Sette metri sotto il mare e quattromila anni di storia: le mura sommerse di Siponto, la città che l'Adriatico inghiottì e che Manfredi abbandonò per fondare Manfredonia
C'è un momento, percorrendo la strada litoranea che scende verso il Golfo di Manfredonia, in cui il paesaggio cambia registro senza preavviso. La pianura del Tavoliere cede il passo a una fascia di pinete e zone umide, e tra la vegetazione rada appaiono i blocchi di calcare bianco di una basilica romanica che sembra cresciuta dal suolo per decreto divino. È questo il limite visibile di ciò che resta di Siponto. Il resto — le mura, le strade, i quartieri — giace sepolto sotto strati di storia, di fango e, in parte, di mare.
Dalle origini daunie a Roma: un porto al cuore dell'Adriatico
La storia di Siponto è lunga e non comincia con i Romani, anche se furono loro a consegnarle grandezza e forma urbana definitiva. Città antica nella Daunia, la tradizione la voleva fondata da Diomede, leggenda comune a moltissime città dell'Adriatico. Le tracce più antiche del popolamento nell'area risalgono tuttavia a molto prima: pochi chilometri a occidente del Lago Salso, nella contrada di Coppa Nevigata, fu messo alla luce un abitato della fine dell'età del bronzo e del principio dell'età del ferro, forse il primo nucleo da cui si sviluppò la Siponto daunia, prima della colonizzazione greca.
Fu però con Roma che Siponto assunse il ruolo di protagonista nel Mediterraneo adriatico. Nel 194 a.C. i Romani vi dedussero una colonia, inserita in un piano di fondazioni che comprendeva, tra le altre, Pozzuoli, Salernum e Crotone: Sipontum sul mare Adriatico, nel Golfo di Manfredonia, ai margini dell'antica laguna. La città sorse su un piccolo rialzo tufaceo e il suo impianto urbano di forma trapezoidale era perimetrato da possenti mura costruite con blocchi di calcare locale in opera quadrata a doppia cortina, con il primo filare dal basso bugnato. Siponto era considerata uno dei più importanti porti dell'Adriatico nella Regio II e come punto strategico di primaria importanza appare sovente nella storia delle lotte di Roma nell'Italia meridionale; lo stesso Livio afferma che Siponto fu il porto di Arpi.
Il declino: paludi, terremoti e il silenzio del porto
La grandezza di Siponto portò in sé il germe della propria rovina. La laguna costiera che ne aveva fatto la fortuna commerciale cominciò lentamente a trasformarsi in acquitrino. L'insabbiamento dell'emissario, ovvero la trasformazione del golfo in lago, spiega la decadenza della città sia dal lato commerciale sia da quello igienico. Già all'epoca di Cicerone, la città appariva in piena decadenza. Nei secoli successivi Siponto resistette — attraverso le invasioni di Odoacre, di Teodorico, dei Longobardi e poi dei Normanni — ma il territorio continuava a sprofondare, fisicamente e demograficamente. Dopo l'impaludamento del porto e due violenti terremoti, nel 1223 e nel 1255, Siponto venne abbandonata e gli abitanti si trasferirono nella nascente città fondata dal figlio dell'imperatore Federico II di Svevia, re Manfredi, chiamata Manfredonia o, sotto il successivo dominio angioino, Sypontum Novellum.
Fu così che nel 1256 re Manfredi decise di abbandonare l'antica città di Siponto, sconquassata da un terremoto e minacciata dall'avanzare inesorabile degli acquitrini, edificando una nuova città in zona più salubre a cui diede il proprio nome. Una scelta radicale, dettata non da capriccio ma da necessità: Siponto divenne così uno dei "villages désertés" della Daunia, abbandonata dai cittadini perché malsana e paludosa. La sede vescovile seguì la popolazione, e la memoria della città antica cominciò a dissolversi insieme alle sue strutture.
Sette metri sotto la superficie: l'Atlantide del Golfo
Ma Siponto non scomparve soltanto nella terra. Una parte di essa scivolò letteralmente sotto il mare. Nel golfo di Manfredonia, secondo quanto riportato dallo studioso Antonio Universi nel suo libro su Manfredonia, un antico villaggio si troverebbe a circa 600 metri dalla riva e a sette metri di profondità. Quella che sembra una leggenda è in realtà una storia ben nota ai pescatori più anziani della zona, che conoscono da sempre l'ubicazione dell'antico borgo sommerso: spesso, gettando le proprie reti in mare, le stesse si trovavano impigliate per poi tornare in superficie con anfore e monete. A destare la curiosità degli studiosi è stato anche il ritrovamento di tegole e porzioni di basolato, una tipologia di pavimentazione stradale dell'epoca. Reperti troppo specifici per essere casuali, troppo coerenti per essere ignorati.
Ciò che è rimasto: il parco, la basilica, i mosaici
Ciò che il mare non ha preso, e che le paludi non hanno del tutto inghiottito, è affiorato grazie agli scavi archeologici. Un'intera città sta lentamente riaffiorando dagli scavi in prossimità della Basilica Minore di Santa Maria di Siponto. Il Parco Archeologico di Siponto, oggi visitabile, raccoglie i resti dell'antica città con ipogei databili al terzo secolo dopo Cristo, un anfiteatro e alcune chiese poste extramoenia, dove si trova una bella serie di pavimenti musivi in bianco e nero e policromi. Al centro del parco domina la Basilica Paleocristiana, una struttura a tre navate con abside centrale e pavimenti musivi che raccontano lo splendore di una città che fu sede vescovile tra le più rilevanti del Mezzogiorno.
Accanto a essa si erge la Basilica di Santa Maria Maggiore, gioiello del romanico pugliese, famosa per la sua pianta quadrata e la cripta suggestiva, rimasta per secoli l'unico presidio di fede in una zona progressivamente abbandonata a causa dell'impaludamento. La chiesa, documentabile dal 1117, è ascrivibile allo stile romanico-pugliese, ma la pianta quadrata a croce greca tradisce probabili origini bizantine. È lei, in fondo, il monumento più eloquente di tutta la vicenda sipontina: un edificio che ha vegliato sul silenzio di una città morta per secoli, prima che gli scavi restituissero voce alle pietre.
Manfredonia: la città che nacque dalla fine di un'altra
Siponto e Manfredonia sono due facce della stessa storia, legate da un filo che nessun terremoto ha potuto spezzare. Un re visionario, Manfredi di Svevia, decise di ricostruire una città dalle rovine, restituendole vita, dignità e futuro. Due fondazioni, due anime: una sepolta nella sabbia e nei resti delle stele daunie, l'altra scolpita nella pietra bianca e nei sogni della dinastia sveva. Ancora oggi, chi percorre la strada che collega il centro moderno al Parco Archeologico di Siponto può leggere in pochi chilometri un intero romanzo: dal tempo dei Dauni alle rovine romane, dalla basilica paleocristiana alle architetture medievali.
Quattromila anni di storia non scompaiono. Si spostano, si comprimono, si nascondono — sette metri sotto il livello del mare, oppure sotto un campo arato, oppure dentro la cripta di una basilica che nessuno ha mai smesso di frequentare. Siponto è ancora lì, paziente, ad aspettare che qualcuno torni a cercarla.
Fonti e approfondimenti
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Parco archeologico di Siponto – Ministero della Cultura cultura.gov.it ↗
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Siponto – Enciclopedia dell'Arte Antica, Treccani treccani.it ↗
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Dall'antica Siponto riemergono edifici medievali e l'anfiteatro romano – Storie & Archeostorie storiearcheostorie.com ↗
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L'Atlantide pugliese: una città sommersa nel golfo di Manfredonia – BonCulture bonculture.it ↗
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Siponto. La fondazione romana – Stato Quotidiano statoquotidiano.it ↗
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