Pietra su pietra, in silenzio: la storia dei muretti a secco che i contadini pugliesi alzarono per secoli lungo la costa del Canale d'Otranto
C'è un detto salentino che vale più di qualunque trattato di architettura: petra su petra azza parite, pietra su pietra si fa il muro. In quella frase c'è tutta l'essenza di un popolo, un'esortazione alla pazienza e alla tenacia, una metafora per dire che le grandi cose si fanno un passo alla volta. Ed è esattamente così che, nel corso di secoli, i contadini pugliesi hanno trasformato una terra ostile e sassosa in uno dei paesaggi rurali più riconoscibili del Mediterraneo: migliaia di muretti a secco che oggi scorrono lungo le campagne del Salento, accompagnando lo sguardo fino all'orizzonte dove la Puglia si interrompe e, dall'altra parte del Canale d'Otranto, inizia la Grecia.
Una terra di sassi, un'arte millenaria
Per capire i muretti a secco bisogna capire prima la terra su cui sorgono. La Puglia carsica, dal Gargano al Salento passando per l'Altopiano delle Murge, presenta chilometri di muretti a secco che da secoli disegnano un paesaggio di pietra: nei boschi affiorano ampi strati di roccia e i terreni sono pieni di pietre sparse che ancora costituiscono un ostacolo per l'attività agricola. Quella pietra, però, non fu mai un nemico: fu la materia prima di una civiltà intera. Lo spietramento dei terreni è un lavoro che nei secoli scorsi i contadini svolgevano nei periodi dell'anno di riposo dai lavori agricoli, per rendere coltivabili i fondi. Le pietre estratte dal suolo non venivano gettate via: accantonandole in un angolo per poi trasferirle in una zona ben precisa dell'appezzamento, i contadini non le ammassavano casualmente, ma le riponevano con dedizione e accuratezza, cercando quelle che più combaciassero tra loro e riempiendone gli spazi con pietre più piccole o con semplice terra, per dare solidità all'intera struttura.
Le origini di questa pratica si perdono nella preistoria della Puglia. L'arte del muretto a secco ha origini antichissime: in Italia, i Messapi li utilizzavano già dal I millennio prima di Cristo. Ci sono i muretti risalenti all'epoca dei messapi con una struttura a blocchi squadrati poggiati orizzontalmente, quelli patrizi che svolgevano il compito di delimitare tenute e poderi appartenuti a casati di gran nome, e quelli del volgo, costruiti dallo stesso contadino a delimitazione della piccola proprietà chiamata chisùra. Una stratificazione sociale e storica che ancora oggi si legge nell'altezza, nella forma e nella lavorazione delle pietre.
Il confine di pietra che guarda la Grecia
Nel Salento leccese, dove la penisola si assottiglia fino a diventare un dito di terra proteso verso l'Albania e la Grecia, i muretti a secco assumono una valenza quasi simbolica. I contadini pugliesi e i contadini del Salento usavano i muretti a secco per delimitare campagne e proprietà, per proteggere le colture dagli agenti atmosferici — questo accadeva in particolare lungo la costa, a ridosso del mare — e per separare le zone adibite al pascolo da quelle destinate all'agricoltura. Lungo la fascia costiera orientale, quella che affaccia proprio sul Canale d'Otranto, i muri assumevano dunque anche la funzione di barriera contro i venti che arrivano dall'altra sponda del mare Adriatico, portando salsedine e furia nelle stagioni più rigide. Il compendio agricolo dell'Abbazia di Santa Maria di Cerrate, nel Leccese, è delimitato da muri a secco: un sistema tradizionalmente utilizzato in questa regione per la perimetrazione delle proprietà, che contribuisce a rendere caratteristico il paesaggio del Salento.
Su questa costa orientale, i costruttori di muretti non erano architetti né ingegneri: erano paritari. Chi per mestiere costruiva muretti a secco era detto paritaru, dal termine parite, che in dialetto salentino significa appunto parete, muro. Costruirli era un lavoro che richiedeva una perizia fuori dal comune, tanto da far sì che le tecniche per approcciare il taglio e la sovrapposizione delle pietre venissero tramandate di padre in figlio. Non c'era nessuna scuola, nessun manuale scritto: solo mani che guidavano altre mani, stagione dopo stagione, in un sapere orale e gestuale che ha attraversato i secoli quasi intatto.
La tecnica: un equilibrio senza cemento
A guardare un muretto a secco da vicino, la prima domanda è sempre la stessa: come fa a reggere? La risposta sta in una tecnica raffinata, elaborata nel tempo con una logica tutta sua. La costruzione prevede prima di tutto di scavare per raggiungere il banco di roccia che farà da fondazione; su di essa si costruisce la base con due file parallele di pietre grosse; successivamente si erigono due file di pietre più piccole convergenti verso l'alto, mentre gli interstizi vengono riempiti da pietrame di piccole dimensioni; all'altezza desiderata, le due file vengono legate da lastre di pietra più grosse messe di taglio, e infine le fessure delle facciate vengono chiuse inserendovi a forza schegge e scaglie di pietra. Il risultato è una struttura che respira, che si assesta, che tollera le radici degli alberi e le escursioni termiche senza cedere.
I muretti sono incastonati ottimamente nella natura: su di essi nasce e vive una vegetazione che, senza la disponibilità idrica presente nelle fessure — dove si ha la condensazione della rugiada — supererebbe a stento le aride stagioni estive; tra gli interstizi, piccoli rettili e anfibi creano la loro dimora o li usano semplicemente come nascondigli. Non solo confini di proprietà, dunque, ma veri e propri ecosistemi in miniatura, capaci di ospitare vita là dove la pietra calcarea sembrerebbe non lasciare scampo.
Il riconoscimento che il mondo attendeva
Per secoli i muretti a secco sono stati considerati poco più che un elemento di contorno del paesaggio, una necessità agricola priva di glamour. Poi, nel novembre del 2018, è arrivata la svolta. L'UNESCO ha iscritto "l'Arte dei muretti a secco" nella lista degli elementi immateriali dichiarati Patrimonio dell'umanità, in quanto rappresentano "una relazione armoniosa fra l'uomo e la natura". L'organizzazione internazionale ha accolto la candidatura presentata da otto Paesi europei: oltre all'Italia, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera; la decisione è stata approvata all'unanimità dai 24 Stati membri del Comitato, riuniti a Port Louis, nelle Isole Mauritius.
La Puglia era tra le regioni italiane che con più forza avevano spinto per quel riconoscimento. La nostra terra, dal Salento alla Capitanata, è incorniciata dai muretti a secco, opere che tracciano il lavoro dell'uomo rispettoso dell'ambiente, testimonianza di una storia contadina antica che mantiene intatta la sua autenticità nel tempo. Un'autenticità che oggi l'UNESCO raccomanda di proteggere non solo come paesaggio fisico, ma come sapere vivo: la pratica viene trasmessa principalmente attraverso l'applicazione pratica adattata alle particolari condizioni di ogni luogo in cui viene utilizzata. E i muri a secco svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni e delle valanghe, nel combattere l'erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l'agricoltura.
Così, lungo quella fascia di Puglia che guarda la Grecia oltre il mare, il muretto a secco rimane ancora oggi quello che è sempre stato: non un monumento, non un reperto museale, ma un confine vivo tra l'uomo e la pietra, tra la fatica e la bellezza, tra una sponda e l'altra del Mediterraneo. Pietra su pietra, senza fretta. Come ha sempre insegnato il detto dei vecchi.
Fonti e approfondimenti
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Muretti a Secco nella storia e tradizione salentina salentoviaggi.it ↗
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I muretti a secco patrimonio dell'umanità – Lentium.it lentium.it ↗
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I muretti a secco sono patrimonio dell'Umanità Unesco – Touring Club Italiano inviaggio.touringclub.it ↗
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Muretti a secco in Puglia: storia, tradizione e paesaggi bebinviaggio.com ↗
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Muretti a secco: da sempre nel cuore del FAI – Fondo Ambiente Italiano fondoambiente.it ↗
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