Ventottomila anni fa viveva qui una donna che ora porta il nome di una città: Delia, lo scheletro di una madre incinta trovato nel 1991 che ha riscritto la preistoria d'Europa
C'è un momento in cui la preistoria smette di essere un concetto astratto e diventa carne, postura, gesto. Accade nella grotta di Santa Maria di Agnano, sulle colline che digradano verso il mare di Ostuni, dove il tempo si è fermato esattamente come l'aveva lasciato una giovane donna circa 28.000 anni fa: con la mano destra posata sul ventre. Era incinta. Era morta. E per quasi tre decenni di millenni, nessuno lo sapeva.
Il giorno della scoperta
La prima regolare campagna di scavi iniziò nel 1991, e il 24 ottobre dello stesso anno il professor Donato Coppola rinvenne all'interno della grotta l'importante sepoltura della "donna di Ostuni". Coppola era un paletnòlogo dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro, e quella mattina d'autunno stava lavorando in un sito già noto agli specialisti ma non ancora del tutto esplorato. Ciò che emerse dalla terra non era solo uno scheletro: era una scena sospesa nel tempo, un istante di cura e di dolore cristallizzato nella roccia carsica della Murgia. Lo scheletro, di epoca gravettiana e risalente a circa 28.000 anni dal presente, era quello di una ventenne gravida, rinvenuto con la mano destra appoggiata sul ventre, quasi a protezione del feto. La comunità scientifica lo classificò con il codice Ostuni 1. Il suo scopritore la chiamò Delia, in omaggio alla donna che sarebbe diventata sua moglie.
Chi era Delia
La morfologia dello scheletro femminile lascia intendere che la donna avesse circa vent'anni, fosse alta circa un metro e settanta centimetri e muscolosa. Un fisico robusto, da cacciatrice o da lavoratrice instancabile. La giovane aveva una dentatura intatta, anche se consumata, probabilmente perché, come da normale usanza per i tempi, usava masticare la pelle degli animali per renderla più morbida e quindi adatta a essere lavorata per il confezionamento di capi d'abbigliamento. Era incinta di circa otto mesi, e il periodo di gestazione si attesta intorno alla trentaduesima settimana; nei resti sono presenti diversi episodi di stress corporeo che possono essere legati alla sua prematura scomparsa. Le cause del decesso rimangono ignote, ma il quadro clinico che emerge dai suoi resti racconta una vita tutt'altro che facile. L'appartenenza della donna a un gruppo di cacciatori è documentata dai resti del corredo, ossia selci e denti di cavallo e di bue primitivo.
Una sepoltura rituale, non una semplice fossa
Ciò che rende la scoperta straordinaria non è solo la rarità biologica, ma la dimensione simbolica e spirituale che la circonda. Il corpo era deposto in una grande buca, in posizione contratta, col capo ricoperto da una sorta di cuffia composta da centinaia di piccole conchiglie. Un copricapo elaborato, tutt'altro che casuale. Il copricapo di conchiglie è tipico degli ornamenti della Dea, un dettaglio che riporta alle statuine di Willendorf in Austria o di Brassempouy in Francia, così come l'ocra rossa, altro simbolo tipico dei rituali funerari coevi, a rappresentare il colore del sangue che rigenerava la stessa Dea Madre appena sepolta. La sepoltura, insomma, non era un atto frettoloso: era una cerimonia. Il copricapo molto simile a quello della "Venere di Willendorf" ha fatto pensare che non si trattasse di una semplice sepoltura, ma di una sorta di divinizzazione della maternità incompiuta e della procreazione. Una comunità del Paleolitico superiore si fermò, elaborò il lutto, e affidò alla terra la propria giovane madre con tutto il peso del rito.
Il feto e ciò che ha insegnato alla scienza
Il bambino ha rappresentato un'occasione unica per studiare lo sviluppo prenatale nel Paleolitico, incredibilmente ben conservato. I ricercatori hanno potuto analizzare qualcosa che, nella storia dell'archeologia europea, non aveva precedenti: resti fetali integri all'interno di una sepoltura così antica. È stato possibile scoprire che la crescita fetale era maggiore nel Paleolitico rispetto ai tempi moderni, sebbene debbano essere tenute in considerazione diverse variabili. Un dato che ha aperto interrogativi affascinanti sulla biologia dei nostri antenati e sulle condizioni di vita nelle comunità di cacciatori-raccoglitori del Sud Italia. La grotta, del resto, non era soltanto un rifugio: nella stessa grotta-riparo sono state trovate anche le prime manifestazioni grafiche dell'Homo sapiens, con motivi lineari simbolici, oltre a selci e utensili in pietra, a testimonianza del fatto che il sito è stato frequentato per lungo tempo come luogo di culto e per le attività quotidiane.
Una grotta che attraversa la storia
La grotta di Santa Maria di Agnano non ha custodito soltanto Delia. Nei millenni successivi ha continuato ad attrarre presenze umane, stratificando epoche su epoche in modo quasi incredibile. La grotta è stata, oltre che luogo di sepoltura, anche un santuario messapico dedicato alla dea Demetra e luogo di culto cristiano; i reperti ritrovati dimostrano una grande frequentazione del sito per un lungo periodo, con strumenti di selce neandertaliani risalenti al Paleolitico, dipinti, manufatti in pietra, frammenti ceramici del Neolitico, ceramiche del V secolo a.C. e terrecotte votive dedicate al culto di Demetra. Nei secoli cristiani, una cappella seicentesca all'esterno serviva a riparare i fedeli dalle intemperie, mentre all'interno è ancora possibile vedere tracce di affreschi di età bizantina e una piccola cappella affrescata risalente al Cinquecento. In nessun altro posto d'Europa un filo così lungo unisce il Paleolitico all'età moderna senza mai spezzarsi.
Dove Delia vive ancora
Oggi Delia non è più nella grotta. I calchi delle sepolture di Ostuni 1 e Ostuni 2, oltre ai resti originali di Ostuni 1 con il corredo funerario, sono esposti al Museo di Civiltà Preclassiche della Murgia Meridionale, nell'ex monastero carmelitano di Santa Maria Maddalena dei Pazzi, in via Cattedrale, a Ostuni. È lì che chiunque può fermarsi davanti alla teca e trovarsi, senza preavviso, commosso. Come scrisse Alberto Angela, che le dedicò una puntata del suo programma Ulisse, "non si riesce a nascondere una commozione intima davanti a questa mamma e il suo piccolo che il destino ha unito nei millenni." Quella mano sul ventre, immobile da 28.000 anni, dice ancora tutto quello che c'è da dire sull'amore di una madre. E su quanto siamo, in fondo, sempre gli stessi.
Fonti e approfondimenti
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