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Il mosaico più grande della Puglia è ad Otranto: nel 1165 un monaco lo popolò di elefanti, re normanni e dell'Albero della Vita

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 27 Giugno 2026 · 6 min di lettura
Vista dall'alto del mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto con l'Albero della Vita al centro
Foto: Holger Uwe Schmitt / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un pavimento in Puglia che si cammina con gli occhi bassi, quasi per deferenza. Non è una metafora: chiunque entri nella cattedrale di Santa Maria Annunziata di Otranto si accorge quasi subito di stare posando i piedi su qualcosa di straordinario. Il mosaico si estende lungo la navata centrale e nelle due ali del transetto, per una lunghezza complessiva di oltre sessanta metri , componendo il più grande ciclo musivo pavimentale medievale della Puglia. Non è a Lecce, non è a Taranto, non è a Bari: è qui, all'estremo lembo della penisola salentina, nella città più orientale d'Italia, che un monaco di cui si è perso quasi ogni ricordo ha lasciato la propria firma — letteralmente — sul pavimento di una chiesa.

Un'opera commissionata dal vescovo, firmata da un presbitero

Il mosaico fu eseguito da Pantaleone su commissione del vescovo di Otranto Gionata, tra il 1163 e il 1165; la datazione e i nomi dell'artefice e del committente sono riportati nello stesso mosaico, all'interno delle bande orizzontali che scandiscono le varie scene e nell'iscrizione prospiciente all'ingresso. È un dettaglio che sorprende ancora oggi: nel Medioevo non era affatto usuale che un artefice apponesse la propria firma su un'opera sacra, e il fatto che il nome di Pantaleone compaia addirittura in tre diverse zone del mosaico tradisce un riconoscimento esplicito del suo talento da parte del committente episcopale. Una prima particolarità del mosaico è proprio il fatto di avere inciso su di esso il nome del proprio autore, in corrispondenza dell'entrata principale, fatto quantomeno inconsueto per l'epoca e dovuto probabilmente al privilegio di voler rendere merito all'artista come ringraziamento per la splendida riuscita del lavoro.

Di Gionata e di Pantaleone, però, la storia ufficiale tace. La rispondenza delle figure zoomorfe alle descrizioni del Physiologius, bestiario egiziano del IV secolo molto diffuso nei cenobi basiliani, ha portato a ipotizzare che il mosaicista — che nelle iscrizioni si definisce presbiter — si sia formato presso il Monastero di San Nicola di Casole, che già nel XII secolo possedeva un'importante biblioteca. Era dunque un uomo di cultura vastissima, capace di attingere contemporaneamente alla tradizione occidentale romanica, a quella orientale bizantina e alle suggestioni del mondo arabo.

Seicento­mila tessere, un solo grande racconto

Il mosaico pavimentale della Cattedrale ha delle dimensioni considerevoli, estendendosi per tutta la lunghezza della navata principale ed essendo costituito da circa 600.000 tessere policrome di composizione calcarea locale. La tecnica utilizzata è quella del mosaico con tessere policrome di calcare locale e inserti in pasta vitrea. Percorrendo con lo sguardo questa distesa di pietra colorata, si capisce subito che non si tratta di una decorazione qualsiasi: si tratta di un'opera grandiosa, animata da un senso di horror vacui e paragonata a un'enciclopedia di immagini del tempo e della cultura del Medioevo; l'apparato iconografico si presenta come un percorso labirintico di cui a volte sfugge la vera interpretazione iconologica.

Il mosaico, come se fosse un tappeto istoriato, riveste quasi interamente la superficie pavimentale della basilica occupando la navata centrale, la zona presbiteriale, l'abside e le navate laterali del transetto. Le navate laterali del transetto presentano due tronchi d'albero di minori dimensioni; a sinistra sono presenti figure di eletti (Isacco, Abramo) e figure di dannati (Satana, Inferno); nella navata destra si riconosce la figura di Atlante che sorregge il globo. Il tutto costruisce un universo figurativo che non ha equivalenti nella regione, né per estensione né per complessità: in nessuno degli altri mosaici pugliesi si riscontra il livello di raffinatezza, complessità e conservazione come quello di Otranto; nessuna di esse si è inoltre conservata in misura sufficiente ad apprezzarla appieno.

L'Albero, gli elefanti e i re normanni

L'opera ha come figura centrale l'Albero della Vita, lungo il quale si dipanano le principali rappresentazioni. L'Albero ha la funzione di scandire, per mezzo di tronco e rami, le numerose scene rappresentate; tralci e foglie invadono gran parte dello spazio disponibile e creano riquadri e tondi dove si sviluppano le figure. La struttura narrativa parte letteralmente dal basso: nel segmento terminale dell'opera sono raffigurati due grandi elefanti, che sorreggono sulla schiena il peso dell'Albero. Secondo autorevoli interpretazioni, i due elefanti indiani che sostengono l'Albero della Vita derivano dalla fiaba di Barlaam e Iosafat, a sua volta mutuata dal Buddhismo e dall'Induismo. È uno dei dettagli più eloquenti dell'intera composizione: un monaco cristiano di un'abbazia salentina del XII secolo attinge alle tradizioni spirituali dell'Oriente più lontano per sostenere, fisicamente e simbolicamente, l'albero del creato.

Risalendo verso il presbiterio, il repertorio si allarga in modo sorprendente. Tra i personaggi biblici, a sorpresa, sono inserite figure di leggende medievali e miti pagani: Sansone, Diana, Atlante, Re Artù con in mano lo scettro curvo e che monta un caprone, Alessandro Magno. La presenza di Artù — eroe del ciclo bretone che in quegli stessi anni circolava nelle corti normanne d'Europa — non è casuale: Otranto è la città più a est d'Italia e la sua favorevole posizione geografica l'ha resa una sorta di porta tra Oriente e Occidente. Per secoli punto di approdo per visitatori e conquistatori, questo mosaico rappresenta la commistione di culture e credenze: Oriente e Occidente, sacro e profano, bene e male.

Un'enciclopedia medievale sotto i piedi dei pellegrini

Il programma figurativo del mosaico, complesso e a volte misterioso, tratta essenzialmente la condizione umana — la lotta fra il Bene e il Male, le virtù e i vizi, la salvezza e il peccato — attraverso scene tratte dall'Antico Testamento, dai Vangeli Apocrifi, dai cicli cavallereschi e dal bestiario medievale, disposte lungo lo sviluppo dell'Albero della Vita. Dentro una serie di cerchi sono rappresentati i dodici mesi dell'anno con i lavori relativi alle diverse stagioni. Altrove è evocata la vita nell'aldilà, l'Inferno e il Paradiso. Tutto questo non era pensato per pochi eruditi: il fine era quello di utilizzare le immagini come strumenti pedagogici, come allegorie della lotta multiforme fra bene e male, comprensibili non solo a ristrette élite ma anche agli autoctoni, ai viandanti, pellegrini o crociati che sostavano a Otranto durante il viaggio verso la Terra Santa.

È come se Pantaleone avesse usato il mosaico per inserire fra i rami dell'Albero della Vita le immagini della cultura del tempo, prendendole a prestito dalle arti decorative occidentali (romanica) e orientali (bizantina e araba). Il risultato è un'opera che non ha smesso di interrogare i suoi visitatori: il mosaico di Otranto presenta ancora moltissimi aspetti che non trovano spiegazioni condivise fra i suoi studiosi, né esempi analoghi coevi. Otto secoli e più di calpestio, di preghiere e di sguardi non hanno ancora consumato il mistero di questo pavimento. Forse è proprio per questo che, ancora oggi, chiunque vi entri abbassa gli occhi.

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