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Quattrocentocinquanta anni di pietra e mare: il Castello di Carlo V a Monopoli, la fortezza che fermò i pirati ottomani e custodisce ancora i suoi sotterranei segreti

di Lorenzo Sansò · Giornalista — Turismo e territorio · 25 Luglio 2026 · 7 min di lettura
Il Castello di Carlo V a Monopoli visto dal mare al tramonto, sul promontorio di Punta Pinna
Foto: Giorgio Galeotti / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

C'è un punto preciso della costa adriatica dove la pietra leccese sembra volersi gettare in mare. È il promontorio di Punta Pinna, a Monopoli, e da lì si domina l'intero orizzonte marino con una chiarezza che, nel Cinquecento, valeva più di qualunque esercito. Il castello di Monopoli fu costruito proprio sulla striscia di terra più avanzata rispetto al mare, faceva parte del sistema di fortificazione costiera voluto da Carlo V in Puglia, e per lui curato dal viceré Don Pedro di Toledo. Chi arriva oggi a Monopoli e si avvicina al porto vecchio si trova davanti una mole silenziosa di pietra che sembra non aver bisogno di presentazioni. Eppure, ogni corsia di merli, ogni cannoniera, ogni pietra dei suoi sotterranei ha qualcosa da raccontare.

Un cantiere imperiale sul mare Adriatico

Per capire perché Carlo V decise di trasformare questo angolo di Puglia in una piazzaforte militare, bisogna guardare alla mappa del Mediterraneo di metà Cinquecento. L'Impero Ottomano premeva con forza crescente sulle coste del Sud Italia, e il ricordo di quanto era accaduto nel 1480 — quando le truppe turche avevano raggiunto e occupato Otranto — era ancora vivissimo e bruciante. La struttura fu voluta direttamente da Carlo V e rientra nelle fortificazioni del Vicereame di Napoli a uso difensivo delle coste pugliesi contro gli Ottomani che, nel 1480, erano arrivati sino a Otranto, gettando preoccupazione su tutto il suolo italiano. La risposta spagnola fu un programma sistematico di costruzione di fortilizi lungo l'intera fascia costiera del Regno di Napoli, e Monopoli — con il suo porto attivo e la sua posizione strategica sull'Adriatico — era un nodo che non si poteva lasciare indifeso.

La costruzione fu avviata per volere di Carlo V nel 1544 e realizzata nel 1552 dal viceré Don Pedro de Toledo. Altre versioni fanno il nome del marchese Don Ferrante Loffredo, che risiedeva a Lecce, e indicano l'anno 1552 per la fine dei lavori. A testimoniare senza ambiguità chi portò a termine l'opera, la fortezza custodisce un documento scolpito nella pietra stessa: sotto la loggia è presente lo stemma in pietra caricato della data 1552 e dal nome del viceré Don Pedro di Toledo, realizzatore materiale dell'edificio.

Una fortezza costruita su duemila anni di storia

Ciò che rende il Castello di Carlo V straordinariamente denso di significati è la sua natura di palinsesto architettonico: ogni epoca ha lasciato qui un segno, e i costruttori cinquecenteschi non rasero al suolo il passato ma lo inglobarono, lo riusarono, lo fecero parte della nuova macchina da guerra. Il castello fu edificato su un piccolo promontorio detto Punta Pinna, utilizzando come nucleo centrale la chiesa di San Nicola in Pinna del X secolo e una grande porta romana del I secolo a.C., fortificata da due corpi di guardia laterali a due piani, a sua volta innalzata sulle mura messapiche del V secolo a.C. Gli scavi archeologici degli anni 1990-2010 della Soprintendenza Archeologica di Puglia hanno eliminato ogni dubbio in proposito. Così, camminando tra le sue stanze, si attraversano involontariamente cinque secoli di civiltà: dal presidio messapico alla chiesa medievale, dalla porta romana alla fortezza rinascimentale.

Incorporati risultano anche i sotterranei, che comprendono tra l'altro l'antica chiesa basiliana di San Nicola della Pinna, divenuta la chiesa della fortezza. Questa chiesa rupestre, databile al X secolo, era stata fondata — secondo la tradizione locale — da un cittadino di Monopoli che si era ritirato in vita contemplativa dopo la morte della moglie: un atto di fede privato diventato, secoli dopo, cuore spirituale di una macchina bellica imperiale. È in questa sovrapposizione di vocazioni opposte che il castello rivela la sua natura più autentica.

La geometria della difesa: bastioni, cannoniere e la "traditora"

Gli ingegneri militari spagnoli del Cinquecento avevano imparato, a proprie spese, che le vecchie torri medievali circolari erano pressoché inutili di fronte all'artiglieria moderna. La risposta era la pianta pentagonale, con bastioni angolati capaci di eliminare i punti ciechi e permettere un fuoco incrociato su qualunque attaccante. Il castello ha la forma pentagonale, tipica dei fortilizi cinquecenteschi, ma sembra abbia incorporato una torre cilindrica preesistente di forma romana, che conferisce un rilievo singolare all'ingresso e alla facciata stessa. La semplice pianta è arricchita da bastioni pentagonali che si innalzano ai cinque vertici; il ponte levatoio, e dunque l'entrata primaria, si doveva trovare a sud-ovest, dove si innalza una torre cilindrica edificata in seguito, raggiungibile tramite una piccola rampa.

Ma il vero cuore della macchina difensiva era l'armamento. Rimane ben conservato l'armamentario difensivo, dotato di diverse cannoniere definite "a pelo d'acqua" e di una "traditora", utile a spazzare via chi tentasse di scalare le mura del castello. Le cannoniere a pelo d'acqua erano progettate per colpire le imbarcazioni nemiche il più basso possibile, alla linea di galleggiamento, rendendole una trappola letale per qualunque flotta che avesse tentato di avvicinarsi al porto. Ben disposte le numerose cannoniere distribuite dalle coperture fino al pelo d'acqua, all'esterno e all'interno del porto. Suggestiva, all'interno, la grande sala d'armi.

I moti di Masaniello e il fantasma col tamburo

Il castello non fu soltanto un presidio anti-ottomano. La storia lo attraversò con tutta la sua violenza anche sul fronte interno. Nel 1647 la struttura rientra tra i luoghi dei moti popolari di Masaniello, scoppiati a Napoli e propagatisi nel Vicereame fino in Puglia. Le mura che avevano resistito ai pirati del Mediterraneo divennero teatro di rivolte soppresse nel sangue, testimoni mute di un'altra forma di conflitto, quella tra il potere spagnolo e le popolazioni del Sud esasperate dal peso fiscale.

Poi, nel corso del Seicento, la funzione della struttura mutò radicalmente. La struttura fu ampliata e trasformata da fortezza difensiva a residenza nobiliare, cambiando radicalmente il suo aspetto interno ed esterno. L'attuale aspetto della costruzione, caratterizzata da una massiccia torre cilindrica posta sul porto, risale al 1660 a seguito delle ristrutturazioni attuate dal duca di Maddaloni per volontà del duca d'Atri Giovanni Geronimo Acquaviva. Con questo passaggio, il castello smetteva di essere unicamente uno strumento di guerra e iniziava una nuova vita come sede del potere locale.

Accanto alla storia vissuta, il castello ha alimentato nei secoli anche una storia immaginata, fatta di leggende che i pescatori di Monopoli si tramandano ancora. Tra di loro si è diffusa la storia di un fantasma femminile — "a fèmn e tàmborr", la donna col tamburo — che si paleserebbe dal balconcino dell'edificio affacciato sul mare; un suono che in realtà è causato dal rumore delle onde che si infrangono nella parte sottostante al castello. La leggenda, come spesso accade, è più rivelatrice della storia ufficiale: dice di un luogo in cui il confine tra il mondo dei vivi e quello di chi è venuto prima è sottile come la pietra che separa i sotterranei dalla luce del sole.

Un monumento vivo, ancora da leggere

Oggi il Castello di Carlo V è aperto ai visitatori e continua a essere uno dei simboli più riconoscibili di Monopoli, occupando una posizione strategica su un promontorio roccioso noto come Punta Pinna, che domina il Porto Vecchio e offre un'ampia visuale sul mare circostante. Eppure, nonostante secoli di studi e i restauri condotti a partire dagli anni Settanta del Novecento, la fortezza non ha ancora consegnato tutti i suoi segreti. I sotterranei che inglobano la chiesa basiliana, le fondamenta messapiche, i cunicoli che percorrono il ventre del promontorio: tutto questo è un archivio ancora parzialmente aperto, in attesa di essere interrogato con gli strumenti dell'archeologia moderna.

Fermarsi davanti al castello al tramonto, quando la luce radente fa emergere le irregolarità della pietra e il mare cambia colore nell'arco di pochi minuti, è un esercizio di prospettiva. Quella fortezza fu pensata per fare paura, per scoraggiare con la sola vista ogni velleità di attacco. Ci riuscì. E continua a farlo, a modo suo, anche oggi: non con le cannoniere, ma con il peso muto di tutto ciò che ha visto e che non ha ancora finito di raccontare.

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