdita dell'ottanta per cento della superficie affrescata.

Sotto il pavimento, Roma

Il tempietto custodisce un altro segreto, letteralmente sepolto sotto i propri piedi. È presente una cripta che conserva mosaici di una grande domus romana, che si estendeva anche oltre il limite del tempietto. La domus d'età imperiale, risalente al II–III secolo d.C., della quale sono stati individuati resti murari e un piano pavimentale in mosaico posto a oltre due metri dall'attuale livello stradale, dovette subire gravi danni durante la distruzione della città nel 674 ad opera di Romualdo, duca longobardo di Benevento. Attraverso un'apertura circolare nel pavimento, il visitatore può oggi spiare direttamente quegli strati di storia sovrapposta, in un dialogo vertiginoso tra l'impero romano, il Medioevo normanno e il presente.

Dopo secoli di abbandono e degrado, il tempio rimase in stato di abbandono sino al 1878, quando per interessamento dell'arcidiacono Giovanni Tarantini fu venduto al Comune di Brindisi, attuale proprietario. Oggi il tempietto è il monumento più visitato della città, aperto al pubblico con visite guidate, e continua a svolgere — in modo laico e culturale — quella funzione di soglia e di sosta che aveva nel Medioevo: un luogo dove fermarsi, guardare lontano e, prima di partire, raccogliersi in silenzio.

Fonti e approfondimenti

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