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Settantadue ore da capitale: quando Gallipoli ospitò il Parlamento del Regno di Napoli e poi dimenticò di esserlo stata

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 21 Luglio 2026 · 6 min di lettura
Veduta del borgo antico di Gallipoli con le mura e il castello aragonese visti dal mare al tramonto
Foto: renato agostini / CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

C'è un momento, nell'autunno del 1484, in cui Gallipoli cessa di essere una città di frontiera affacciata sul mare Ionio e diventa, per qualche giorno, il cuore pulsante di uno dei regni più potenti d'Italia. Non è un primato di cui parlano le guide turistiche, né una targa sul lungomare lo ricorda ai visitatori che d'estate affollano il borgo antico. Eppure accadde: nel novembre del 1484, appena conclusa la guerra di Ferrara, il re di Napoli Ferrante I d'Aragona convocò un parlamento generale. E lo convocò qui, su quest'isola di pietra dorata che si sporge nel Mediterraneo come una sentinella.

Una città appena uscita dalla guerra

Per capire perché Gallipoli si trovasse in quella posizione privilegiata, bisogna tornare indietro di qualche mese. Il 1484 era stato un anno di ferro e di sale. Nel maggio di quell'anno, a causa della guerra aperta con Ferrara, la Repubblica di Venezia aveva assediato e conquistato Gallipoli in una memorabile battaglia in cui era perìto anche l'ammiraglio veneziano Giacomo Marcello. Dopo molti sbarchi compiuti dall'armata veneziana sulle coste del regno, Giacomo Marcello si era presentato con quattordici galee dinnanzi a Gallipoli, difesa da numerosa artiglieria; durante il bombardamento la squadra veneziana aveva subìto gravi danni, e lo stesso Marcello era caduto ucciso a bordo della capitana, ma il provveditore Malipiero aveva nascosto agli equipaggi quella morte e, ridotte al silenzio le batterie terrestri, aveva ordinato lo sbarco. La città era capitolata, ma senza essersi arresa con disonore.

Gallipoli, passata a Ferdinando I d'Aragona e fortificata, aveva resistito alle forze turche invadenti la Terra d'Otranto nel 1481, e poi ai Veneziani, che però l'avevano espugnata nel maggio 1484, tenendola per quattro mesi fino alla pace di Bagnolo. Quella pace aveva restituito la città alla corona aragonese, e con la restituzione a Ferdinando d'Aragona erano giunte ulteriori franchigie e privilegi in ricompensa della fedeltà dimostrata. Il gesto del re aveva un senso preciso: Gallipoli aveva pagato un prezzo altissimo in una guerra che non era la sua, e meritava un riconoscimento pubblico e solenne.

Il Parlamento, ovvero la politica che si sposta in riva al mare

Il parlamento aragonese del regno di Napoli non era un'istituzione fissa né regolare. Reintrodotto nel regno da Alfonso il Magnanimo, era una sede importante della negoziazione tra la monarchia, i baroni e le città demaniali, seppur non l'unica. Nella sua pur evidente ma irregolare continuità, assolveva a funzioni differenti in relazione alle contingenze politiche, alle diverse posizioni del re da un lato e dei convocati dall'altro; fisco e giustizia sostanziavano le discussioni, e in generale il confronto politico e simbolico tra il re e i suoi sudditi. Non aveva sede fissa, e poteva riunirsi dove il sovrano decideva: a Napoli, in altre città del regno, oppure — come nel novembre del 1484 — in una città di confine appena uscita da un assedio.

La scelta di Gallipoli non era casuale. Con Ferrante, per quanto se ne sa, i parlamenti si erano riuniti più raramente: nel luglio 1458, nel settembre 1474, nel febbraio 1481, nel novembre 1481, nell'aprile 1483 e infine nel novembre 1484. Ognuna di quelle convocazioni rispondeva a un'urgenza: raccogliere donativi, riaffermare l'autorità regia, placare le tensioni con i baroni. Quello del 1484 arrivava in un momento delicato: la guerra di Ferrara si era conclusa con la pace di Bagnolo, il regno aveva bisogno di ricomporsi, e Gallipoli — città demaniale, cioè soggetta direttamente alla corona senza intermediari feudali — rappresentava un simbolo di lealtà che valeva la pena onorare pubblicamente.

Il privilegio e la memoria degli stemmi

La vicenda parlamentare si intreccia con il riconoscimento formale che Ferrante volle tributare alla città. Le prodezze dei gallipolini durante l'assedio, ammirate dallo stesso nemico e dagli italiani tutti, furono lodate e premiate dal re Ferrante I d'Aragona con un diploma di amplissimi privilegi in data 8 dicembre 1484. Fu proprio per dare un pubblico attestato di benemerenza al sindaco Costantino Specolizzi che il Consiglio Comunale — o Parlamento, come allora si chiamava — adunatosi nella grande sala del palazzo della città, dopo il 15 settembre, in cui fu stipulato in piazza Sant'Agata il verbale di restituzione della città da parte dei rappresentanti veneziani, deliberò che, a cominciare dallo stesso Specolizzi, i sindaci potessero far dipingere il proprio stemma.

Quella delibera lasciò un segno fisico e duraturo nell'architettura civile della città. La serie degli stemmi iniziava dall'anno 1484, e quando nel 1691 fu rifatta la sala del Parlamento nel palazzo dell'Università, come ricorda una deliberazione, furono ridipinti tutti nello stesso modo, senza la corona come pretendevano alcune famiglie, con il semplice scudo. Per quasi due secoli, insomma, ogni sindaco di Gallipoli aveva il suo ritratto araldico in quella sala, a partire dall'anno in cui la città era diventata, sia pure per pochi giorni, qualcosa di più di una città di confine. Molti membri della nobiltà gallipolina ricoprirono per ben undici volte, dal 1484 al 1697, la suprema carica di sindaco, come si è potuto evincere dagli stemmi dipinti nella sala consiliare dell'antico palazzo di città.

Una capitale mancata, una memoria fragile

Eppure, di quella stagione straordinaria, Gallipoli conserva oggi ben poco nella memoria pubblica. La città che nei secoli successivi avrebbe continuato a essere città demaniale, amministrata per "capitoli" e "statuti" con un general sindaco, un reggimento e un parlamento cittadino, non ha trasformato quella parentesi istituzionale in un'identità duratura. Il novembre del 1484 è rimasto negli archivi degli studiosi — nella fitta corrispondenza diplomatica tra gli ambasciatori delle corti italiane, nelle ricerche di storici come Elisabetta Scarton e Francesco Senatore — ma non nel racconto che la città fa di se stessa.

In parte è comprensibile: gli anni successivi portarono nuove tempeste. Gallipoli subì le incursioni delle truppe francesi di Carlo VIII e di quelle spagnole di Consalvo di Cordova, ma rimase sempre fedele agli Aragonesi fino alla conquista del regno da parte di Ferdinando di Spagna. La storia si mosse in fretta, e le memorie locali seguono di solito il ritmo delle battaglie più spettacolari, non quello dei parlamenti. Eppure quella convocazione del novembre 1484 — con i baroni del regno, i sindaci delle città demaniali e gli ambasciatori forestieri che si spostavano verso un'isola salentina appena liberata dall'occupazione veneziana — ha qualcosa di cinematografico, di decisamente improbabile e per questo degno di essere ricordato.

Gallipoli fu sede del Parlamento del Regno di Napoli. Lo fu per pochissimo, forse per l'arco di qualche seduta, in un autunno in cui l'Italia si stava riassestando dopo uno dei suoi tanti conflitti. Lo fu per merito e per circostanza, perché aveva resistito e perché il re aveva bisogno di mostrare che la fedeltà viene premiata. Poi la storia andò altrove, come fa sempre. E la città tornò ad essere quello che è sempre stata: un'isola bella, ostinata, dimenticata quanto basta per conservare qualcosa di autentico.

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