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La città sull'acqua: Gallipoli, la sua fontana millenaria e il legame indissolubile tra l'isola di pietra e le sue sorgenti

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 29 Giugno 2026 · 6 min di lettura
La Fontana Greca di Gallipoli in pietra leccese, con cariatidi e bassorilievi mitologici, all'ingresso del centro storico
Foto: renato agostini / CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento, all'imbrunire, in cui la luce del Salento radente sull'Ionio trasforma l'ingresso di Gallipoli in qualcosa di simile a un palcoscenico antico. Proprio in quel punto di passaggio — dove il ponte collega il borgo moderno all'isola calcarea del centro storico — si erge una fontana di pietra che divide da secoli storici e appassionati. È lì, immobile e solenne, che inizia davvero il racconto di una città costruita sull'acqua: non per capriccio, ma per necessità profonda, quasi biologica.

Un'isola nel mare, assetata di sorgenti

Il centro storico di Gallipoli sorge su un'isola di natura calcarea con un circuito di circa un chilometro e mezzo, collegata alla terraferma da un ponte in muratura risalente al XVII secolo. Questa condizione geografica, che oggi affascina turisti da tutto il mondo, fu per secoli anche una sfida esistenziale: vivere su uno scoglio proteso nel mare significava dover risolvere ogni giorno il problema dell'approvvigionamento idrico. L'acqua piovana raccolta nelle cisterne sotterranee, i pozzi scavati nella roccia calcarea, le sorgenti nei pressi delle antiche terme — tutto contribuiva a un sistema articolato e vitale. Il centro storico sorge letteralmente su un'isola, con le mura aragonesi che la circondano quasi completamente e il mare che batte direttamente sotto le finestre delle abitazioni. In questo scenario, ogni fonte d'acqua dolce era un presidio di sopravvivenza prima ancora che un ornamento urbano.

La fontana che nessuno sa datare

Al cuore di questa storia c'è la Fontana Greca, il monumento più enigmatico e discusso della città. La "città bella" custodisce un patrimonio storico che sorprende chiunque si avventuri nel suo centro antico, e tra i simboli più enigmatici spicca proprio questa opera che divide studiosi e appassionati: c'è chi la considera la più antica fontana d'Italia, risalente al III secolo a.C., e chi invece la colloca in pieno Rinascimento. Il nodo della questione è seducente proprio perché irrisolto. La memoria storica e popolare lega la fontana all'appellativo "greca" o "ellenica" per via di un errore reiterato nelle guide locali, che farebbero risalire la sua fondazione al periodo ellenistico; ad ingannare gli storici sarebbero stati soprattutto gli elementi scultorei scelti per i colti temi pagani, che rimandano al mondo della Grecia arcaica, suffragati dal ruolo che Gallipoli — Kallipolis, "città bella" — ebbe come provincia coloniale della Magna Grecia. Eppure gli studi più recenti propendono per una soluzione radicalmente diversa. Studi recenti hanno consigliato un'attribuzione più confacente alla seconda metà del XVI secolo, periodo in cui nell'arte rinascimentale è frequente il richiamo alle forme arcaiche e classiche.

La struttura è un capolavoro di pietra leccese e carparo. Il tema scolpito a rilievo sulle lastre inferiori è tratto da tre storie d'amore e morte descritte nelle Metamorfosi di Ovidio e di Ausonio, e si innesta su un trittico scandito da quattro erme o cariatidi virili e femminili che sorreggono l'intera trabeazione. Tre bassorilievi raffigurano altrettanti aneddoti della mitologia greca: le metamorfosi di Dirce, Salmace e Biblide, accomunate dal destino di essere trasformate in fonti perenni. Non è un caso: una fontana che celebra donne mutate in acqua è, nella sua essenza, un monumento alla liquidità come destino. In alto, lo stemma di Filippo II di Spagna ricorda una delle dominazioni straniere che hanno plasmato la storia di Gallipoli , conferendo all'opera una dimensione al tempo stesso mitica e politica, sospesa tra la Grecia di Ovidio e la Spagna degli Asburgi.

Il viaggio della fontana attraverso la città

La fontana non è sempre stata dove la si può ammirare oggi. La sua storia è quasi quanto quella della città: un peregrinaggio da un punto all'altro dell'isola, inseguendo le trasformazioni dell'urbanistica gallipolina. In origine era posta nell'area delle antiche Terme, oggi denominata "Fontanelle"; nella prima metà del Cinquecento fu trasportata nei pressi della chiesa di San Nicola, di cui non resta più alcuna traccia, dove rimase fino al 1560, per essere poi smontata e ricostruita nel luogo dove oggi è possibile ammirarla, in piazza Aldo Moro, meglio conosciuta come piazza Canneto, all'ingresso del centro storico. Nel 1765 fu ulteriormente arricchita ad opera del Comune con la realizzazione di una seconda facciata. Quella nuova facciata, rivolta a nord-ovest, assunse fin da subito una funzione più pratica che artistica. Ospitava un abbeveratoio per gli animali e, più tardi, divenne punto di approvvigionamento idrico per molte famiglie prive di acqua corrente.

Ancora negli anni Cinquanta del Novecento, l'acqua che sgorgava dalla fontana era una risorsa concreta per i gallipolini. Da quell'abbeveratoio veniva prelevata l'acqua con il riempimento di alcune botticelle, poi deposte su un carretto trainato da un asino che più volte al giorno percorreva il ponte di pietra per raggiungere la città vecchia, meta della "vendita" dell'acqua. Un'immagine che restituisce quanto fosse radicato, fino a epoca recentissima, il legame tra questa città e il problema dell'acqua dolce.

Il fuoco nel castello e la fragilità dell'isola

L'acqua a Gallipoli non è mai stata solo una questione di sete quotidiana: è stata anche un baluardo contro il fuoco. Un'isola di pietra calcarea, con case addossate le une alle altre, strade strette e materiali facilmente infiammabili, era un luogo in cui un incendio poteva propagarsi con devastante rapidità. Le cronache storiche conservano memoria di questi pericoli. Il 5 agosto 1595, in uno dei depositi per la polvere da sparo del castello, scoppiò improvvisamente un incendio nel quale morirono bruciati vivi tredici operai gallipolini. Un episodio che testimonia quanto la minaccia del fuoco fosse concreta e ricorrente nella vita dell'isola, e quanto la disponibilità di acqua nelle immediate vicinanze — nelle cisterne, nei pozzi, nelle fontane — rappresentasse una difesa non meno importante delle mura aragonesi.

Un simbolo che resiste al tempo

Oggi la Fontana Greca è molto più di un reperto storico. Nella classifica provvisoria de "I Luoghi del Cuore" del FAI del novembre 2024, la Fontana Antica di Gallipoli risultava al primo posto in Puglia e al secondo posto nella classifica nazionale. Un riconoscimento popolare che va oltre il valore artistico e si radica nell'identità collettiva di una comunità che si riconosce in quella pietra scolpita. È un monumento che non smette di parlare, capace di unire la funzionalità di un tempo — quando forniva acqua agli abitanti — al valore artistico e culturale che oggi la rende celebre in tutta Italia.

Fermarsi davanti alla Fontana Greca, al tramonto, con alle spalle il ponte e davanti l'isola che si stringe nel mare, significa capire qualcosa di essenziale su Gallipoli: che la sua bellezza non è mai stata separata dalla sua necessità. Nonostante le numerose crepe che segnano il suo volto, la fontana continua a resistere, narrando la sua storia a chiunque si avvicini ad ammirarla. L'acqua, qui, è sempre stata un atto di resistenza.

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