Quattrocentomila litri d'acqua al giorno dal 1926: come l'Acquedotto Pugliese salvò una regione che moriva di sete e costruì al capo del mondo un monumento idraulico affacciato sul mare
C'è una frase di Orazio che i pugliesi hanno portato con sé per secoli come una condanna incisa nella pietra: siderum insedit vapor siticulosae Apuliae, arriva alle stelle l'afa della Puglia sitibonda. La costruzione dell'Acquedotto Pugliese fu avviata nel 1906 con l'intento dichiarato di risolvere il millenario problema della penuria d'acqua nella regione , un problema così antico che già il poeta latino lo aveva immortalato nei suoi versi. Non era solo letteratura: il sottosuolo pugliese non è ricco di acqua facilmente estraibile, e da sempre veniva adoperata l'acqua piovana raccolta in cisterne, che non garantivano quantità sufficienti né la necessaria prevenzione da epidemie. Una terra di calcare e sole, bella e assetata, attendeva da secoli qualcuno che le portasse acqua davvero.
Un'idea nata nel 1868, realizzata un secolo dopo
L'intuizione decisiva arrivò quasi per caso, con l'ostinazione di chi sa aspettare. L'idea di utilizzare le acque del fiume Sele balenò già nel 1868 all'ingegner Camillo Rosalba, fu ripresa alla fine dell'Ottocento e, caldeggiata dalla fede di pochi — primo fra essi l'onorevole Matteo Luigi Imbriani — divenne infine una realtà: i lavori dell'acquedotto che doveva portare nelle Puglie le acque del Sele, e che si disse perciò "Acquedotto Pugliese", furono iniziati nel 1906. L'idea originaria di Rosalba era sembrata irrealizzabile: costruire gallerie attraverso l'Appennino per travasare le acque campane verso il tacco d'Italia. Nel 1903 venne pubblicato il primo bando, ma la relativa gara andò deserta; l'anno successivo fu indetta una seconda gara a livello internazionale, vinta dalla "Società anonima italiana Ercole Antico e soci concessionaria dell'Acquedotto Pugliese" per un importo di 125 milioni, con contratto sottoscritto nel luglio 1905. Nel 1906, infine, venne costituito il primo Consiglio di Amministrazione del Consorzio per l'Acquedotto Pugliese, presieduto da Giuseppe Pavoncelli.
Ma la strada fu tutt'altro che liscia. Fin da principio si accumularono ritardi, dovuti a una serie di proroghe chieste dalla Società concessionaria per apportare modifiche ai progetti esecutivi, nonché ai ritardi amministrativi con cui vennero recepiti dalla burocrazia statale; nel 1910 il Ministero dei Lavori pubblici intimava alla Società con una diffida di adempiere ai lavori secondo quanto prescritto dal contratto. La Grande Guerra aggravò tutto: i cantieri rallentarono, le priorità del Paese cambiarono, e la Puglia continuò ad aspettare. Nell'aprile del 1915 l'acqua giunse finalmente a Bari , evento epocale per una città che fino ad allora aveva vissuto nell'incertezza idrica. Nel 1915 l'acqua giunse a Bari e l'anno successivo a Taranto; solo nel 1927 la costruzione del "Grande Sifone" permise l'arrivo dell'acqua a Lecce.
Il cuore dell'opera: una galleria che sfidò gli Appennini
La prima importante realizzazione, che tuttora rappresenta la spina dorsale dell'intero sistema acquedottistico pugliese, è il canale principale, alimentato dalle acque del Sele. Per realizzarlo fu necessario perforare la catena appenninica con la Galleria Pavoncelli, la cui lunghezza, al momento della costruzione, era di 12.750 metri, allora superata solo dal Frejus, dal Gottardo e dal Sempione. Un'impresa titanica, condotta con pale, picconi, dinamite e carriole, in anni in cui la meccanizzazione era ancora un lusso raro. Oggi la rete idrica si estende per 20.000 chilometri e soddisfa più di 4 milioni di persone, con 5 impianti di potabilizzazione e 328 serbatoi: è l'acquedotto più grande d'Europa. Un gigante nascosto sotto la terra pugliese, invisibile eppure presente in ogni rubinetto, ogni fontana pubblica, ogni bicchiere d'acqua versato nelle case di Bari, Taranto, Lecce, Brindisi e Foggia.
Santa Maria di Leuca: dove l'acqua incontra il mare
Se c'è un luogo che racchiude in sé tutta la poesia e la grandiosità di questa storia, è la punta estrema del Salento. Il 28 ottobre 1939, la grandiosa opera ebbe compimento e le acque del lontano Sele si riversarono con una cascata di scarico terminale, a Santa Maria di Leuca, nell'azzurro Jonio. Qui, dove Adriatico e Ionio si incontrano e la penisola finisce, l'ingegneria idraulica si fece spettacolo. A Santa Maria di Leuca, l'acquedotto termina con una cascata monumentale che sfocia nel mare, incastonata tra due scalinate in pietra che collegano il promontorio Japigio con il porto dei pescatori, creando uno scenario suggestivo e unico.
L'opera vanta una lunghezza di 250 metri e una portata d'acqua di circa 1.000 litri al secondo che, dopo un dislivello di circa 120 metri, termina direttamente nelle acque limpide del mare. Un dettaglio che vale la pena sottolineare: l'acqua che costituisce la cascata è, a differenza di quella dell'Acquedotto, salmastra e non potabile , pensata fin dall'origine per la sua funzione scenografica e celebrativa più che per l'uso civile. La scalinata è costituita da due rampe, ognuna delle quali si compone di 300 scalini, che scendono dal promontorio Japigio, sul quale sorge la Basilica Pontificia, fino al porto, in cui sfociano le acque della cascata.
L'inaugurazione fu un evento carico di simbolismo politico oltre che civile. La scalinata monumentale e la colonna romana, inviata da Mussolini e giunta appositamente da Roma, segnano il punto finale dell'opera. La cerimonia di inaugurazione fu un evento significativo, nonostante l'assenza del Duce — rimasto a Roma alla vigilia del secondo conflitto mondiale — e vide la partecipazione del ministro Bottai, del vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca e di una grande folla di persone. Il compito della cascata, fin durante il periodo del Regime, era quello di accogliere l'acqua di tutta la regione che, una volta arrivata al Santuario, veniva simbolicamente benedetta e restituita al mare. Un rito laico e sacro insieme, il suggello di un'attesa plurisecolare.
Un monumento che raramente si accende, ma non si dimentica
Oggi la cascata monumentale di Santa Maria di Leuca non scorre in continuo. È stata eccezionalmente attivata diverse volte negli ultimi decenni, ma solitamente resta chiusa, in favore di una cascata molto più piccola che è una sorta di fontana alla base della struttura, un "richiamo" dell'originale. Chi ha la fortuna di vederla in piena attività assiste a qualcosa di raro: due i punti di osservazione consigliati — il "Belvedere Superiore", per ammirare l'intero panorama dall'alto, e la base stessa dell'opera, per restare estasiati di fronte al fenomeno dell'acqua che scorre ripida in un'esplosione di spruzzi arcobaleno. Dal 2015 la cascata è dotata di un impianto di illuminazione artistica che rende ancora più suggestivo ed emozionante lo spettacolo offerto dalle sue acque.
C'è qualcosa di profondamente pugliese in questa storia: la pazienza di chi ha aspettato generazioni, la caparbietà di chi ha scavato una montagna con i picconi, l'orgoglio di chi ha trasformato una necessità vitale in un gesto di bellezza. L'Acquedotto Pugliese non è solo tubi e serbatoi: è la risposta più concreta e duratura che questa regione abbia mai dato alla propria sete millenaria. E il posto in cui quella risposta si fa visibile — dove l'acqua del Sele, partita dalla Campania, percorre centinaia di chilometri sottoterra e alla fine si tuffa nel mare di Leuca — è uno dei luoghi più carichi di significato dell'intero Sud Italia.
Fonti e approfondimenti
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Acquedotto pugliese – Wikipedia it.wikipedia.org ↗
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La storia – Acquedotto Pugliese (sito ufficiale AQP) aqp.it ↗
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Storia e avvenire dell'Acquedotto Pugliese – Quotidiano di Foggia quotidianodifoggia.it ↗
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Cascata Monumentale di Santa Maria di Leuca – Puglia.com puglia.com ↗
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Cascata Monumentale – Vivere Leuca vivereleuca.it ↗
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Scalinata e Cascata di Santa Maria di Leuca – Piccola Nautica piccola nautica.it ↗
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