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Dentro la gravina di Puglia: il mondo sotterraneo di chiese scavate nella roccia che nessuno racconta

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 29 Giugno 2026 · 7 min di lettura
Interno della chiesa rupestre di San Michele delle Grotte a Gravina in Puglia, con navate scavate nel tufo e tracce di affreschi bizantini
Foto: Berthold Werner / CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

C'è una città in Puglia che nasconde la propria anima più autentica sotto i piedi di chi la attraversa. Bastano pochi passi oltre i portoni del centro storico, una scala stretta che scende tra le case addossate al costone, e il mondo di superficie scompare. Quello che si apre sotto è qualcosa di difficile da classificare: non solo grotte, non semplici cantine, ma una Gerusalemme di pietra — un labirinto di navate, absidi, altari e ossari che per oltre un millennio ha costituito il vero cuore spirituale di Gravina in Puglia.

Una città nata dal disastro

Gravina di Puglia sorge sull'orlo di un profondo burrone scavato nel corso dei millenni dall'omonimo torrente Gravina di Picciano. La città, di origine preistorica, fu un centro peucetico abitato fin dal VII secolo a.C., identificabile probabilmente con l'antica Sides o Sidion che sorgeva a ovest del torrente; molto attiva sotto i Romani col nome di Silvium, venne poi distrutta dai Vandali. Fu proprio quella catastrofe a dare origine a tutto ciò che oggi si nasconde nella roccia: la distruzione costrinse gli abitanti a rifugiarsi presso alcune cavità presenti nella gravina, dando così vita a una vera e propria civiltà rupestre, con centinaia di grotte scavate nelle pareti del burrone. Le fonti locali tramandano che quando nel 456 il vandalo Genserico distrusse l'antica città, allora denominata Petramagna, i sopravvissuti si rifugiarono nelle grotte sottostanti, sui bordi del torrente, e lì scavarono nel tufo formando abitazioni e chiese rupestri.

Gravina ha una storia lunga che si dipana tra i secoli a partire dall'età del Bronzo e solcando i tempi dei Peuceti, dei Romani, dei Normanni e delle grandi famiglie nobiliari. Ma nessuno di questi strati storici è leggibile quanto quello che si conserva nelle pareti della gravina: un racconto scritto non su pergamena, bensì sul calcare e sul tufo.

Il canyon come cattedrale

La città di Gravina in Puglia si affaccia su un habitat rupestre tra i più spettacolari d'Italia. A chi scende dal rione Fondovico verso il fondo della gola, da piazza Benedetto XIII partono scale che conducono negli strati inferiori tra case medievali e chiese scavate nella pietra, in un sistema di ipogei che si estende sotto i quartieri di Piaggio e Fondovico, nel tempo trasformato in un insieme di stalle e cantine. Eppure, prima di diventare deposito e rifugio, queste cavità erano luoghi di preghiera intensa, officiati da monaci basiliani che avevano scelto la roccia come unico altare possibile.

Nella gravina si contano circa ottanta siti rupestri, alcuni con ambienti molto ampi, come la grotta delle Sette Camere; molti sono chiese, alcune di notevole interesse storico e artistico. Tra questi, la cripta di San Vito Vecchio, il santuario della Madonna della Stella e la chiesa di San Michele delle Grotte, tutti scavati nel tufo, rappresentano le tappe imprescindibili di un percorso che è insieme storico e spirituale. Questo fenomeno non è esclusivo di Gravina: si ritrova anche nei Sassi di Matera e nei centri rupestri del tarantino, come Massafra e Mottola, dove la presenza di comunità monastiche contribuì alla diffusione di questa forma di insediamento. Ma Gravina resta il punto in cui la concentrazione e la varietà di questi luoghi raggiunge una densità difficilmente eguagliabile.

San Michele delle Grotte: la prima cattedrale

Al centro di tutto c'è lei: la più importante testimonianza rupestre è la chiesa di San Michele delle Grotte, situata nel rione medievale di Fondovico e probabilmente la prima cattedrale di Gravina. Visitarla è un'esperienza che disorienterebbe anche il viaggiatore più esperto. Colpiscono immediatamente le dimensioni, la struttura a ventaglio e l'articolazione su più piani a picco sulla gravina, prima di perdersi tra i quattordici pilastri che separano le cinque navate e si congiungono formando archi rudimentali. La chiesa venne scavata in un unico ed enorme masso di tufo probabilmente tra l'VIII e il X secolo, annettendo anche altre piccole grotte nei pressi dell'aula principale.

Il culto che vi si praticava portava i segni di almeno due civiltà sovrapposte. Il culto dell'arcangelo Michele fu iniziato dai Longobardi e sostenuto dai Bizantini, e la chiesa ne porta ancora i segni nelle absidi: la prima abside conserva un affresco con il Cristo Pantocratore affiancato da San Paolo e dall'arcangelo Michele. Sul fondo sono scavate piccole absidi che ospitano gli altari e le statue di San Michele, in pietra del Gargano, e quelle in gesso degli arcangeli Gabriele e Raffaele.

Ma la chiesa custodisce anche la memoria del terrore. In una di queste grotte, secondo la leggenda, si consumò l'eccidio dei gravinesi da parte dei Saraceni durante la terza incursione nel 999, evento ricordato da un'epigrafe posta sulla parete della stessa grotta. Un locale adiacente custodisce l'ossario con i poveri resti umani che la tradizione vuole appartengano agli abitanti di Gravina trucidati dai saraceni nel decimo secolo. I resti dei martiri gravinesi sono stati conservati nella chiesa fino alla fine del Novecento, quando sono stati trasferiti, insieme ai resti rinvenuti nella cripta di San Marco, una parte nell'ossario del cimitero comunale e altri nella chiesa di San Bartolomeo.

Le altre chiese: un atlante della fede nella pietra

San Michele non è sola. Lungo il versante orientale si trova la chiesa di San Basilio Magno nel rione Piaggio, a quattro navate scandite da otto pilastri e quattro altari, quella di Sant'Andrea e quella di Santa Maria degli Angeli, tripartita da grossi pilastri, con resti di affreschi absidali. Sul versante opposto, subito dopo il settecentesco ponte-acquedotto, nei pressi dell'area archeologica del Padre Eterno, si trova la chiesa della Madonna della Stella, così chiamata da una tradizione secondo cui vi sarebbe stato trovato un affresco della Vergine col Bambino con una stella sulla fronte; utilizzata probabilmente in epoca pagana per il culto della fertilità, divenne nel XVI secolo santuario mariano frequentato per invocare guarigioni.

Il Museo Pomarici-Santomasi conserva alcuni affreschi staccati dalla cripta rupestre del Padre Eterno che raffigurano l'apostolo Pietro e altri santi; la chiesa si trova nell'area archeologica Padre Eterno che occupa il bordo occidentale della gravina, al termine della prima ampia zona di sepolture. Dal portale d'ingresso si osserva la navata unica con l'abside modificata per ricavare un secondo accesso; il particolare più curioso è quello delle colonne tagliate alla base che sostengono gli archi attaccati al soffitto, mentre intorno alla chiesa sorge un piccolo villaggio rupestre.

Un patrimonio ancora da scoprire

Desta stupore soprattutto il complesso rupestre delle Sette Camere, articolato su più ambienti tra loro intercomunicanti su più livelli e contenente una cisterna per l'acqua. Superato un cancello, una stradina bianca porta verso gli anfratti del fianco orientale della gravina e la successione di ambienti coperti che anticipano la chiesa di San Michele e costituivano forse un monastero rupestre e gli ambienti di accoglienza dei pellegrini. Il pellegrino medievale che raggiungeva Gravina trovava dunque non una singola chiesa, ma un intero sistema liturgico scavato nella roccia, con stazioni di sosta, luoghi di preghiera e spazi per la comunità.

Le chiese rupestri costituiscono oggi un patrimonio unico, che racconta una storia di fede, adattamento e dialogo culturale radicato nel cuore della civiltà mediterranea. Eppure gran parte di questo mondo resta chiuso, accessibile solo con guida e in orari limitati, noto ai più per un passaggio cinematografico o per una gita domenicale sbrigativa. Una Gravina sotterranea altrettanto suggestiva e ricca di fascino, dove il tempo, quasi d'incanto, si è fermato. Basterebbe scendere quelle scale, spegnere il telefono e lasciare che la pietra parli: ha avuto mille anni di pratica.

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